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Premio a Mariassunta Martellone: l’arteterapia che nasce dal Male. Depatologizzazione ed eroicizzazione delle diversità

Letteratura -Arte – Poesia / Adriano Emi / 249

 «Per la capacità di coniugare arte, cultura e psicologia, trasformando l’immaginario onirico e il tema del femminile in opere di profonda valenza simbolica e culturale, apprezzate nel panorama artistico nazionale», il 13 aprile scorso, presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, la psicoterapeuta e pittrice Mariassunta Martellone è stata insignita del Premio “Arte, Cultura e Sociale” organizzato dall’Associazione “Art Global” diretta da Angiolina Marchese.

Quel che non è stato riportato dalle molte testate che hanno dato la notizia è che Martellone ha accettato il premio esibendosi in una breve performance teatrale finalizzata a mostrare il suo metodo di lavoro su se stessa e sugli altri. Nel presente articolo, offriamo l’interpretazione che a tale esibizione possiamo dare dopo aver analizzato, da una parte, le 7 mostre dedicate ai suoi dipinti, dall’altra, le tematiche dei 22 corsi di formazione, 3 convegni, 1 master e 3 percorsi accademici con cui Martellone si è formata: Lettere con approfondimento della Storia dell’Arte (Università Dell’Aquila, 2003); Psicoterapia integrata per l’infanzia, l’adolescenza e la disabilità incentrata sulla teoria dell’attaccamento di John Bowlby (Humanitas, Roma 2015); Psicologia archetipica di James Hillman (Atanor , L’Aquila 2025).

 Martellone ha configurato la performance della premiazione come psicodramma tra bambino e datore di cure (caregiver) inteso sia come figura genitoriale sia come psicoterapeuta. Con un sorriso e una gioia molto marcati a fini espressivi, si è posizionata davanti al sipario rosso della sala insieme a suo figlio di dieci anni indicandolo con la mano sinistra: ella è madre ma sta anche performando l’archetipo della Grande Madre e dice al pubblico che tutta la sua vita è nel bambino. Ricorda, citando il Fedro di Platone, che ognuno di noi, come lei, contiene l’etereo e il demoniaco, lo dice sorridendo lungamente, e, con l’altra mano, indica un altro bambino, della stessa età, presente simbolicamente come autore di una poesia di cui ella recita i versi: amare la vita, sorridendo, è anche proprio di chi, a 10 anni, eroicamente trova il coraggio di lottare, per tutta l’esistenza, contro una grave forma di cancro, positivamente. Poi lo sguardo della Grande Madre torna sul primo bambino, suo figlio di 10 anni, a cui dedica le parole conclusive: questa performance e questo premio sono tutti per lui.

Da sinistra: Angiolina Marchese, Mariassunta Martellone e suo figlio
Da sinistra: Angiolina Marchese, Mariassunta Martellone e suo figlio

Lo spettatore per un attimo riconosce che è dentro di sé quella compresenza vitale e mortifera del Doppio bambino. Esce fuori l’Ombra junghiana, dagli angoli più remoti e inattesi. La Grande Madre col sorriso, in un’atmosfera infantile e teatrale, innocua, ha così condotto ogni astante attraverso la gioia e la morte. Ella, sorridendo, rinasce ciclicamente dalle sue antiche ferite di ragazza madre che cura con il proprio lavoro. Lo spettatore partecipa a questo processo e, inavvertitamente, anche lui è trasformato, si sente sollevato e accresciuto: riesce a ricordare e nominare l’orrore interno innominabile (simbolicamente, il cancro): la sua afasia si attenua.

Questo psicodramma deriva dalla poetica, insieme estetica e terapeutica, di Hillman che Martellone riusa come una ars maieutica alla rovescia, che parte dal non logico, parte dal Male, afferma la complementarità e la compresenza degli opposti che si esprimono attraverso figure e ritmi corporei e afferma l’anima, l’irrazionale, la diversità biologica ed emotiva come valori e simboli universali; la datrice di cure ci sintonizza con gli aspetti molteplici, contraddittori, tutti veri, nascosti nei nostri sogni o visibili sul nostro corpo: ogni anomalia, ogni differenza è puro essere in trasformazione.

