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LO SPAZIO DELLA MEMORIA E LA MUSICA DELLA PAROLA. UNA LETTURA CRITICA DI UNA POESIA DI VALENTINA COLONNA

Letteratura. Arte, Poesia / Roberto Puzzu / 258

La poesia Taranto rappresenta uno degli esempi più significativi della poetica di Valentina Colonna, poiché concentra in pochi versi alcuni dei nuclei fondamentali della sua scrittura: il rapporto tra spazio e memoria, la sovrapposizione di dimensione individuale e collettiva, la musicalità del verso libero e la continua ricerca di immagini capaci di trasformare il paesaggio in organismo vivente.

Fin dal verso iniziale la città viene personificata: «Taranto ha un dolore». Il soggetto lirico non descrive semplicemente un luogo, ma attribuisce alla città una corporeità emotiva. Il dolore non appartiene agli abitanti soltanto, bensì alle strade stesse, «che si tengono strette con i ponteggi in ferro», immagine che unisce architettura e anatomia. I ponteggi non sono soltanto strutture edilizie, ma diventano metafora di un’identità precaria che tenta di sostenere il peso della storia. Il riferimento ai «settant’anni» introduce immediatamente una temporalità storica precisa, che rinvia alla lunga crisi industriale del territorio tarantino e alla convivenza tra sviluppo economico, degrado ambientale e memoria civile.

La città, tuttavia, non viene rappresentata attraverso un linguaggio documentario o realistico. Colonna costruisce una geografia poetica nella quale ogni elemento urbano assume un valore simbolico. L’acqua che scende dai balconi diventa «pianto», i bambini che giocano conservano una vitalità che convive con la decadenza, mentre quest’ultima «sorride con le ginocchia sbucciate». Si tratta di una delle immagini più originali della poesia: la decadenza viene infantilizzata, privata della sua immobilità monumentale, assumendo invece il volto quotidiano di una città che continua ostinatamente a vivere.

La forza della scrittura risiede proprio nella continua oscillazione tra rovina e vitalità. Il degrado non produce immobilità, ma genera movimento. Il «paniere di segreti» che scende dalla ringhiera trasforma un gesto domestico in un’immagine quasi rituale, nella quale la memoria collettiva continua a circolare silenziosamente tra gli abitanti. Il porto, il mare e le case popolari costituiscono così un unico spazio simbolico, attraversato da una rete invisibile di relazioni.

L’immaginazione poetica procede per accumulo di immagini fortemente visive. Le ciminiere «fumano e non guardano»: l’industria viene privata di ogni soggettività etica, trasformandosi in una presenza impersonale e inesorabile. Il contrasto con «i gatti – padroni veri del sole» introduce invece una sospensione lirica che restituisce alla natura una sovranità temporanea. La città industriale e quella animale convivono nello stesso paesaggio, senza che una cancelli completamente l’altra.

Particolarmente significativa è la costruzione metaforica della seconda parte della poesia. «Tralicci come cipressi» accosta il paesaggio industriale al cimitero, fondendo tecnologia e morte in una sola immagine verticale. Il paragone produce un cortocircuito semantico: gli elementi dell’industria assumono il valore simbolico tradizionalmente attribuito agli alberi funerari. Analogamente, «le pale corrono al vento come il cane nel grano», introducendo un improvviso movimento naturale che interrompe la fissità del paesaggio industriale. Colonna costruisce così una continua dialettica fra artificio e natura, fra macchina e organismo vivente.

L’ultima sequenza della poesia raggiunge una particolare intensità simbolica. «Le civiltà sommerse bruciano le radici che non vedi»: la memoria storica viene rappresentata come una combustione sotterranea. Le radici non alimentano la vita, ma il fuoco della dimenticanza. Il tempo perduto non scompare; continua invece a consumare silenziosamente il presente. Di grande efficacia è l’espressione «il brusio che fanno gli occhi», autentica sinestesia che fonde percezione visiva e sonora. Gli occhi non vedono soltanto, ma producono rumore; la memoria diventa così esperienza sensoriale complessa, nella quale i confini tra le percezioni vengono continuamente superati.

Da un punto di vista stilistico emerge una delle caratteristiche più riconoscibili della poesia di Valentina Colonna: il verso libero, ampio e disteso, procede per unità sintattiche che ricordano il respiro musicale più che la scansione metrica tradizionale. La musicalità non nasce dalla rima o dall’isosillabismo, bensì dalla distribuzione degli accenti, dalle ripetizioni lessicali («brucia», «radici»), dalle allitterazioni e soprattutto dalla costruzione di immagini che ritornano come motivi di una composizione musicale.

L’influenza della formazione musicale dell’autrice si coglie nella capacità di orchestrare le immagini secondo un principio di variazione continua. Ogni strofa introduce un nuovo motivo — la strada, l’infanzia, il porto, le ciminiere, il cimitero, le radici — senza rompere l’unità tonale della composizione. La poesia procede come un movimento musicale nel quale i temi vengono progressivamente trasformati mantenendo costante la tensione emotiva.

In Taranto la città diventa dunque una metafora della condizione umana. Il paesaggio urbano non è semplice oggetto di descrizione, ma luogo in cui storia, memoria e identità si intrecciano. La dimensione civile della poesia non assume mai il tono della denuncia diretta: essa si realizza attraverso la forza delle immagini, che rendono percepibile la stratificazione del tempo e il peso invisibile della memoria. In questo equilibrio fra osservazione concreta e trasfigurazione simbolica risiede uno degli aspetti più originali della poesia di Valentina Colonna, capace di coniugare intensità lirica, riflessione storica e rigorosa costruzione formale.

Taranto ha un dolore per le strade che si tengono

strette con i ponteggi in ferro

da settant’anni in lotta per reggere la storia.

Lei scorre in tini d’acqua calanti dal balcone in un pianto di bambini che scrutano i passanti mentre giocano a pallone in calzoncini corti.

La decadenza sorride con le ginocchia sbucciate. È un paniere di segreti che scende la ringhiera pescando ad occhi chiusi in questo mare-porto.

Le ciminiere all’orizzonte fumano e non guardano anche nell’ora della siesta, quando ancora le città sono in potere dei gatti – padroni veri del sole.

Tralicci come cipressi affilano il cielo del cimitero e le pale corrono al vento come il cane nel grano, nel teatro abbandonato tra gli ulivi infuocati.

Le civiltà sommerse bruciano le radici che non vedi: brucia il tempo affondato che chiami dimenticanza, le ombre che calpesti nel brusio che fanno gli occhi.

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