ATTUALITA’ /Marcello Martelli /245
C’è un’immagine che più di ogni altra racconta il destino fragile dell’Appennino: un’autostrada che si spezza, binari che si piegano, un territorio che scivola lentamente verso il mare. È quanto sta accadendo in questi giorni a Petacciato, in Molise, dove una frana “intermittente”, attiva da oltre un secolo, ha di nuovo interrotto l’Autostrada A14 e la linea ferroviaria adriatica, dividendo l’Italia in due. Non è un evento eccezionale. È, al contrario, la normalità. La frana di Petacciato non è una sorpresa: è studiata, mappata, monitorata. Dal 1906 ad oggi si è riattivata almeno quindici volte, spesso dopo piogge intense.
Eppure, ogni volta, il copione è identico: emergenza, chiusure, tavoli tecnici, promesse di interventi. Poi il silenzio, fino alla prossima crisi. Questa volta le conseguenze sono state clamorose:
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autostrada chiusa per chilometri
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ferrovia sospesa tra Abruzzo e Puglia
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traffico deviato, economia rallentata
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un’intera dorsale nazionale “spezzata”
Non si tratta solo di disagi locali. È un problema strutturale che riguarda l’intero Paese. E in Abruzzo e Molise la fragilità è cronica. Chi vive tra Abruzzo e Molise lo sa: il dissesto idrogeologico è una condizione permanente, non un’emergenza. Montagne giovani, terreni argillosi, piogge sempre più intense: la combinazione è micidiale. Ogni inverno e ogni primavera si ripete lo stesso schema:
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frane nelle aree interne
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smottamenti lungo la costa
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strade provinciali interrotte
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piccoli comuni isolati

L’immaggine della Frana (Fotogamma da FELEMAX)
La frana di Petacciato è solo la punta dell’iceberg. Un fenomeno vasto, che interessa milioni di metri quadrati di territorio e che, come ammettono gli stessi tecnici, non può essere eliminato ma solo gestito. Ed è qui che emerge il vero problema: la gestione.In Italia si interviene quasi sempre dopo, raramente prima. Si stanziano fondi quando la strada crolla, non quando iniziano le crepe. Si convocano vertici quando i treni si fermano, non quando i sensori segnalano movimenti del terreno. Eppure, nel caso di Petacciato, i segnali c’erano tutti:
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monitoraggi già attivi
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precedenti storici ben documentati
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rischio noto lungo infrastrutture strategiche
Nonostante questo, autostrada e ferrovia continuano a passare dentro un fronte franoso lungo chilometri. È una scelta politica, prima ancora che tecnica. Il conto non è solo economico, anche se i danni sono enormi:
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settimane o mesi per il ripristino
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rallentamento della logistica nazionale
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isolamento di intere aree produttive
Il prezzo più alto è quello pagato dai territori:
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spopolamento delle aree interne
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perdita di servizi essenziali
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senso diffuso di abbandono
Quando una strada chiude, non si interrompe solo un collegamento: si interrompe la vita quotidiana. Continuare così significa accettare che l’Appennino resti una terra instabile e marginale. La vera sfida non è “riparare” dopo ogni frana, ma cambiare approccio:
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pianificazione territoriale seria
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manutenzione costante, non straordinaria
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infrastrutture progettate per convivere con il rischio
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uso trasparente ed efficace dei fondi (anche europei)




