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Saro racconta Harry

Benessere / Giuseppe Mazzocco / 257

Incontro Rosario Spoto, chiamato Saro, presso la trattoria marinara Lo Scalo, di Acireale (CT), che gestisce insieme alla moglie Agata. Il locale, affacciato a strapiombo sul mare, a 150 metri d’altezza, con una vista spettacolare, si trova sulla Timpa (in dialetto siciliano ripido dirupo), un costone roccioso costiero lungo circa sette chilometri e largo fino ai cinquecento metri, riserva naturale protetta e boscata, dalla quale si vedono i rilievi della Calabria.

Saro è un pescatore ed un subacqueo autorizzato, con permesso di pesca speciale delle autorità competenti (come lui, solo altre pochissime persone), che può conferire tracciabilità al pescato, soprattutto ricci ed occhi di bue (gli abaloni o orecchie di Venere). Ha una barca, armata per questo tipo di pesca con ganci e rastrelli, con la quale si sposta al largo dell’imponente scarpata della Timpa.

Saro ama il mare fin da bambino, quando il padre pescatore lo portava in barca e gli trasmetteva il rispetto per quei fondali, da cui la famiglia traeva il sostentamento quotidiano. In quelle stesse acque si immerge, abitualmente, fino ai 20 metri (con muta, bombole e pinne) da tanti anni, nel periodo di pesca, per tre volte la settimana e non solo per pescare. Considera il costone della Timpa come un altare, a cui va dato riguardo e protezione, davanti al quale ci si sente piccoli e da dove si continua a prendere ciò che si mangia.
Come “esploratore marino” abituale conosce benissimo la particolare conformazione dei fondali; mi riferisce che il ripido costone, che si immerge a strapiombo per circa otto metri, si trasforma in un “balcone” orizzontale di qualche diecina di metri che, improvvisamente, si butta nel blu più cupo, fino ai quaranta metri circa. Questa particolare conformazione a gradone, per dirla con Saro, è un inginocchiatoio che madre natura ha messo davanti alla maestosità della Timpa.

Saro conosce bene questi fondali, fatti di rocce ed asperità ricoperte da alghe e molluschi e frequentati da una fauna marina molto variegata, fatta da pesci piccoli, che risiedono sul balcone degli otto metri, e da altri, anche molto grandi, che vengono verso la luce da altezze considerevoli.
Ogni angolo di queste profondità gli è noto perché da molti anni li accarezza con lo sguardo e li passa in rassegna, tanto che ha dato ad alcuni di loro, messi in posizioni strategiche, un nome che l’aiuta ad orientarsi ed a “sentirsi a casa”, sapendo sempre dove si trova.
Una volta scelta la zona, Saro àncora la barca e, indossate la muta e le bombole, si immerge in quel mondo fantastico fatto di silenzio, di colori che variano a seconda della luce e della profondità e con una fauna dai guizzi veloci.
Alcune particolari rocce della scogliera, che degradano rapidamente verso altezze importanti, gli ricordano i metri d’acqua che ha sulla testa e il tipo di pesce che ci vive; studia le mutevoli correnti ed ammira con rispetto il profondo blu che si apre sotto di lui; riconosce gli imponenti massi che costituiscono l’habitat abituale di seppie e polpi.
Un mondo particolare, in una zona singolare della costiera jonica che sposa il mare con la roccia della Timpa dove, secondo la leggenda, Ulisse accecò Polifemo e trovò la salvezza sulle stesse acque di Aci Trezza che, tanti anni dopo, furono il teatro della tragica vicenda dei Malavoglia, scritta da Giovanni Verga. La riviera, con i “faraglioni dei Ciclopi”, ha un mare importante, anche dal punto di vistala culturale, che per le sue particolarità rappresenta un bene da preservare.

Quei fondali rocciosi, che animavano il sommerso e che erano censiti e riconosciuti come punti di riferimento, non esistono più! Il passaggio del tifone Harry ha trasformato i profili noti, “pettinando” i fondali con una forza così grande che ha staccato i massi più grossi e li ha lanciati, con la forza di gigantesche onde, sulla terra ferma, abbattendo case, auto e lasciandoli cadere su strade e piazze!

Il tifone Harry ha fatto danni, sulla costiera orientale della Sicilia, stimati per oltre un miliardo di euro, sgretolando strade litoranee, abbattendo stabilimenti balneari, distruggendo strutture alberghiere e cambiando i connotati di quanto era presente sulla terra ferma!

