IL LIMITE / Raniero Regni / 254
| Non è possibile essere sani in una società malata J. Krishnamurti |
| Se si dovesse individuare un unico tratto per definire la nostra epoca sarebbe proprio quel punto cardine a partire da cui la soluzione diventa parte integrante del problema M. Benasayag |
La domanda che campeggia nel titolo è chiaramente una domanda retorica, perché la risposta è no, non si può essere sani in un ambiente malato. Noi cerchiamo prodotti genuini, possibilmente biologici, cerchiamo di ridurre il nostro impatto ambientale, differenziamo diligentemente e cerchiamo di ridurre la nostra quotidiana produzione di rifiuti, cerchiamo di vivere in ambienti il più salubri possibile, teniamo sotto controllo quello che potrebbe nuocere alla nostra salute, e così via. Ma poi ti ritrovi vicino a casa due cementifici che bruciano centomila (dico centomila) tonnellate di rifiuti, diventando di fatto degli inceneritori, ma con minori controlli, immettendo in atmosfera sostanze sicuramente tossiche, che ricadono al suolo e ti impediscono anche di comperare la verdura a chilometro zero o l’olio o il vino del produttore amico, perché i metalli pesanti ricadono al suolo e nessuno ha mai fatto controlli sul “top soil”, per vedere quanto cumulo di sostanze nocive si crea nel suolo in sessant’anni e entrano nella catena alimentare. Ma, se si seguono i prodotti che acquistiamo al supermercato in tutta la filiera, che va dalla produzione al consumo, scorgiamo, tra l’altro che molta frutta, ad esempio le banane o il caffè, è prodotta in paesi poveri e, al netto dello sfruttamento della manodopera locale, vengono coltivati con l’uso di anticrittogamici che in Europa sono vietati ma che in quei paesi vengono irrorati a tutto spiano con gli aeroplani. Quindi all’inquinamento che avvelena l’ambiente si collegano altre forme di inquinamento, di malattia del mondo, come lo sfruttamento, l’ingiustizia, il razzismo.
Può non piacere ai populisti, nazionalisti, isolazionisti, ma viviamo in un mondo interconnesso dove le reti di scambio sono così fitte e le interdipendenze così radicate che non possono essere mai ridotte alla semplicità e alla linearità. Sì viviamo in un mondo interconnesso e l’aria o l’acqua o l’inquinamento o le pandemie se ne infischiano dei confini e delle frontiere. Viviamo in un sistema complesso in cui tutto è legato a tutto e un sistema complesso non è mai eguale a se stesso, ogni intervento entra in risonanza con il tutto. Non a caso una delle risposte date dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, una di quelle organizzazioni multilaterali, internazionali, che i nazionalisti alla Trump vorrebbero smantellare, propone il concetto di “One Health”, ovvero di “una sola salute” come concetto adeguato alla sfida della complessità. La salute degli umani è strettamente collegata a quella dell’ambiente naturale e a quella degli altri animali non umani. L’approccio alla salute deve essere olistico e globale. Medici, veterinari, biologici, scienziati ambientali ed esperti di salute pubblica devono necessariamente lavorare insieme, con un approccio profondo e interdisciplinare che è fatto proprio anche dall’Istituto Superiore della Sanità italiano e dall’Agenzia per la sicurezza alimentare europea. La collaborazione, la condivisione delle ricerche e dei risultati e l’educazione ambientale e alla salute ne sono i corollari.
Se un sistema complesso è fatto da così tante parti che non sono trattabili separatamente, vuol dire che il tutto è superiore alla somma delle parti, vuol dire che anche l’improbabile può diventare probabile. E qual è il contrario dell’approccio olistico alla salute come a tutto il resto? È l’approccio riduzionista. Il riduzionismo è l’esempio più evidente di quelle che il grande epistemologo G. Bateson aveva definito già nel 1971 “patologie dell’epistemologia”, ovvero malattie del nostro modo di pensare anche a livello di produzione del sapere scientifico. Egli scriveva, “ora cominciamo a scorgere alcuni degli errori epistemologici della civiltà occidentale…l’unità di sopravvivenza è l’organismo più l’ambiente. Stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il suo ambiente distrugge sé stesso. Il congedo dal paradigma del dominio comporta un salto antropologico che richiede un salto epistemologico”.
Il riduzionismo si basa sul considerare la parte isolata dal tutto e si interessa solo al breve termine. Oggi lo si può definire, con un’espressione coniata dal filosofo e psicanalista argentino Benasayag, il “pensiero dell’ingegnere”. L’ingegnere, non il professionista che tutti conosciamo, ma il modo di pensare ingegneristico, legge ogni situazione con lo schema binario dell’individuazione del problema e della sua soluzione, basandosi su di una razionalità lineare e meccanica. È il pensiero della separazione ontologica, come se l’umo fosse separato dalla natura, come se i mezzi fossero sparati dai fini, il breve termine dal lungo termine. Ovvero il contrario del pensiero della complessità, per cui quasi sempre la soluzione finisce per diventare parte del problema. Infatti, “l’ingegnere, archetipo di quel soggetto che si pone all’esterno dell’insieme, che studia e modifica seguendo uno schema che articola l’obiettivo e i mezzi per raggiungerlo”, cade però nel paradosso per cui, “in un mondo complesso, colui che sa troppo bene dove va finisce sempre per perdersi”.
Il riduzionismo che isola e separa, usa poi il machiavellico “il fine giustifica i mezzi”, per cui usa tutti i mezzi in suo potere per raggiungere il fine che essendo miope finisce per essere sbagliato. È sicuramente più vero il contrario, come diceva E. Morante, “anzi la verità sta nel suo rovescio. I mezzi denunciano il fine”. Per cui ai mezzi sbagliati corrisponde un risultato sicuramente sbagliato.
Hanno quindi ragione gli amici medici e ricercatori che fanno parte dell’Organizzazione mondiale Medici per l’ambiente quando sostengono, non solo l’importanza del concetto di One Health, ma applicano anche quello di “prevenzione primaria”, ovvero la necessità di agire sulle cause ambientali delle patologie. Nel caso della mia città, Gubbio, hanno ragione a evidenziare come il registro tumori dell’Umbria, segnala per il distretto Alto Chiascio di cui Gubbio costituisce più della metà dei cittadini, per il quinquennio 2016/2020, segnala che nella zona di Gubbio, unica città dove si trovano due grandi cementifici, si segnalano un numero di tumori superiori alla media nazionale e regionale. Quando si accende una spia è compito delle istituzioni vedere che cosa succede e fare un’accurata indagine epidemiologica. Perché è inutile curare quando non si rimuovono le cause della malattia, gran parte della quali, oramai lo sappiamo, sono dovute all’ambiente e come questo interferisce con i nostri organi e con la nostra genetica.
È questa una situazione tragica che vede in conflitto tra un obsoleto tipo di produzione industriale e i cittadini, soprattutto la popolazione infantile, esposta involontariamente al rischio ambientale e costretta a pagare un prezzo molto alto in termini di salute. Ma il bruciare rifiuti, invece di ridurli e riciclarli come materia prima-seconda, è la tipica soluzione che diventa la causa del problema. Effetto collaterale trascurabile, direbbe l’ingegnere, una cosiddetta esternalità, direbbe l’economista, o, invece, un attentato alla salute, come dicono i Medici per l’Ambiente? Ma anche questa è una domanda retorica.




