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Nessuna pietà, nessuna misura, nessun silenzio. Perché il silenzio non monetizza. Eppure il giornalismo dovrebbe fare l’esatto contrario: selezionare, spiegare, dare proporzioni. Dire quando una notizia non è una notizia. Accettare che non tutto merita aggiornamenti quotidiani, talk show, speciali, ricostruzioni infinite. Accettare che la ripetizione non chiarisce, ma confonde, ottunde. Il danno non è solo culturale, è democratico. Un’opinione pubblica nutrita di cronaca nera ipertrofica finisce per percepire la realtà come un luogo dominato dal sospetto e dalla paura, mentre questioni strutturali – lavoro, scuola, sanità, ambiente – scivolano ai margini perché meno “emotive”, meno vendibili. Non è censura chiedere sobrietà. È responsabilità. Non è disinteresse chiedere di contenere. È rispetto: per i fatti, per le persone coinvolte, per chi ancora legge o ascolta, sperando di capire qualcosa del mondo. La cronaca nera non deve sparire. Deve tornare al suo posto. E soprattutto deve smettere di credersi informazione quando, ormai, è solo intrattenimento travestito.

