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LA CASA E’ DIVENTATA IL BANCOMAT EUROPEO DELLE TASSE

Attualità / Marcello Martelli / 262

 Il mattone non è una rendita dei ricchi: è il patrimonio di una vita per milioni di famiglie. La transizione energetica è necessaria, ma non può diventare l’ennesimo conto scaricato sui proprietari. C’è un equivoco di fondo che rischia di avvelenare il rapporto fra l’Europa e i suoi cittadini: considerare la casa una semplice voce del bilancio, un immobile da adeguare, una superficie sulla quale applicare nuovi standard.  Per milioni di italiani la casa è molto di più. È il risparmio trasformato in qualcosa di concreto. È il mutuo pagato per decenni, spesso con sacrifici che hanno coinvolto un’intera famiglia. È la certezza della vecchiaia, la garanzia per i figli, l’eredità che una generazione cerca di consegnare alla successiva.

In Italia la proprietà della casa è straordinariamente diffusa. Circa tre famiglie su quattro vivono nell’abitazione che possiedono. È uno dei tratti distintivi della nostra società e anche una delle ragioni per cui il patrimonio delle famiglie italiane ha assunto nel tempo una composizione molto diversa da quella di altri Paesi, Il mattone è stato il grande investimento degli italiani. Non quello dei grandi speculatori. Quello della classe media. Questa distinzione dovrebbe essere tenuta a mente ogni volta che si parla di nuovi obblighi, nuovi standard  per gli immobili. Il rischio, è di commettere un errore politico prima ancora che economico: considerare il proprietario di casa come un privilegiato da chiamare periodicamente alla cassa. Chi possiede un appartamento acquistato trent’anni fa non è necessariamente un uomo ricco. Può essere un pensionato che vive con il proprio reddito mensile, uno che ha appena finito di pagare il mutuo, una famiglia che ha ereditato dai genitori l’unico bene di valore che possiede. La discussione sulle politiche energetiche europee dovrebbe cambiare tono.

Rendere più efficienti gli edifici è un obiettivo ragionevole. Ridurre i consumi, contenere gli sprechi, migliorare la qualità del patrimonio edilizio è nell’interesse di tutti. Ma tra un obiettivo condivisibile e un obbligo imposto indistintamente c’è una differenza enorme.  Una scelta politica che persegue un fine nobile non è automaticamente equa. Il costo della transizione deve essere valutato, distribuito e sostenuto in modo proporzionato alla capacità economica dei cittadini. Altrimenti, si rischia di trasformare una grande sfida ambientale in una gigantesca questione sociale. L’Italia, del resto, parte da una situazione particolare. Il nostro patrimonio immobiliare è in larga misura datato. Gli edifici sono spesso inseriti in contesti condominiali complessi. Gli interventi possono richiedere lavori costosi, autorizzazioni, decisioni collettive. E non tutte le famiglie hanno la stessa capacità finanziaria. Imporre lo stesso obbligo per una ristrutturazione ad un proprietario facoltoso  e a chi percepisce una pensione modesta significa ignorare la realtà e far sì che, paradossalmente, proprio per l’impossibilità di applicare i nuovi standard  energetici l’immobile dei più deboli, l bene che per tutta la vita ha rappresentato una  sicurezza economica, rischia di essere depauperato. È davvero questo il risultato che vogliamo? La domanda non è retorica. Perché dietro la parola “immobile” ci sono milioni di persone. E dietro la parola “transizione” ci sono milioni di bilanci familiari. Se riqualificare gli edifici è una priorità europea, l’Europa deve mettere in campo risorse adeguate. Se è una priorità nazionale, lo Stato deve accompagnarla con incentivi stabili, semplici e selettivi. Se l’obiettivo è ridurre i consumi, bisogna aiutare le famiglie non imporre loro nuovi oneri. Una delle forme più insidiose di sfiducia nelle istituzioni è quella che nasce dalla sensazione di essere lasciati soli davanti a decisioni prese altrove.

Da anni l’Europa si interroga sul successo delle forze euroscettiche, sulla distanza fra cittadini e istituzioni comunitarie, sulla difficoltà di costruire un consenso intorno al progetto europeo. Ma il consenso non si costruisce soltanto sui grandi principi, ma anche  prendendo in considerazione le condizioni in cui le  persone vivono. Per un cittadino europeo la politica ambientale può essere un obiettivo astratto. La ristrutturazione obbligatoria della propria casa è invece una questione concreta:  una fattura. un finanziamento. una rata di mutuo.  “E se non posso permettermelo?”. Sarebbe un errore ignorare questa domanda angosciosa che  milioni di famiglie si pongono, per poi meravigliarsi della reazione elettorale . Il voto popolare non nasce nel vuoto. È spesso la risposta a una percezione: quella di istituzioni che chiedono  qualcosa in più senza spiegare abbastanza bene che cosa sono disposte a fare in cambio. L’Europa non può chiedere ai cittadini di essere protagonisti della transizione e contemporaneamente considerarli soltanto destinatari di nuovi obblighi. E l’Italia, dal canto suo, deve smettere di affrontare queste questioni soltanto quando le norme europee sono già sul tavolo. Deve difendere in sede europea la specificità del proprio patrimonio immobiliare e pretendere tempi, strumenti e risorse compatibili con la realtà sociale del Paese. Perché qui non è in gioco soltanto l’efficienza energetica degli edifici. È in gioco l’idea stessa di proprietà. La casa degli italiani non è un lusso. Non è una colpa. Non è un privilegio.La politica deve ricordarselo prima di presentare il prossimo conto.

Dietro ogni porta che si apre c’è una famiglia. E dietro ogni casa c’è una vita di sacrifici.

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