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GIULIO MOZZI POETA. IL MONDO VIVENTE

Letteratura e Poesia / Roberto Puzzu / 261

Il libro di poesie di Giulio Mozzi, Il mondo vivente (LietoColle-Pordenonelegge, 2020), è attraversato da una costante tensione tra memoria e perdita. Il titolo sembra alludere proprio a questo rapporto: i testi riportano alla presenza momenti di vita condivisi con persone care ormai scomparse, insieme ad altri episodi che riguardano più direttamente l’autore, sottratti all’oblio attraverso il filtro della memoria. Il «mondo vivente» è dunque, paradossalmente, anche il mondo di ciò che non c’è più: persone, gesti, ambienti, oggetti e situazioni che la poesia riporta per un istante nel presente. Da qui deriva l’inclinazione elegiaca e malinconica del libro, evidente soprattutto nella frequente rievocazione di scene dell’infanzia e della vita familiare. Questa tonalità, tuttavia, viene efficacemente controbilanciata da un uso del linguaggio estremamente controllato: una sintassi priva di orpelli, parole comuni appartenenti al linguaggio quotidiano, ma anche termini tecnici e specifici, scelti con precisione. La compattezza tematica del libro e la costante attenzione a ciò che non è più sembrano indicare in Il mondo vivente un tentativo di elaborazione di un vissuto decisivo. La scrittura diventa così una forma di attraversamento di una fase esistenziale nella quale lo sguardo tende forse più facilmente a rivolgersi indietro che in avanti e nella quale i ricordi, anche quelli apparentemente sepolti, possono riemergere involontariamente. Ma non si tratta di una memoria astratta o puramente introspettiva. Il recupero del passato avviene quasi sempre attraverso la concretezza delle cose.

Il procedimento è simile a quello di un diario, ma di un diario trasformato dalla poesia: vengono descritti con precisione e affetto persone, momenti di vita domestica, ambienti, abitudini, oggetti, frammenti di conversazione, incontri casuali. Il padre appare come una delle figure centrali del libro, seguito dalla madre e poi da fratelli, nonni, zii e altre persone che hanno attraversato la vita dell’autore. La loro presenza non viene ricostruita attraverso un ritratto psicologico compiuto, ma attraverso tracce materiali: un oggetto, una stanza, un gesto, una frase pronunciata in una determinata circostanza. Gli oggetti assumono così un ruolo fondamentale. Essi consentono di sottrarre l’esperienza al rischio di trasformarsi in un ricordo puramente mentale e astratto. È come se Mozzi fosse impegnato nella costruzione di un collage materia-verso, nell’elaborazione di una poesia materica, nella quale la memoria prende forma attraverso ciò che è rimasto concretamente delle persone e delle situazioni. Il ritrovamento, oppure la semplice contemplazione, di questi oggetti domestici sembra costituire lo spunto per molti componimenti: le cose diventano depositi di memoria, luoghi nei quali il passato continua, in qualche modo, a essere presente.

Anche per questo il tono complessivo della voce poetica e la struttura dei componimenti mantengono una forte connotazione prosastica. Sono frequenti i versi lunghi, le scene narrative, i frammenti di dialogo, le brevi sequenze nelle quali qualcosa accade o viene semplicemente ricordato. Non si riscontrano regolarità metriche significative e il verso viene spezzato soprattutto sulla base di scelte soggettive e ritmiche. In alcuni casi si può avvertire un lieve cedimento verso la prosa, ma è un cedimento che non appare inconsapevole: la poesia di Mozzi sembra piuttosto cercare deliberatamente una zona di confine tra discorso narrativo e versificazione.

Ciò che colpisce maggiormente nei componimenti è però la capacità di far entrare il lettore, quasi «in punta di piedi», dentro scene di vita domestica avvolte da un’atmosfera sospesa, talvolta quasi sacra. Ciò che conta non viene dichiarato direttamente: sono i sentimenti che scorrono tra i protagonisti, che impregnano gli ambienti e gli oggetti, a costruire progressivamente il significato della scena. La commozione nasce così da qualcosa di estremamente concreto: uno stralcio di dialogo, un dettaglio minimo del corpo, un’abitudine, un oggetto, una situazione apparentemente insignificante.

È una poesia profondamente emotiva, ma raramente sentimentale. La sua autenticità deriva proprio dalla rinuncia alle dichiarazioni liriche più esplicite. Le poesie maggiormente introspettive esistono, ma rimangono minoritarie rispetto ad una scrittura che preferisce mostrare piuttosto che spiegare. Il nucleo incandescente dei testi risiede nei dettagli, nelle scene e negli oggetti, nei dialoghi, più che nelle associazioni simboliche, nei richiami allusivi o nelle analogie che conducono direttamente all’interiorità dell’autore.

Mozzi dimostra, in questo senso, una notevole capacità nell’ utilizzare pochissimi elementi per restituire il senso profondo di una situazione o di una persona. Una parte — uno scambio verbale, un particolare del corpo, un oggetto descritto con insistenza — finisce per significare il tutto. È una strategia che può essere accostata, con le dovute differenze, al «correlativo oggettivo» montaliano: ciò che non potrebbe essere espresso direttamente, perché la parola rischierebbe di esserne sopraffatta, viene affidato ad una realtà concreta capace di contenerlo.

