Ai confini dell’impero / Roberto Puzzu / 259
La mostra Oltre il confine, ospitata dalla Galleria Comunale d’Arte di Cagliari dal 16 luglio 2026 al 17 gennaio 2027, è curata dalla critica e storica dell’arte Beatrice Dotzo. Accompagna l’esposizione un catalogo pubblicato da Arti Grafiche Pisano di Cagliari. In questa occasione ospitiamo un contributo della curatrice dedicato al progetto espositivo ed alla ricerca di Angelino Fiori, Marco Ippolito e Roberto Puzzu.
Nel riunire tre autorevoli protagonisti della scena artistica isolana, Oltre il confine si configura come un dispositivo critico che indaga il concetto di confine nella sua accezione più ampia e problematica. Lontano dall’essere inteso come semplice margine geografico o limite identitario, il confine emerge quale spazio di attraversamento, di trasformazione e di reciproca contaminazione, una soglia capace di generare nuove forme di conoscenza e di ridefinire il rapporto tra identità, linguaggio e visione.( R.P.)
OLTRE IL CONFINE.
di Beatrice Dotzo
Il titolo della mostra assume un valore programmatico. “Oltre il confine” significa difatti attraversare le convenzioni disciplinari, superare le appartenenze codificate, mettere in discussione le categorie attraverso cui abitualmente interpretiamo il presente. Il confine diviene così uno spazio dinamico, una soglia critica nella quale memoria e innovazione, locale e globale, tradizione e sperimentazione si confrontano incessantemente.
La vicenda artistica di Fiori, Ippolito e Puzzu nasce in Sardegna, in una condizione storicamente percepita come periferica rispetto ai grandi centri della produzione culturale italiana. È proprio questa apparente marginalità che si trasforma, nelle loro opere, in uno straordinario dispositivo di visione. L’isola non rappresenta un recinto identitario, ma un osservatorio privilegiato dal quale interrogare la complessità del mondo contemporaneo.
Fondamentale, in questa prospettiva, è il comune percorso formativo presso l’Istituto Statale d’Arte di Sassari negli anni della direzione di Mauro Manca, figura determinante nel rinnovamento della cultura artistica sarda. L’istituto divenne allora un laboratorio di sperimentazione capace di rompere definitivamente con l’accademismo tradizionale, nell’introdurre una concezione dell’arte fondata sulla progettualità, sulla ricerca interdisciplinare e sul dialogo con i linguaggi internazionali. Da quella stagione nasce una generazione di artisti che concepisce la pratica creativa come esercizio critico, esperienza conoscitiva e responsabilità culturale.
L’intera esposizione evidenzia come i tre artisti abbiano sviluppato percorsi autonomi, pur condividendo una medesima postura intellettuale. Le loro opere rifiutano infatti la linearità della narrazione storica e costruiscono sistemi visivi fondati sulla stratificazione, sulla memoria e sulla complessità temporale. Il passato non viene mai assunto come repertorio nostalgico, ma come materia viva continuamente riattivata nel presente. La contemporaneità, in questa prospettiva, non coincide con l’attualità cronologica, bensì con la capacità di mettere in relazione tempi differenti, facendo convivere permanenze e trasformazioni.
Ne emerge una riflessione che si oppone apertamente alla cultura della velocità visiva e del consumo immediato delle immagini. Fiori, Ippolito e Puzzu elaborano invece un’estetica della durata, nella quale lo spettatore è chiamato a sostare, osservare, interpretare. L’opera non offre risposte definitive, ma costruisce un campo relazionale aperto, nel quale la percezione si trasforma progressivamente in esperienza conoscitiva.
All’interno di questo orizzonte teorico, la materia assume un ruolo decisivo. Non costituisce un semplice supporto della forma, ma diventa memoria, organismo sensibile, archivio di trasformazioni. Pittura, installazione, scultura, intervento digitale e assemblaggio convivono in una continua ridefinizione dei linguaggi artistici, nel dissolvere i tradizionali confini disciplinari senza perdere una forte coerenza poetica.
La ricerca di Angelino Fiori si sviluppa attorno ad una poetica della materia nella quale pittura e scultura diventano strumenti di meditazione sulla fragilità dell’esistenza. Le superfici conservano le tracce del tempo attraverso velature, stratificazioni e sedimentazioni cromatiche che trasformano il gesto artistico in esperienza della memoria. Nelle Pagine di preghiera, dedicate ai temi della migrazione e della vulnerabilità umana, la carta, le calcografie a secco e le delicate modulazioni cromatiche costruiscono un linguaggio di intensa spiritualità, capace di affrontare il dolore senza alcuna concessione retorica. Analogamente, i Contenitori di memoria, con le loro piccole figure in argilla custodite entro casse tipografiche, trasformano la scultura in dispositivo simbolico di riflessione sulla condizione umana, sul viaggio e sulla sopravvivenza.
In Marco Ippolito la geometria perde ogni rigidità analitica per diventare linguaggio poetico dello spazio. La sua ricerca attraversa pittura, scultura e design costruendo sistemi modulari nei quali ritmo, colore e struttura dialogano in una continua tensione tra equilibrio e metamorfosi. Le verticalità totemiche, le scansioni compositive e le partiture cromatiche evocano una memoria archetipica che si confronta costantemente con la sensibilità contemporanea. La forma geometrica non coincide mai con un esercizio razionalistico, ma diviene strumento attraverso cui esplorare identità, appartenenza e trasformazione culturale, nell’aprire la percezione ad una dimensione simbolica di grande intensità.
L’opera di Roberto Puzzu conduce invece il visitatore entro una dimensione visionaria nella quale memoria storica, tecnologia e immaginazione convivono in un equilibrio sorprendente. Le grandi composizioni digitali costruiscono scenari sospesi tra monumentalità teatrale e suggestione cinematografica, mentre l’interazione tra stampa digitale e intervento pittorico produce superfici stratificate che rallentano deliberatamente la percezione. Il frequente ricorso al bianco e nero amplifica il senso di sospensione temporale, nel trasformare ogni immagine in una presenza archeologica, sospesa fra romanticismo contemporaneo e sensibilità neogotica. Anche la scultura digitale prosegue questa riflessione, nel porre in dialogo classicità ed innovazione tecnologica in una continua ridefinizione della memoria figurativa. Emblematica risulta infine la ricorrenza della figura femminile, mai ridotta a semplice soggetto iconografico, ma assunta come metafora dell’identità, della resilienza e della complessità della condizione contemporanea.




