Home La Rivista MASSIMO LIPPI: IL FURORE DELLA REDENZIONE TRA VERNACOLO, SACRALITÀ E DISSIDENZA

MASSIMO LIPPI: IL FURORE DELLA REDENZIONE TRA VERNACOLO, SACRALITÀ E DISSIDENZA

La poesia di Massimo Lippi occupa una posizione anomala e appartata nel panorama della letteratura italiana contemporanea. Scultore, pittore e poeta, Lippi sviluppa una scrittura che si sottrae alle principali correnti della seconda metà del Novecento, costruendo un universo linguistico e simbolico in cui convergono cristianesimo apocalittico, memoria contadina, tensione escatologica e radicale dissenso verso ogni forma di ideologia pacificata. Le osservazioni di Alfonso Berardinelli e di Franco Fortini consentono di individuare alcuni nuclei fondamentali della sua opera: il rapporto conflittuale con il linguaggio politico, la dimensione spirituale dell’impegno poetico, l’intreccio tra cultura alta e tradizione popolare, la centralità di una visione religiosa che assume spesso i caratteri del furore profetico.

Quando Berardinelli, nel 1982, afferma che «il cristianesimo insieme rigoristico e paganeggiante di Lippi si impadronisce anche delle parole del socialismo», individua un aspetto decisivo della sua poetica. La presenza del lessico politico e sociale non corrisponde infatti a una adesione ideologica. Al contrario, il poeta si appropria di quel vocabolario per sottoporlo a una radicale torsione critica. Le parole della tradizione socialista vengono ricondotte a una dimensione più originaria e più tragica dell’esperienza umana, dove la questione della giustizia non può essere separata da quella della salvezza. Lippi sembra diffidare di ogni prospettiva storicistica che prometta la redenzione dell’uomo attraverso il progresso politico. La sua poesia oppone alla fiducia nelle strutture sociali una ricerca che investe la totalità dell’essere, il dolore, la colpa, il destino e la morte.Da questo punto di vista, il suo atteggiamento può essere definito profondamente anticonformista. Egli rifiuta tanto le consolazioni della modernità secolarizzata quanto quelle di una religione ridotta a pratica istituzionale. Il cristianesimo di Lippi non è mai rassicurante: è una forza inquieta, capace di entrare in conflitto con il presente e di denunciare le falsificazioni della storia.

Particolarmente illuminanti sono le parole di Fortini, secondo il quale la poesia di Lippi pone alle proprie radici «una affermazione e un diniego, un sì e un no». Tale osservazione permette di comprendere la natura profondamente dialettica della sua scrittura.L’intera opera di Lippi appare attraversata da una tensione irrisolta tra disperazione e speranza, condanna e misericordia, materia e trascendenza. Non si tratta di opposizioni che trovano una sintesi pacificante, ma di polarità che restano aperte e producono energia poetica. La sua parola nasce precisamente da questa frattura.Per tale ragione Fortini parla di una necessità «quasi fisica», di un «gorgoglio costretto a una tumultuosa via d’uscita». La poesia non appare come esercizio stilistico o costruzione intellettuale, bensì come manifestazione di una urgenza esistenziale. Essa scaturisce da un conflitto interiore che coinvolge simultaneamente il corpo, la memoria, la fede e la storia.In questo senso l’eventuale definizione di “poesia impegnata” risulta insufficiente. L’impegno di Lippi non coincide con la partecipazione politica in senso stretto, ma con una radicale interrogazione della condizione umana. È un impegno ontologico e spirituale, che investe il significato stesso dell’esistenza.

Fortini coglie un altro elemento essenziale quando accosta Lippi alla sensibilità dei dissidenti sovietici e soprattutto all’universo cinematografico di Tarkovskij. Il riferimento a Andrej Rublëv, Stalker e Lo specchio non è casuale. Come nei film del regista russo, anche nella poesia di Lippi il reale è continuamente attraversato da una luce metafisica. Il paesaggio non è mai soltanto paesaggio; esso diviene segno, simbolo, luogo di una rivelazione possibile. La materia conserva sempre una dimensione spirituale, mentre il sacro si manifesta attraverso elementi concreti e quotidiani. Da qui nasce quella che Fortini definisce una forma di «furore estatico». L’estasi non coincide con l’abbandono mistico, ma con una intensificazione estrema dello sguardo. Le cose del mondo vengono percepite nella loro nudità originaria e nel loro valore escatologico. La poesia diventa allora il luogo di una visione che insieme giudica e redime. In questa prospettiva, il poeta assume tratti quasi profetici. La sua voce denuncia la degradazione del presente ma continua a custodire l’attesa di una verità ultima. La tensione apocalittica non si risolve mai in puro nichilismo, perché rimane sempre orientata verso una possibilità di riscatto.