La poesia non deve allora necessariamente spiegare il dolore, la perdita o il rapporto con i morti. Può limitarsi a mostrarne le tracce. Il lettore viene invitato a sostare davanti a queste scene e ad accogliere un’esperienza senza pretendere di interpretarla fino in fondo, perché esistono momenti nei quali ogni volontà di dire finisce per esaurirsi: «quando la volontà di dire / cessa spossata e il mondo / è una sfocata immagine che trema». È forse proprio qui che si trova uno dei significati più profondi di Il mondo vivente. La poesia di Mozzi parte dalla singolarità assoluta delle cose — una casa, un comodino, una cena, una frase, un oggetto conservato — e attraverso quella singolarità raggiunge qualcosa che la oltrepassa. Il particolare non è soltanto particolare: diventa una soglia. La memoria individuale, nella sua concretezza irriducibile, finisce per aprire uno spazio più ampio, nel quale l’esperienza del singolo può essere riconosciuta come esperienza comune.

In questo senso il libro è, propriamente, metafisico: non perché ricorra a un linguaggio astratto o a una dimensione trascendente esplicitamente dichiarata, ma perché riesce a rimandare a un «oltre» proprio a partire dalla materia minima dell’esistenza. Un oggetto, un gesto o una frase diventano capaci di contenere la presenza di chi non c’è più, e insieme di ricordare al lettore la precarietà di ogni presenza. Il «mondo vivente» è allora anche il mondo delle cose che sopravvivono agli esseri umani, delle tracce che la vita lascia dietro di sé e attraverso le quali, per un istante, ciò che è scomparso torna a essere presente. La forza della poesia di Mozzi sta infine nella capacità di non sottrarre nulla a questa contraddizione: le persone muoiono, le cose restano, la memoria conserva ma inevitabilmente trasforma, la parola tenta di dire ma sa di non poter restituire integralmente ciò che è stato. La poesia può però raccogliere queste tracce e disporle sulla pagina. E proprio da questa disposizione di frammenti — materia, memoria, voce e ritmo — nasce la possibilità di fare del ricordo non una semplice commemorazione del passato, ma una nuova forma di vita.

da Il mondo vivente (LietoColle 2020)

La signora Graziella non sa parlare italiano.
Il suo dialetto è così antico
che il senso preciso di alcune parole mi sfugge.
Il verbo «mołestàr», che non significa «molestare»
ma «fare qualcosa con le mani, muovere cose»:
«Ieri so ndà mołestàr in te l’orto»,
«El dotór me ga dito de no mołestàre a gamba».
I nostri genitori, colti, ci hanno allevati nell’italiano,
che per loro era lingua acquisita, la lingua
dello studio – erano biologi – e del lavoro.
Conversavano in dialetto, usavano l’italiano
con noi bambini.
Così per me l’italiano non è stato veramente
lingua materna, ma una specie di buona educazione
come usare le posate, dire grazie, non sporcarsi.

*

Quando mia mamma cominciò a insegnare
nella scuola media di Sottomarina
(io non ero ancora nato)
ci fu quasi una rivolta in paese.
Le madri attesero il preside nel cortile della scuola.
Lui non capiva niente delle loro proteste in dialetto
(era appena stato catapultato lì da Filicudi).
Fu chiamato come traduttore e mediatore il parroco,
che risolse la cosa predicando in chiesa:
«Una donna professore, anzi professoressa, va benissimo,
le donne sono anche più brave degli uomini».

*

Nel quadernone sono scritti i numeri
da 1 a 2034, in colonne da sei.
I numeri primi sottolineati in rosso.
Era ancora alla scuola dell’avviamento, mio padre,
quando trovò un metodo per predire i numeri primi
valido fino a mille, o poco più.
Nei suoi ultimi anni passava ore, ogni giorno, in poltrona
a contemplare il quadernone
alla ricerca di un metodo generale.
«Ma anche se lo trovassi, che credito vuoi che mi diano?
Sono un biologo, sono un vecchio».
L’aveva sul comodino
in ospedale, quando morì.

*

Mio zio Domenico e mia zia Luisa
erano in visita.
Chiacchieravano di cose loro, i grandi.
La finestra spalancata, l’aria calda, il buio.
I pini marittimi e i due cedri del Libano nel prato dietro casa
(«il prato qui dietro», si chiamava)
appena visibili.
Appoggiato al balcone scrissi
una lunga poesia, la storia di un bambino
che voleva i pinoli, ma non glieli davano.
Destò ammirazione.
Lungo tutti i miei sessant’anni di vita
non ho mai saputo quale fosse il mio desiderio,
quello che poteva solo essermi negato.
(Era un desiderio spaventoso?
Ho sempre pensato che fosse un desiderio spaventoso).

*

Scrissi un libro di poesie che avevo vent’anni.
Ne feci in copisteria cinque o sei copie,
con una copertina gialla.
S’intitolava Si fa per dire.
Non ce l’ho più, forse ne ha una copia
(ma non se ne ricorda) mia sorella.
Ma il titolo mi basta, questo dire
per voler dire fu il mio errore
anziché lasciare che dicessero
il corpo, le cose, i gesti quotidiani,
la polvere che resta quando la volontà di dire
cade spossata e il mondo
è «una sfocata immagine che trema».

*

Molto tempo dopo cominciai a domandarmi
quanto la lingua, la grammatica, l’alfabeto
determinassero la conoscenza del mondo,
la forma del pensiero.
Troppo tardi compresi
che lingua, grammatica e alfabeto
creano il mondo stesso.
Per molto tempo la mia segreta ambizione
fu di scrivere un libro che si aggiungesse al libro.
Oggi mi accontenterei
di aggiungere un po’ di mondo al mondo,
compiere un’azione, un gesto.

*

Dentro di me c’è un oggetto duro e compatto, pietra amorfa
dalla superficie liscia:
un uovo di opale nero, mangiatore di luce.
Da qui vengono le mie parole
perché io le scriva e le conosca.

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