L’opera di Ubah Cristina Ali Farah merita davvero una lettura approfondita, perché riesce a coniugare densità poetica, riflessione politica e sperimentazione linguistica in una forma rara nella letteratura italiana contemporanea. La sua scrittura apre questioni decisive sulla memoria coloniale, sull’identità diasporica e sulla trasformazione stessa del canone letterario nazionale.
Poetessa, narratrice, drammaturga e interprete orale, Ali Farah rappresenta una delle voci più autorevoli della letteratura postcoloniale italiana, capace di ridefinire il rapporto tra lingua, memoria e identità attraverso una pratica testuale che attraversa confini geografici, linguistici e simbolici. La sua opera si inscrive infatti in quella linea della contemporaneità che considera la scrittura non soltanto come dispositivo estetico, ma come spazio di resistenza epistemologica, nel quale la letteratura assume il compito di restituire visibilità alle soggettività marginalizzate dalla storia coloniale europea.
L’esperienza biografica dell’autrice costituisce una matrice fondamentale della sua poetica. Nata a Verona da padre somalo e madre italiana, cresciuta a Mogadiscio e costretta a trasferirsi a Roma nel 1991 a causa della guerra civile somala, Ali Farah vive fin dall’infanzia una condizione di attraversamento culturale che diventa il centro della sua riflessione letteraria. Tuttavia, la sua scrittura rifiuta ogni riduzione autobiografica o testimoniale in senso stretto. L’esperienza dell’esilio viene infatti trasfigurata in una più ampia interrogazione sulla natura della memoria diasporica e sulla possibilità di costruire appartenenze plurali all’interno di un mondo segnato dalla frammentazione postcoloniale.
In questo senso, la scelta dell’autodefinizione “somalo-italiana” assume un valore teorico decisivo. L’inversione sintattica rispetto alla formula “italo-somala” non costituisce un semplice dettaglio linguistico, ma un gesto politico di decentramento dello sguardo eurocentrico. Attraverso tale nominazione, l’autrice sottrae la propria identità alla logica assimilazionista implicita nella cultura nazionale italiana e afferma invece una soggettività mobile, diasporica, irriducibile a categorie identitarie fisse. La scrittura di Ali Farah si colloca così entro quella “terza dimensione” elaborata dalla teoria postcoloniale — da Homi K. Bhabha a Édouard Glissant — in cui l’identità emerge come processo relazionale, dinamico e incompiuto.
La lingua occupa un ruolo centrale in questa operazione di ridefinizione culturale. L’italiano, nella scrittura di Ali Farah, non è mai uno strumento neutro: esso appare attraversato da tensioni, slittamenti, contaminazioni lessicali e ritmiche che riflettono la complessità dell’esperienza migrante. L’autrice pratica una costante deterritorializzazione linguistica, trasformando la lingua dell’ex potenza coloniale in uno spazio di negoziazione simbolica e di reinvenzione poetica. In tal modo, l’italiano viene sottratto alla sua presunta omogeneità nazionale e restituito alla sua natura plurale, meticcia, transnazionale.
Questa dinamica emerge con particolare intensità nella dimensione poetica della sua scrittura, caratterizzata da una forte oralità e da una musicalità che richiama la tradizione somala del gabay e della poesia orale africana. Il ritmo, la ripetizione, l’invocazione e la frammentarietà diventano strumenti attraverso cui la parola tenta di ricomporre le fratture prodotte dall’esilio. La poesia di Ali Farah non procede per linearità narrativa, ma per immagini mobili, stratificazioni memoriali, ritorni ossessivi di luoghi e voci perdute. La memoria non appare mai come archivio stabile del passato, bensì come processo traumatico e discontinuo, continuamente minacciato dalla dispersione.
Questa concezione della memoria attraversa anche la sua produzione narrativa, in particolare romanzi come Madre piccola, Il comandante del fiume e Le stazioni della luna. In tali opere, la diaspora non viene rappresentata semplicemente come condizione geografica, ma come stato ontologico dell’esistenza contemporanea. I personaggi abitano spazi interstiziali, sospesi tra lingue, città e temporalità differenti; essi vivono una continua negoziazione tra il desiderio di appartenenza e l’impossibilità del ritorno.
Particolarmente significativo è il modo in cui Ali Farah rielabora il tema del ritorno, centrale nella tradizione letteraria occidentale. Se nella narrativa novecentesca italiana — da Cesare Pavese a Elsa Morante — il ritorno rappresentava spesso una ricerca di autenticità originaria, nell’opera di Ali Farah esso si configura come esperienza impossibile. Non esiste più un luogo integro a cui tornare, poiché la guerra, il colonialismo e la migrazione hanno irreversibilmente trasformato sia il territorio sia il soggetto che lo ricorda. La memoria diasporica diventa dunque una pratica di ricostruzione affettiva e narrativa, fondata non sul recupero dell’origine, ma sulla creazione di nuove forme di relazione.
