Home La Rivista IL PERICOLOSO SPECCHIO DEFORMANTE DELLA CRONACA NERA DELLE TV

IL PERICOLOSO SPECCHIO DEFORMANTE DELLA CRONACA NERA DELLE TV

 

Attualità & Amarcord / Marcello Martelli / 249

Quando l’informazione è una pessima educazione civile

 C’è stato un tempo in cui l’informazione aveva il ritmo lento della carta stampata. I giornali arrivavano al mattino nelle edicole e costruivano, giorno dopo giorno, la percezione del mondo: in prima pagina la cronaca nera, poi lo sport, infine il “pastone politico”, spesso incomprensibile ai più, ma indispensabile a tenere insieme i fili del potere. La televisione, agli inizi, aveva una funzione diversa: informare, educare, accompagnare il Paese nella modernità.

Oggi il quadro si è rovesciato. La televisione — pubblica e privata, generalista e all-news — ha trasformato la cronaca nera nel centro permanente della rappresentazione della realtà. Non si tratta più soltanto di raccontare un fatto: lo si seziona, lo si prolunga, lo si commenta per settimane, spesso per mesi. Ogni dettaglio diventa materiale narrativo. Ogni lacrima un’inquadratura. Ogni sospetto una discussione infinita tra opinionisti, criminologi, ex investigatori, avvocati e conduttori.

La cronaca nera non informa più soltanto: occupa lo spazio mentale collettivo. È sufficiente osservare il palinsesto quotidiano. Delitti familiari, femminicidi, sparizioni, violenze domestiche, aggressioni tra minori: i fatti si susseguono in una catena continua che invade i telegiornali, i talk show, i programmi pomeridiani e perfino quelli di intrattenimento. Il risultato è una percezione alterata della realtà. Il cittadino finisce per vivere dentro una sensazione permanente di pericolo, come se il Paese fosse dominato esclusivamente dalla violenza e dalla devianza. Naturalmente, come da vecchio cronista posso confermare, la cronaca nera ha sempre avuto un forte richiamo emotivo. Tocca le paure profonde dell’uomo: la morte, il male, il tradimento, l’insicurezza.

Ma ciò che oggi appare inquietante è il livello di spettacolarizzazione raggiunto. Il dolore privato viene trasformato in prodotto televisivo. Le immagini vengono ripetute fino alla saturazione. Le intercettazioni diventano materiale da suspense. Le ricostruzioni assumono i toni della fiction.

E qui nasce il problema più serio: fino a che punto l’informazione resta servizio pubblico e quando invece si trasforma in consumo morboso? La televisione moderna vive di audience, e la cronaca nera garantisce ascolti. Costa meno di un’inchiesta internazionale, è emotivamente potente, fidelizza il pubblico e genera dibattito sui social. Ma l’audience non può essere l’unico criterio editoriale. Una società che ogni giorno si nutre di violenza raccontata nei minimi particolari rischia lentamente di assuefarsi al male o, peggio, di normalizzarlo. Esiste poi un altro rischio, raramente affrontato con sincerità: quello dell’emulazione. La comunicazione ossessiva di certi crimini, la costruzione quasi cinematografica dei protagonisti, la notorietà improvvisa concessa agli assassini, possono trasformare il racconto del delitto in un modello perverso di visibilità. In particolare, tra i più giovani e tra le personalità fragili, il confine tra informazione e suggestione può diventare pericoloso.

Non si tratta di invocare censura. La cronaca deve essere raccontata. I cittadini hanno diritto di conoscere ciò che accade. Ma esiste una differenza sostanziale tra informare e spettacolarizzare, tra approfondire e sfruttare emotivamente una tragedia. Una democrazia matura dovrebbe interrogarsi sulla qualità dell’informazione che produce, non soltanto sulla quantità. Forse, il punto decisivo è proprio questo: la televisione non si limita più a descrivere la realtà, ma la costruisce. Se ogni giorno il racconto dominante è quello della paura, della violenza e del sospetto, inevitabilmente il tessuto civile si indebolisce. La fiducia reciproca diminuisce. Il confronto pubblico si impoverisce. I problemi strutturali — lavoro, scuola, sanità, cultura, ambiente — scivolano sullo sfondo, sostituiti dall’emergenza permanente della cronaca nera.

Un Paese che dedica ore infinite all’ultimo delitto e pochi minuti alla ricerca scientifica, alla povertà educativa o alla crisi demografica rischia di perdere il senso delle proporzioni. L’informazione dovrebbe aiutare i cittadini a comprendere il mondo, non soltanto a temerlo. E la televisione, proprio per la sua forza penetrante, avrebbe oggi più che mai il dovere di recuperare misura, equilibrio e responsabilità. Perché quando la cronaca nera diventa il linguaggio dominante del racconto pubblico, il rischio non è soltanto una cattiva informazione: è una pessima educazione civile.

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