Uno degli aspetti più originali dell’opera di Lippi riguarda la lingua poetica. Il forte radicamento nel vernacolo senese e nella cultura contadina potrebbe suggerire una scrittura spontanea e popolare. Tuttavia Fortini sottolinea come questa operazione sia in realtà «ipercolta», analogamente a quanto accade nelle esperienze del brutalismo o dell’arte povera. La lingua di Lippi è infatti il risultato di una costruzione sofisticata. Gli arcaismi, le inflessioni dialettali, le forme lessicali antiche non rappresentano semplicemente un recupero nostalgico della tradizione. Essi diventano strumenti di una ricerca espressiva che mira a restituire una profondità temporale perduta.Attraverso tale scelta linguistica il poeta realizza una duplice operazione. Da un lato conserva la memoria di una civiltà contadina minacciata dalla modernizzazione; dall’altro crea una distanza rispetto alla lingua standard contemporanea, sottraendosi alle sue convenzioni e alle sue semplificazioni. La parola poetica assume così una densità quasi materica, coerente con la sensibilità dello scultore. I vocaboli sembrano emergere dalla terra stessa del paesaggio senese, portando con sé tracce di storia, lavoro, sofferenza e fede.

Nella poesia di Lippi il territorio delle Crete Senesi e della campagna toscana non costituisce un semplice sfondo. Esso diventa una vera e propria geografia spirituale.Il paesaggio fisico e quello interiore tendono a sovrapporsi. La durezza della terra, la luce abbacinante, l’aridità delle colline, la presenza delle stagioni e dei cicli agricoli si trasformano in figure della condizione umana. La natura non è idealizzata; al contrario, essa conserva un carattere severo, spesso drammatico, che richiama la fragilità dell’esistenza.In questo contesto si comprende anche il richiamo alle lettere di santa Caterina da Siena. Come nella scrittura della mistica senese, anche in Lippi la passione religiosa assume toni accesi, corporei, talvolta violenti. La parola è attraversata da una energia spirituale che rifiuta ogni forma di equilibrio classicistico e tende verso l’invocazione, il grido, la testimonianza.

L’orizzonte ultimo della poesia di Lippi è tuttavia la pietà. Pur attraversata dal dramma, dalla denuncia e dal conflitto, la sua scrittura non rinuncia mai alla possibilità della redenzione. La prospettiva escatologica svolge una funzione decisiva. L’«ultimo giorno» cui allude la sua immaginazione poetica non rappresenta soltanto il momento del giudizio, ma anche quello del ritrovamento della verità. Tutto ciò che appare disperso, umiliato o sconfitto viene ricondotto a un significato più profondo. Questa tensione distingue radicalmente Lippi da molta poesia contemporanea segnata dalla frammentazione postmoderna. Nel suo universo permane infatti la convinzione che esista una verità ultima dell’essere, per quanto difficile da raggiungere e da esprimere. La poesia diventa allora uno strumento di ricerca e di attesa, un esercizio di fedeltà verso ciò che ancora non si vede ma che continua a manifestarsi nei segni del mondo.

DA PASSI IL MONDO E VENGA LA GRAZIA

Da ragazzi in campagna
e da per tutto
quando la fornace del giorno
è spalancata per noi
come un carcere di sterpi
che fiorisca
in un grido salutare
circolano umane parole
ed un silenzio vivace
assottiglia il cuore.
Quell’ora sbrecciata
e festevole e muta
cerco da sempre
come fosse il prencipio
del canto
e di ogni miseria.

Marzo 1991

D’inverno poi era un omone goffo
col male da ragazzi
la moglie lo portava all’aria
per riguardo gli metteva un gavòggiolo
di lana ‘ntorno al collo
la gente lo scansava da lontano.
Avrebbe portato la pappa al diavolo.
Una mattina rideva forte
non chiamò nessuno
perché era fatto strullo
sparì dai vincoli
prese da campione
una spettacolosa morte.

Settembre 1984

DA DELL’INVINCIBILE SOGNO

Che rimbalzo ha nella tempesta fragorosa
il martoriato canto del vostro cuore
eccolo nel mio quartiere acquarteriato
m’arriva
come a notte un lumicino
mi cammina dentro e sale come
vapore turchino che vada in cerca
de la mamma.
Lo sento in me
rugliare in corpo
come per voi
è una sillaba
dolce e asprigna come la mora
che dondola nei rovi
l’occhi acuti del settembre.
Distinguo meglio ora
un’ape da lo sciame
che ronza ammontinato al miele.
Un rusignolo distinguo da un agile pettière
entrambi già nella rosa del piombo fino
due capi salvati in extremis
da un vago moscerino
che fastidia tutto il cacciatore.
 

Verrò in bicicletta come mio padre
che a Buonconvento in Val d’Arbia
trovò per strada Piero Bargellini
romèo dell’Anno Santo
Giovanni Scheiwiller come
un fanale che ne la notte cerca
tra orti segnalati qualcosa che combini
con lui, un barbaglio di Speranza
da uno strame
folto di verzure e un male
chiuso-bene a ceralacca
dove la voce che trapela
è di suo padre morto
sotto un tranvai
la notte gridolina di Natale.

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