Benessere / Giuseppe Mazzocco / 246
L’arcipelago di Zanzibar, al largo delle coste della Tanzania, nell’Africa centro-orientale, è formato da due grandi isole e numerose più piccole, alcune disabitate. Le coste di queste isole sono famose per il mare dall’acqua trasparente, la sabbia bianca, la barriera corallina, le tartarughe e le stelle marine. L’isola principale, Unguja (ma turisticamente chiamata Zanzibar), si raggiunge dall’Italia con 8-10 ore di volo e offre la possibilità di soggiornare in accoglienti villaggi, per godere delle meraviglie del mare. Fra queste, sicuramente, vanno ricordate le maree che, soprattutto nella costa orientale, quando sono basse ritirano l’acqua del mare per centinaia di metri, dando vita ad un incredibile cambiamento della spiaggia che consente di passeggiare verso il largo, con l’acqua sotto al ginocchio, fino alla barriera corallina.
L’isola di Zanzibar era famosa perché punto di raccolta e di riferimento per i mercati delle spezie che, anche oggi, rappresentano una essenzialità economica. I chiodi di garofano, la vaniglia. la cannella, la noce moscata, il pepe, il cardamomo, lo zenzero, la curcuma, la citronella, il mentolo ed altre sono quelle principali che alimentano il mercato delle spezie e che si possono vedere, toccare ed annusare nelle piantagioni biologiche, da visitare con escursioni guidate per conoscerne gli usi alimentari e medicinali, degustando della squisita frutta tropicale.
L’isola delle spezie ha dato i natali a Freddie Mercury (1946-1991), fra i più celebri artisti della storia del rock e co-fondatore e voce solista dei Queen, di cui resta la casa a Stone Town, la capitale di Zanzibar, che ha un importante e frequentatissimo mercato, per soddisfare ogni necessità dei residenti e dei turisti.
L’emozione più grande, comunque, la si prova quando si entra nei luoghi in cui avveniva la tratta degli schiavi. Superato un esile cancello, si lascia la rumorosa e colorata confusione della capitale e si entra in una stradina anonima con, a destra, una bassa costruzione e più avanti uno slargo con al centro un grande albero ed a sinistra una fossa in cemento, con dentro delle statue di uomini in catene, a grandezza naturale che guardano in basso. Un colpo allo stomaco! L’allegro animo con cui si vive una visita ad una città turistica africana viene, improvvisamente, ghiacciato non da un racconto, ma dalla visione di quella che è stata una piaga dell’umanità: la tratta degli schiavi!
L’isola di Zanzibar (Unguja), nel XVIII secolo, era la piazza più importante per il mercato di uomini, donne e bambini, resi schiavi, per farne commercio. La città di Stone Town era il punto di raccolta dove coloro che erano stati catturati nell’entroterra dell’Africa continentale venivano portati, per essere venduti da mercanti arabi ed inviati in lontane località dell’Oceano Indiano.
Mi ero documentato sul fenomeno dello schiavismo, con le due tratte, l’occidentale o atlantica e l’orientale o araba, iniziata fin dall’VIII secolo; sulle condizioni delle catture; sui viaggi verso i mercati e del fatto che lo schiavo era diventato moneta! Gli scambi commerciali accettavano il pagamento di schiavi in cambio di beni di ogni tipo e, in alcune regioni arabo-africane, si pagavano le tasse dando schiavi. A Zanzibar, venivano impiegati in centinaia di migliaia, nelle piantagioni di spezie, con un’alta mortalità; perdite che venivano compensate dal mercato della stessa isola. Decine di milioni sono stati gli schiavi che, per più di un millennio, hanno dato vita ad un fenomeno che, col disgusto assoluto che provoca, non va dimenticato.
Zanzibar ha avuto il coraggio di istituire un piccolo, ma significativo museo della tratta degli schiavi perpetrata sul suo territorio. Poche stanze arredate con foto, disegni e cartine geografiche di quella che rappresenta un fenomeno terribile del nostro passato e, sotto il livello stradale, dei miseri spazi dove gli schiavi venivano compressi, in attesa del mercato o del trasbordo su navi per l’oriente indiano. Questi angusti buchi, non sempre forniti di aperture verso l’esterno, in cui oggi il turista entra, erano, per essere crudi, i “silos di stoccaggio” di una merce preziosa che l’uomo faceva con l’uomo e per l’uomo.
La celebre locuzione del commediografo romano Tito Maccio Plauto (250 a.C.-184 a.C.), lupus est homo homini, non homo, abbreviato in homo homini lupus (l’uomo è un lupo per l’uomo), sintetizza con incredibile precisione la crudeltà che ha fatto l’uomo in questa parte dell’Africa, per circa un millennio e su decine di milioni di altri esseri umani.
Zanzibar dovrebbe essere visitata da tutti, per “un giorno della memoria” che deve restare nei nostri cuori, così come altri posti testimoni della crudeltà umana.
Tutti quelli che con me sono entrati nel luogo specifico della tratta degli schiavi di Zanzibar si sono turbati e, salendo sul pulmino che ci riportava al villaggio vacanziero, hanno chinato la testa e non hanno proferito parola o fatto altre foto. Ho, comunque, ascoltato una giovane donna che, con la dolcezza tipica di una mamma, prendendo fra le mani il viso del proprio figlio gli spiegava cosa erano gli schiavi!
Un coraggio che mi ha commosso e che mi ha ricordato il pensiero di Seneca “homo sacra res homini” (l’uomo è una cosa sacra per l’uomo) che la splendida mamma ha spiegato a suo figlio, sul pulmino che a Zanzibar, dal museo della tratta degli schiavi, ci riportava alla spensierata vita del villaggio-vacanza, in mezzo a nativi sereni e sempre col sorriso sulle labbra!
Jambo, jambo, hakuna matata (in lingua swahili ciao, ciao, nessun problema).













