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Bambino ucciso dalla madre a nove anni: Piangiamo per quanto non abbiamo fatto abbastanza.

 Editoriale /PIERLUIGI PALMIERI/224

 

Mentre scrivo il titolo di questo editoriale, le dita mi rimbalzano sulla tastiera del computer.  I tasti del freddo strumento tecnologico scottano, sembrano arroventati, come se si rifiutassero di scrivere quelle parole che testimoniano che… sì è vero… una madre ha ucciso il bambino che aveva dato alla luce nove anni fa. Questa settimana le coltellate inflitte nel bagno della  casa di Muggia in provincia di Trieste hanno trafitto i cuori di tutti noi, genitori, nonni e semplici cittadini. Ancora una volta un’assurdità del genere! abbiamo esclamato, increduli e atterriti, con il pensiero a Cogne, a Parma, a Reggio Calabria a Verora.

    Poi abbiamo appreso dai quotidiani e dalla Tv che la donna era da lungo tempo afflitta da una situazione di squilibrio psichico ma non si prestava volentieri alle cure prescritte. Ma soprattutto  che in precedenza con la madre il bambino aveva fatto solo incontri “protetti” in presenza di Assistenti sociali. Evidentemente era stata giudicata incapace di intrattenere rapporti normali con il bambino, che con lei avrebbe dovuto trascorrere solo momenti di affetto e  soprattutto di gioco. L’uomo gioca per tutta la vita ha affermato R. Caillois nel suo “Il gioco e gli uomini”. Purtroppo il gioco di Giovanni era appena cominciato. Dopo aver partecipato agli allenamenti di calcio ed aver frequentato il catechismo, il bambino  per la seconda volta, su concessione dai Servizi sociali di Muggia nonostante l’opposizione del padre, è rimasto solo con la donna,. Inaccettabile anche perché  quando nel  2018 gli stessi servizi  le comunicarono  l’ affido esclusivo del bimbo al padre aveva dichiarato  “O Giovanni rimane con me, oppure sono disposta a uccidere il bimbo, a uccidere me, buttandomi in mare, e a uccidere anche Paolo (il marito ndr)”.

Mi risulta difficile, ripeto, premere i tasti del computer  per descrivere la modalità  seguita dalla madre per l’assassinio. Mi soccorre, ma purtroppo non mi consola, il sacrificio  dell’agnello, evocato dal Vescovo di Trieste, Mons. Trevisi nel suo commento riportato dall’Avvenire:” Come comunità cristiana siamo chiamati ad alzare lo sguardo al Cristo Crocifisso, Agnello innocente e immolato. E con Lui a ripartire con nuovo vigore; ad impegnarci per i piccoli, sempre schierati dalla parte degli innocenti”. – ha aggiunto il Vescovo.

Un innocente la cui vicenda è finita in tragedia, non a lieto fine come quella di Isacco. Nessun angelo del Signore è arrivato a fermare la mano della madre come avvenne con Abramo. Impossibilitata ad avere fede, ma anche esasperatamente afflitta dall’egoismo ha ucciso il figlio allo stesso modo con cui il padre, al posto di  Isacco, ha ucciso un animale.

 “Non si è riusciti ad impedire che la ferocia della violenza si scagliasse contro il più innocente: un bambino di nove anni”, è sempre il vescovo che parla, invitando la Comunità a stare accanto a chi soffre e ad ogni persona ferita e vulnerabile.

Gli ha fatto eco un’educatrice della Parrocchia di Muggia, al cui pensiero mi associo, che ha voluto sottolineare come negli ultimi anni sia maturata la consapevolezza che si può fare a meno di una comunità.  Dopo il Covid facciamo grande fatica a riprendere una vita autenticamente sociale; è venuta meno la cultura dello stare insieme. “Bisognerebbe lavorare per ricostruire questi legami” – ha aggiunto –  “ fondamentali soprattutto per chi non ha una rete familiare. Perché davvero ciascuno e ciascuna, in special modo i più piccoli, possa poter dire di essere stato preso in braccio”.

La Comunità, una realtà a cui il nostro Raniero Regni dedica il suo pezzo odierno sulla nostra Rivista, ricordando Don Angelo Fanucci, fondatore a Perugia e Gubbio di quella di Capo d’Arco. Una coincidenza che è anche un’opportunità a cui rimando i lettori (link a   COMUNITÀ DI ACCOGLIENZA E VOLONTARIATO TRA PASSATO E FUTURO: LA STORIA UN PRETE CARISMATICO. – Centralmente).

Io non indugio oltre. Mi fermo qui soprattutto perché è arrivata Amanda, mia nipote di otto anni: dobbiamo ripassare il futuro anteriore e giocare con la funicella. Il suo nome, Amanda,  dice esplicitamente che i bambini, i figli, i nipoti sono fatti per essere amati! Non intendo perdermi neanche un minuto della sua gioiosa compagnia.

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