Home La Rivista IL MINESTRONE INDIGESTO DELLA CRONACA GIUDIZIARIA

IL MINESTRONE INDIGESTO DELLA CRONACA GIUDIZIARIA

Attualita’/ Marcello Martelli/ 231

 Da vecchio cronista so che i fatti vanno raccontati, ma il problema vero è come e perché li si racconta. La cronaca nera/giudiziaria contemporanea non cerca la verità né tantomeno il rispetto per chi è coinvolto. Cerca attenzione. Cerca tempo di permanenza. Cerca clic e, per ottenerli, usa sempre gli stessi ingredienti: insinuazione, ripetizione ossessiva, sospensione artificiale del giudizio, “colpi di scena” costruiti sul nulla. Così ciò che dovrebbe appartenere al campo della pura informazione si trasforma in una zuppa torbida dove si mescolano fatti, ipotesi, opinioni da bar, perizie reinterpretate, ricordi selettivi e suggestioni emotive. Un minestrone servito a tutte le ore, in tutte le salse, fino alla nausea. Il risultato non è una opinione pubblica più consapevole, ma un pubblico confuso, disorientato, convinto di “sapere tutto”, mentre in realtà non distingue più tra prova e congettura. La cronaca giudiziaria, poi, viene spesso trattata come una fiction a basso costo. I processi diventano narrazioni, gli imputati personaggi, i magistrati comparse, i dettagli irrilevanti simboli da decifrare. Si anticipano sentenze, si ribaltano verdetti già passati in giudicato, si insinua il dubbio come valore in sé. Anche quando il dubbio non è fondato, ma solo funzionale alla continuazione del racconto. Non garantismo e informazione: è spettacolarizzazione. In questo circo mediatico, la vittima scompare. O peggio: viene usata. Diventa un pretesto emotivo, un’icona buona per rinnovare l’indignazione di giornata. Nessuna pietà, nessuna misura, nessun silenzio. Perché il silenzio non monetizza. Eppure il giornalismo dovrebbe fare l’esatto contrario: selezionare, spiegare, dare proporzioni. Dire quando una notizia non è una notizia. Accettare che non tutto merita aggiornamenti quotidiani, talk show, speciali, ricostruzioni infinite. Accettare che la ripetizione non chiarisce, ma confonde, ottunde. Il danno non è solo culturale, è democratico. Un’opinione pubblica nutrita di cronaca nera ipertrofica finisce per percepire la realtà come un luogo dominato dal sospetto e dalla paura, mentre questioni strutturali – lavoro, scuola, sanità, ambiente – scivolano ai margini perché meno “emotive”, meno vendibili. Non è censura chiedere sobrietà. È responsabilità. Non è disinteresse chiedere di contenere. È rispetto: per i fatti, per le persone coinvolte, per chi ancora legge o ascolta, sperando di capire qualcosa del mondo. La cronaca nera non deve sparire. Deve tornare al suo posto. E soprattutto deve smettere di credersi informazione quando, ormai, è solo intrattenimento travestito.

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