Da questo punto di vista, la sua scrittura dialoga profondamente con le riflessioni di Edward Said sull’esilio come condizione moderna. Tuttavia, Ali Farah supera anche la dimensione malinconica dell’esilio saidiano, proponendo una poetica della connessione e della sopravvivenza. Nei suoi testi, la dispersione non produce soltanto perdita, ma anche nuove possibilità di solidarietà transnazionale, soprattutto femminile. Le figure femminili occupano infatti uno spazio centrale nella sua opera: madri, sorelle, migranti, custodi della memoria orale diventano soggetti capaci di opporsi alla cancellazione storica attraverso la narrazione.
La dimensione politica della scrittura di Ali Farah emerge con particolare forza nella sua critica del colonialismo italiano.
Per lungo tempo rimossa dalla memoria nazionale, l’esperienza coloniale italiana in Somalia riemerge nei suoi testi come trauma storico ancora operante nel presente. La letteratura diventa così uno strumento di decolonizzazione della memoria collettiva italiana. Attraverso il racconto delle soggettività escluse dalla narrazione ufficiale, l’autrice destabilizza il mito autoassolutorio degli “italiani brava gente” e mostra le continuità tra colonialismo, razzializzazione contemporanea e gestione delle migrazioni.
In questo senso, la sua opera può essere letta accanto a quella di altre importanti voci della letteratura postcoloniale italiana, come Igiaba Scego, Gabriella Ghermandi e Cristina Ubax Ali Farah stessa, che hanno contribuito a ridefinire il concetto di italianità attraverso pratiche narrative diasporiche e transculturali. Tuttavia, ciò che distingue profondamente Ali Farah è la dimensione lirica e performativa della sua scrittura: una lingua che non si limita a raccontare il trauma, ma tenta di trasformarlo in ritmo, relazione e ascolto.
L’opera di Ubah Cristina Ali Farah rappresenta dunque una delle espressioni più alte della contemporaneità letteraria italiana. La sua scrittura non soltanto amplia il canone nazionale, ma ne mette radicalmente in discussione i fondamenti identitari e storici. Attraverso una poetica della migrazione, della memoria e della contaminazione linguistica, Ali Farah costruisce uno spazio letterario capace di pensare il mondo oltre le categorie della nazione, dell’origine e dell’appartenenza esclusiva.
La sua opera testimonia come la letteratura contemporanea possa ancora svolgere una funzione critica essenziale: non quella di offrire identità pacificate, ma di rendere visibili le fratture, le rimozioni e le possibilità inedite che attraversano il presente globale. In questa prospettiva, la scrittura di Ali Farah appare come un laboratorio etico e poetico della postcolonialità, in cui la parola diventa pratica di ascolto, ricomposizione e resistenza contro ogni forma di cancellazione culturale.
Strappo
Nel gruppo di donne
Sono di madre europea
questo mi distingue
Un’adolescente snodata
Sulla sabbia, in mezzo alle coetanee
cado giù in spaccata
Attenta che ti strappi
Goccerai sangue
Ceeb
Non troverò marito
Non sono pura, chiusa, bella
Quelle piccole labbra pendenti
sono brutte
Caado
Idil così orgogliosa
al centro di tutti
Le gambe immobili
un fiore sul pube
un abito largo
Sarò mai presa anch’io dai venti?
Aliti insani che risalendo le viscere
Mi penetreranno i pensieri?
Insetti prenderanno la mia mente?
Un segno sul corpo
mi scompenserà?
Ci laviamo con le altre donne
I miei figli sono i loro figli
Voglio tenere insieme tutti i pezzi
Indossare l’abito con le altre
Senza di loro, vecchie e adolescenti,
storpie e bellissime, bianche e nere,
io non esisto
Sono donna finché loro esistono
Aspetta, lasciami attraversare la soglia..
Aspetta, lasciami attraversare la soglia a occhi chiusi
la sedia del re è vuota, il guanto mostra l’investitura,
il potere è sconnesso
Veli e disveli, sguardo obliquo, ubiquo
Com’è facile, dopo tutto, ingannare alla vista
(nascondi il braccio imputato)
ammaestrare i confini del vuoto
Ho scavato la terra a mani nude per trovare il segreto e quel che resta
di tremila vergini in terracotta,
vene d’acqua, nidi e tombe sotto strati di sabbia e di pelle
Le mie dita disegnano frammenti e specchi,
cancellati dalla memoria
Risalgo i battiti del tempo,
mia madre, la madre di mia madre, matrioske perforate
Datemi una candela perché io possa guardare dentro
e ricomporre la mappa dell’amore nei corpi sconsacrati