Considerevoli danni, però, sono stati fatti sulla biodiversità subacquea; su quella parte del mare che non si vede e che viene raccontata, sommessamente, da chi la conosce e la frequenta abitualmente!
Di questo tifone, tanti sono stati i resoconti e tante sono ancora le “ferite” aperte dalla furia dell’acqua e del vento: altezze delle onde stimate in oltre 15 metri, con venti alla velocità di 140 km/h ed, a distanza di mesi (dalla sera del 20 gennaio), il disastro è ancora evidente!

Ma non è di questo che voglio riferire o del ciclone Harry che ha infranto sogni, in una zona dove la Sicilia mostrava il bello dell’essere storia, cultura, arte, imprenditorialità ed accoglienza.
Voglio, invece, far conoscere (perché nessuno l’ha fatto) quello che è successo sotto la superficie del mare, davanti alla Timpa, sui massi dell’appiombo dei primi metri, sulle asperità del gradone orizzontale e sulla scoscesa ripidità che si apre verso il profondo, riportando le emozioni di un testimone.
Saro, dopo il passaggio del tifone e quando il mare era tornato limpido, è tornato a controllare quel mondo amico, a lui molto noto. Ha ancorato, come sempre, la barca; ha indossato l’attrezzatura e, sapendo cosa avrebbe visto, si è immerso.
Grande è stata la sua sorpresa nel non riconoscere i massi “amici”, che avevano fatto da “cornice” ai suoi quarant’anni di frequentazione subacquea.
Mi ha raccontato che, spaesato, si è guardato attorno e, percependo che aveva sbagliato il punto dell’immersione, è risalito in superficie, per spostarsi nei luoghi abituali.
Una volta in barca ha riconsiderato i riferimenti del suo portolano ed ha capito, sempre con stupore, che l’immersione era stata fatta nel posto giusto: era cambiato il fondale! Si è affrettato a tornare sotto per verificare questa incredibile ipotesi. Man mano che scendeva sott’acqua si rendeva conto di non vedere più i grossi massi di riferimento che, staccati dalla furia del mare, avevano lasciato delle vistose buche.
Il ciclone Harry aveva “rastrellato” le pareti rocciose, rimuovendo le rocce, portandole in superficie e scagliandole, con onde gigantesche, sulla terra ferma!

Saro si è trovato, così, a vivere un’immersione in un luogo che non riconosceva; tutto era diverso e non aveva più i riferimenti noti che aveva sempre usato per orientarsi. La sorpresa era grandissima!
Un mondo sommerso immediatamente diventato diverso: non più gli stessi colori, le verdi alghe, i guizzanti pesci, le conchiglie madreperlacee degli occhi di bue, le tane dei polpi con il loro ingresso pieno di ciotoli chiari, conchiglie e carapaci di granchio e le fosse sabbiose delle seppie. Nulla era più come prima! Le carte nautiche che aveva in barca e che riportavano le diverse profondità per guidare la navigazione costiera erano documenti inservibili!
Saro mi riferisce che la Marina Militare e gli altri organi marittimi hanno dovuto rifare la mappatura del nuovo fondale, con precisi rilevamenti delle rocce in profondità e di quelle affioranti. Il ciclone Harry ha “raschiato”, con una furia inimmaginabile, il profilo subacqueo scagliando i massi immersi sulle strade litoranee e sulle case.

Saro è andato a vedere i massi scaraventati dalla furia dell’uragano su una piazza di un paese rivierasco ed io, che ascoltavo il suo racconto, ho avuto la sensazione che ne avesse riconosciuto più di uno (ma questo resta un mio dubbio).

Considera quelle pietre una parte amputata di un mondo subacqueo che muore all’aria, con le alghe ed i molluschi ancora incrostati sulle superfici, in un profumo di mare come ultimo alito di un regno sommerso, che non c’è più e che non avrà nessun tipo di ristoro.
Quella visita di Saro a quei blocchi di roccia marina è stato il funerale delle pietre sommerse di quel mare che ama tanto, ma è anche una spinta a tornare ad immergersi per conoscere i nuovi scogli e toccare quelle buche lasciate da quelli estirpati, che saranno tane per polpi ed ancoraggio per occhi di bue, con la vita subacquea che, dice Saro, rifiorirà.
Saro racconta Harry, per non dimenticare.
Una nota: l’organizzazione della prevenzione, capendo che era in arrivo una catastrofe (il tifone Harry), ha fatto un’opera capillare, casa per casa, per far evacuare gli abitanti delle località ritenute a rischio (molto riluttanti ad andare via) e mettendoli in salvo nell’entroterra. Un’operazione che ha evitato innumerevoli morti. A questa operazione va dato merito ed un sentito grazie.

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