Questa performance di arteterapia, perciò, invita a essere più consapevoli che abbiamo tutti bisogno di un coach (il caregiver, genitore anche non biologico, affiancato temporaneamente dallo psicoterapeuta) che a fini trasformativi, prosociali, ci faccia confrontare anche con il nostro lato negativo, l’Ombra: come negli studi sui masochismi (Massimo Fusillo), è attraverso linguaggi artistici che dalla sofferenza si rinasce nel positivo, nel proprio eroico mondo soprattutto quando si è socialmente minoritarizzati, discriminati come afasici o autistici o soggetti ADHD o portatori di cancro. Partendo dalla propria stanza onirica messa in arte e sogno, ciascun paziente, che sia bambino o datore di cure, è vincitore depatologizzato: egli brilla da protagonista e «non affoga nello sfondo dorato [… bensì] emerge eroico e vittorioso come un dio o una dea mitologici». Queste che citiamo sono parole che Vittorio Sgarbi ha usato per descrivere i dipinti di Martellone esposti nell’aprile 2021 alla mostra personale presso la galleria “La Pigna” a Roma. Esse ci confermano che siamo davanti a un immaginario onirico politeista precristiano: il figlio è il Puer Divinus, e la Madre è ciclo di morte e rinascita, per la gloria del figlio.

Maternità, 2019: il figlio come Puer Divinus. Tutte le foto dei dipinti che esponiamo in questo articolo sono una gentile concessione dell’autrice

La critica dei dipinti di Martellone che Vittorio Sgarbi ha scritto in occasione della mostra personale allestita nel 2021 presso la galleria ‘La Pigna’ di Roma

Per il presente articolo, Martellone ci conferma che è dopo la gravidanza che è emerso il suo bisogno di integrare la teoria dell’attaccamento con la psicologia archetipica e le artiterapie: «il mio metodo nasce dal personale in realtà e queste mitologie partono da un dolore e da una ricerca di armonizzazione che si sono manifestati come depressione dopo la nascita di mio figlio. Così, nel mio lavoro utilizzo per i pazienti i frutti di quello che ho imparato sulla mia pelle».

Eros e Thanatos, 2020: il femminile è Anima che è soffio di vita e morte insiem

Queste parole ci fanno interpretare meglio la nudità sensuale che espone le figure femminili dei dipinti dell’autrice: esse, svelate di ogni veste o armatura, si liberano dagli schemi e dai ruoli di gender nonché, soprattutto, dal dolore. Come per la femminista post-lacaniana Julia Kristeva, che Martellone ci conferma di apprezzare, la sublimazione della sofferenza nel Sublime e la rinascita dopo il distacco, dopo la simbolica morte materna, parte dalla abiezione (potente orrore che affascina e lega alla melanconia), parte dalla Differenza: il femminile, il disturbo d’apprendimento, l’autismo, l’afasia.

Perdere l’anima, 2019: l’anima raggomitolata e nera richiama molto Sole nero: depressione e melanconia (1987) di Julia Kristeva

Propria della Differenza è la comunicazione corporea che travalica la lingua patriarcale tanto cara alla semiotica e si esprime per simbologie non normate. Così, nei dipinti di Martellone apprezziamo i tre soli; i tre seni; le tre farfalle che emanano dalla gioiosa Psichè; il Doppio femminile mortifero abietto di Eros e Thanatos; i glutei scoperti nell’Autoritratto; il corpo del bambino che esce dalla cornice come creazione; la barba su un eroe maschile (Afrodite barbuta) che ha, come le drag-queen di Judith Butler, il volto di una donna.

Afrodite barbuta, 2020: il gender come drag-queen

È un mondo della Differenza che proietta personaggi e simboli provenienti da un inconscio onirico di morte, desiderio e mistero: siamo vicini alla liberazione semantica ed esistenziale del femminino delirante propria di Armonía Somers; è afasia traumatica anche dell’adulto e della stessa psicoterapeuta, è uno psicodramma mitologico condiviso universalmente da millenni da tutti gli abietti resi tali dalla violenza che parte innanzitutto dal linguaggio codificato: il Significante lacaniano che afferma di poggiare su un Vuoto orribile chiamato Donna.

Messaggi, 2021: il linguaggio femminile, corporeo, sensuale, fiabesco degli «inesistenti»

Nel metodo di Martellone, la caregiver diventa coautrice di una cura che il bambino realizza trasformando i simboli a proprio uso. Più del giocattolo di Donal Winnicott che rischia di tornare feticcio sostitutivo del materno, è proprio l’espressione artistica il più efficace “oggetto transizionale” per superare l’ansia di separazione che è innanzitutto propria della madre, superamento che avviene creando mondi propri eroici dove il narcisismo moderato è necessario per la fiducia in sé e per lo sviluppo. Per questo, la donna dipinta da Martellone come seminuda sorride senza più ricevere offesa: finalmente ella può comunicare, in maniera espressiva e trasformativa, parlando quella lingua che ogni donna ha nell’orecchio ma non sulla bocca (Christa Wolf).

FOTO IN APERTURA: “Selfie e Autoritratto!” di  A, Martellolne

N.B. : Tutte le foto delle opere inserite nell’articolo  sono state messe a disposizione liberamente dall’autrice. 

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