IL LIMITE / Raniero Regni / 263
Una mia antica e mai dimenticata maestra, la grande filosofa dell’educazione Edda Ducci, usava distinguere tra una disabilità prima e una disabilità seconda. Esiste infatti uno svantaggio umano, quasi consustanziale alla nostra condizione, che caratterizza ognuno di noi, dovuto al fatto che “tutta la ricchezza umana è però solo in potenza”. È questa la mia disabilità che chiede incessantemente di essere colmata ed aiutata a superarsi. Ogni persona è alle prese con il suo divenire se stesso, con il suo “divenire il proprio poter essere”. Ci sono delle differenze in ognuno di noi ed ognuno di noi ha la possibilità di fallire nel suo specifico. Per ogni essere umano esiste questa infinita intensità di essere, di apprendere, di amare, di volere, di divenire, racchiuse però in un involucro fragile, circoscritto, finito.
Poi può esistere una forma di disabilità seconda che riguarda le persone diversamente abili. Lo stigma, il segno nella carne che ragazzi e ragazze disabili si portano dietro, e la loro presenza, sollevano sempre domande radicali sul significato e il valore della vita nel suo complesso, al cospetto del dolore. Forse anche per questo sono stati sempre relegati in un ambiente chiuso, esclusi, tenuti lontani dagli sguardi degli altri, almeno fino a quando le politiche dell’integrazione e dell’inclusione, oggi messe anch’esse in discussione, non li hanno inseriti nelle scuole e in ogni attività sociale, restituendo umanità a loro e anche agli altri cosiddetti normodotati, con cui si sono trovati ad interagire.
Ma una società del successo, una società che ha fatto della competizione meritocratica la sua ideologia e il fondamento, falsamente neutro, della diseguaglianza, una società che divide crudelmente e illusoriamente il mondo in vincenti e perdenti, una società dell’immagine, che ha fatto della perfezione fisica un dovere, ha sempre la tentazione dell’esclusione e, se non proprio dell’esclusione, almeno della benevolenza superficiale e senza impegno, che lascia le cose come stanno.
Ricordo, ad esempio, a metà degli anni ’70 del secolo scorso, l’inizio in Italia delle politiche dell’inserimento scolastico delle persone che allora venivano definite handicappate. Si diceva che “la norma normalizza”, inserire persone con problemi fisici o psichici in contesti scolastici normali avrebbe contribuito alla loro normalizzazione. Ricordo anche le critiche di chi, giustamente, riteneva che il semplice inserimento, la semplice socializzazione in presenza, non sarebbero bastate, ma sarebbe stato necessario l’uso di strumenti didattici speciali, adatti a persone speciali, usate da insegnanti opportunamente preparati, un obiettivo non ancora pienamente raggiunto.
Nonostante i limiti e le contraddizioni, i passi avanti e i passi indietro, le persone disabili hanno continuato ad essere sempre più coinvolte in ogni aspetto della vita sociale. E questo lo possiamo considerare comunque un grande successo: in un mondo che sembra andare sempre più verso la forza e la sopraffazione, la fragilità e la debolezza ci ricordano valori di cui non possiamo fare a meno, come la gentilezza e il prendersi cura dei più vulnerabili. Ma la strada dell’inclusione è ancora lunga e spesso vengono segnalati episodi di discriminazione sottile o palese.
Ma esistono anche esperienze d’avanguardia, ad esempio nello sport e nelle attività motorie all’aria aperta. Perché una persona in carrozzina dovrebbe, per esempio, andare in barca a vela? Se non può non può! Questo pensa il senso comune, mascherato da buon senso. E invece è possibile, e ciò rappresenta un altro passo avanti.
È evidente che far salire una persona che non cammina su di una deriva, ovvero su di una barchetta a vela lunga cinque metri che non sta ferma un momento, che galleggia instabile su di un metro d’acqua vicino alla riva, sembra un’impresa impossibile o, addirittura, inutile.
Così, se una persona è ipovedente, perché dovrebbe andare in bicicletta? Farà qualche altra cosa, pensa sempre il senso comune! O ancora, perché una persona affetta dalla sindrome di Down deve andare per forza in canoa? Può stare a giocare sulla spiaggia!
Invece è possibile, se solo ci si impegna, con intelligenza e generosità, a costruire dei mezzi adeguati. Una barca, come la Malupa, si apre a poppa e permette piuttosto agevolmente di far salire una persona in carrozzina. La quale può poi essere messa in grado di timonare e fare altre manovre che sembravano impossibili per persone che non hanno l’uso di gambe o braccia.

Così, si possono costruire delle canoe, con opportuni galleggianti a bilanciere, che permettano a persone, disabili e non, di poter uscire in mare, in piena sicurezza. Possono essere realizzate biciclette a più posti, tandem e altre forme di bici a pedalata assistita, che possono essere facilmente utilizzate anche da persone che hanno diversi problemi.
E questo è accaduto a Marotta Adriatica, in una bella domenica di fine agosto, presso la spiaggia attrezzata del Covo Nord Est, messo a disposizione da Emanuele Tonelli (skipper, istruttore di vela ed educatore, che interverrà prossimamente sulle pagine della nostra rivista con un suo testo su questo stesso tema) e per un giorno i bagnanti e i villeggianti hanno visto la spiaggia e la pista ciclabile retrostante invase da strane imbarcazioni e strane biciclette e da un’allegra brigata di persone con i più svariati problemi, godersi una bella giornata, pienamente vivi.
L’esperienza della barca a vela, con il suo setting inconsueto e strano, tra vento e acqua. con la sua nervosa e continua instabilità, è molto particolare. Il sole, gli spruzzi, la sensazione della silenziosa velocità della barca, rappresentano per ogni persona che vi sale per la prima volta qualcosa di non comune. Mi verrebbe da aggiungere anche che chi non l’ha provata non sa che cosa si perde.
Sappiamo quanto l’ambiente strutturi le relazioni, ambienti chiusi possono favorire certi aspetti della relazione, ma un ambiente aperto ed esposto agli elementi fornisce qualcosa di meglio. Quando sei in barca fai parte di un mondo speciale, sei tutt’uno con quel mondo e sei legato a chi è con te in quel momento e in quel mondo. Si è tutti speciali, nessuno è speciale. E poi, se la vita di molti disabili, ma non solo la loro, è afflitta da routine monotone e sempre uguali, un cambiamento così radicale di ambiente può avere effetti davvero importanti. Piccoli miracoli che non fanno rumore.
“Non per loro, ma con loro”, questo era il motto di un altro mio grande maestro, Don Angelo M. Fanucci, uno dei pionieri a livello nazionale dell’inserimento delle persone disabili nella cultura e nel lavoro. E quella non è stata una giornata “per“ loro, ma “con” loro.
È proprio il senso del limite, condiviso dalla nostra condizione umana, che in ogni momento può fare di ognuno di noi, in un attimo, una persona disabile, che dovrebbe impegnarci tutti a superare, questa volta sì, quei limiti che si chiamano pregiudizi, che tengono ingiustamente prigioniere persone che con quei limiti sono magari nate. 
Naturalmente poi la giornata è finita a tavola, in una cena accompagnata persino da un’orchestrina che ha suonato fino a tardi. Vedendo la gioia e il sorriso di ragazze e ragazzi, dei loro genitori e familiari, e di tutti gli accompagnatori, si è visto davvero qualcosa di speciale. Non erano solo persone speciali che facevano cose normali. Questa volta era la loro gioia che era speciale.