Home La Rivista LA PAROLA INCARNATA: CORPO, MUSICA E CONOSCENZA NELLA POESIA DI MARIO FRESA

LA PAROLA INCARNATA: CORPO, MUSICA E CONOSCENZA NELLA POESIA DI MARIO FRESA

La traiettoria poetica di Mario Fresa si configura come una delle più complesse e stratificate esperienze della lirica italiana contemporanea, in cui la convergenza di formazione classica, pratica musicale e riflessione teorica produce un dispositivo testuale ad alta densità semantica. La sua opera si inscrive in quella linea della poesia di ricerca che, pur attraversando la tradizione novecentesca, tende a riformularne i presupposti epistemologici, linguistici e corporei.

Fin dagli esordi con Liaison (2002), sostenuto criticamente da Maurizio Cucchi, emerge una vocazione al prosimetro come forma ibrida e dinamica, capace di articolare una tensione continua tra discorso e canto. Tale tensione trova una radice evidente nella formazione musicale dell’autore: lo studio del canto lirico non si limita a costituire un antecedente biografico, ma informa profondamente la sua concezione del verso come evento fonico e respiratorio. La parola poetica in Fresa è infatti eminentemente “incarnata”, attraversata da una corporeità che richiama direttamente le riflessioni sviluppate nei volumi saggistici scritti con Tiziano Salari, in particolare La poesia e la carne.

Questa centralità del corpo si declina in una dialettica costante tra eros e conoscenza, tra desiderio e forma, che raggiunge una delle sue espressioni più compiute in Teoria della seduzione (2015). Qui la seduzione non è soltanto tema, ma principio strutturante del testo: la scrittura si offre come campo di attrazione e slittamento, in cui il significato non si stabilizza mai definitivamente, ma si produce attraverso una serie di scarti, sospensioni, “svenimenti” — per riprendere il titolo Svenimenti a distanza (2018). In questa prospettiva, la poesia di Fresa può essere letta come una fenomenologia dell’istante percettivo, in cui il dato sensibile viene continuamente trasfigurato da un’intelligenza formale di matrice simbolista.

Non è casuale, infatti, la profonda frequentazione dell’opera di Charles Baudelaire, cui Fresa ha dedicato studi e traduzioni (si pensi a Alfabeto Baudelaire). L’eredità baudelairiana si manifesta non solo a livello tematico — nella tensione tra spleen e ideale, tra caduta e elevazione — ma soprattutto nella concezione della poesia come atto conoscitivo mediato da una sensibilità acuta e perturbata. Accanto a Baudelaire, si possono intravedere le presenze di Arthur Rimbaud e Guillaume Apollinaire, soprattutto nella libertà associativa e nella costruzione di immagini che sfidano la linearità logica.

Tuttavia, la specificità della scrittura fresiana risiede nella sua capacità di intrecciare queste suggestioni con una rigorosa consapevolezza della tradizione italiana. La formazione accademica, culminata in studi sul libretto d’opera ottocentesco, contribuisce a definire una particolare attenzione per la dimensione teatrale e drammaturgica del testo poetico. In opere come Costellazione urbana (2008) e Luci provvisorie (2009), la città diventa spazio scenico in cui si muovono figure evanescenti, quasi maschere di un dramma percettivo e linguistico. Il paesaggio urbano, lungi dall’essere semplicemente descritto, viene interiorizzato e restituito come costellazione simbolica, in cui ogni elemento rimanda a una rete di corrispondenze.

Un ulteriore elemento distintivo è rappresentato dall’intensa attività di traduzione, che coinvolge autori latini, francesi e greci moderni. La pratica traduttiva non è, per Fresa, un esercizio ancillare, ma una vera e propria forma di scrittura parallela, che alimenta e rinnova la sua lingua poetica. Tradurre Catullo o Stéphane Mallarmé (implicitamente evocato nell’orizzonte simbolista) significa confrontarsi con modelli di intensità e rarefazione del linguaggio che lasciano tracce evidenti nella sua produzione originale. Ne deriva una lingua fortemente stratificata, in cui convivono registri arcaici e contemporanei, tecnicismi e lampi lirici, in un equilibrio sempre precario ma estremamente fertile.

Dal punto di vista metrico e ritmico, la poesia di Fresa si caratterizza per una notevole libertà, che tuttavia non coincide mai con l’arbitrarietà. Il verso, spesso lungo e franto, segue una logica interna di tipo musicale, fatta di riprese, variazioni, modulazioni. In questo senso, si potrebbe parlare di una “partitura poetica”, in cui ogni elemento è calibrato in funzione di un effetto complessivo di risonanza.

In conclusione, l’opera di Mario Fresa si impone come un laboratorio di sperimentazione in cui convergono filologia, musica, filosofia e pratica poetica. La sua scrittura, esigente e talvolta ostica, richiede un lettore attivo, disposto a lasciarsi coinvolgere in un processo di continua ridefinizione del senso. In un panorama contemporaneo spesso segnato da semplificazioni e riduzioni, Fresa rappresenta una voce rigorosa e radicale, capace di restituire alla poesia la sua funzione originaria di strumento di conoscenza e di esperienza del reale nella sua irriducibile complessità.

 

Da Svenimenti a distanza

In qualche caso, c’è il sospetto
di un romanzo malattia, se riflettiamo
come si deve. E anche stando seduti poi si teme,
si ricomincia con le cose orrende…

……..
Allora, sarà meglio rimandare qualsiasi confessione.
Mancando la luce elettrica, non direbbe una cosa vera.
Ed ecco: ha voluto proprio fare tutto di testa sua, a meno che
non cambi il tempo.
Basta una sola camicia, però, quando avresti dovuto solo chiedere
perdono. Partono, così, tutti dal viso: e tu allontani la gente,
vista come una piccola
bestia che spalanca certi visceri d’artrosi;
o come una tetra camera un po’ tutta
da superare e con la quale uscire insieme,
come il dolore che richiama da vicino,
e che si muta in altra cosa…

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com