IL LIMITE/ Raniero Regni / 242
Che cosa hanno in comune Giotto, le Dolomiti e le Paralimpiadi? È che in qualche modo hanno a che fare con una delle regioni più belle e più ricche, anche di contraddizioni come lo sono tutte, del nostro paese: il Veneto. Hanno in comune lo stesso cielo. Giotto ne ha dipinto uno, di lapislazzuli e stelle, in quel tempio dell’arte che è la Cappella degli Scrovegni a Padova. La sua è un’idea di cielo e assieme al cielo gli episodi del Vangelo che rappresentano una rivoluzione nell’arte pittorica con cui si inaugura un secolo decisivo, il ‘300. Giotto, assieme a S. Francesco e a Dante, rappresenta l’inizio dell’Umanesimo italiano che, assieme al Rinascimento, è stato forse il più grande contributo dato dal nostro paese alla storia della civiltà occidentale moderna. Alberi e piante, animali e montagne, ed esseri umani che piangono e soffrono realisticamente, sono rappresentati nella loro tridimensionalità e in una maniera tale che non si era mai vista in pittura, dopo l’antichità, fino ad allora dominata dalla ieraticità e staticità di ispirazione bizantina. Francesco d’Assisi ha insegnato a Giotto a dipingere il mondo della natura dal vero, umanizzando il divino; Dante ha scritto il suo capolavoro non in latino ma nella lingua volgare, la sua lingua madre. Giotto dipinge il primo bacio realistico della storia della pittura, quello che si scambiano gli anziani sposi Gioacchino ed Anna, i genitori della Madonna. Giovanni, il discepolo che Cristo amava, sta con la testa sul cuore del suo maestro, l’intelligenza tra le braccia dell’amore, la sera dell’ultima cena. Tutto è scolpito con la luce e con il colore. E i colori hanno valore altamente simbolico: il rosso indica l’amore, il rosa la gioia, il blu la sapienza divina, il giallo la regalità, il giallo scuro il tradimento, mentre il bianco, sintesi di tutti i colori, è il colore di Dio. Il visitatore è conquistato dalla bellezza di quest’opera. Ma l’impressione che domina è quella dell’azzurro del cielo che pervade di sé l’intero ciclo pittorico. Comprese le allegorie simmetriche dei vizi e delle virtù, figure straordinarie e inquietanti che ammoniscono chiunque le guardi con attenzione e indicano, quasi in un percorso iniziatico, la via della salvezza e quella della perdizione.
Ma il cielo di Giotto richiama un azzurro ancora più puro e trasparente
, quello del cielo che si staglia, in certe giornate di sole, dietro le Dolomiti. Le montagne pallide, antichi fondali corallini di mari tropicali primigeni, carichi di fosforo, cambiano colore al mattino e alla sera, incendiandosi delle più incredibili sfumature di rosso e rosa. Le Dolomiti ampezzane, in provincia di Belluno, si offrono come uno dei parchi naturali più importanti del nostro paese, non a caso dichiarato dall’Unesco patrimonio naturale dell’Umanità. Scorci di paesaggio unici, ricchi di biodiversità, di flora e fauna selvatica. Uno scrigno di bellezza naturale, ancora perfettamente conservato, anche se assediato e sempre minacciato.
Tra le minacce recenti ci sono state le Olimpiadi invernali Milano-Cortina che si sono appena concluse. Le perplessità degli amici ampezzani erano grandi, anche se adesso che l’evento è passato, sembrano meno preoccupati e comunque sono stati travolti dall’ondata di visibilità mediatica che li ha resi ancora più orgogliosi delle bellezze della loro valle mostrate a tutto il mondo. La città è piena di cantieri, molti dei quali finiranno nel 2030. Per fortuna l’idea di Olimpiade diffusa su più centri ha salvato Cortina da una concentrazione di eventi che l’avrebbe distrutta.
Le persone con cui parlo, amici che conosco da tanti anni, commentano sì i grandi campioni che hanno vinto le medaglie e fatto le loro performance. Ma quello che più li ha colpiti sono le gesta, davvero eroiche, degli atleti paralimpici. Le loro prestazioni sono state spettacolari e l’unico neo è stato quello di aver interrotto la continuità delle gare olimpiche e quelle paralimpiche che avrebbero dovuto invece seguire le une alle altre, senza soluzione di continuità. Un particolare ha colpito tutti, anche chi come me ha visto l’evento solo in televisione.
Mentre i campioni olimpici nel ricevere le medaglie erano chiusi nel loro successo individuale e si guardavano l’un l’altro solo per le tradizionali foto di rito. Gli atleti paralimpici, tutti, medagliati e non medagliati, si sono stretti gli uni agli altri in un abbraccio pieno di gioia reciproca. In loro è emersa, più pura e limpida, la grande bellezza dello sport, il vero spirito dell’olimpismo che incita sì ad andare più veloce, più in alto, più forte, ma lo fa soltanto assieme. Lo spirito sportivo e olimpico è stato forse meglio rappresentato da questi atleti che hanno capito che la vera competizione è con se stessi e con il destino che li ha colpiti e da cui hanno avuto la forza, quasi sovrumana, di ribellarsi. Dimostrando che anche senza vista si può fare lo slalom, senza ambedue gli arti inferiori si può fare discesa libera e anche con una gamba sola si può danzare. Non c’è bisogno di vincere per sentirsi qualcuno, ma ci si può sentire pienamente vivi partecipando ad una gioia collettiva.
Vedere le prodezze degli atleti paralimpici è davvero stupefacente. E, al confronto, le mie limitate capacità sciistiche ne escono ancor più mortificate. Scopro di nuovo il limite di non riuscire a sciare come vorrei. Ma ci sta, specialmente in questa rubrica. Il limite: la legge del non tutto. Bisogna accettarlo e solo prendendone coscienza si può provare a cambiarlo.
All’improvviso nevica, e bastano pochi centimetri di manto fresco perché il mondo appaia come nuovo e il paesaggio subisca una specie di incantesimo. Scendendo dalle piste invase da una nebbia sempre più fitta, vedo file di cannoni sparaneve che mi sembrano quasi armi puntate contro il riscaldamento globale. Tornando a casa passo accanto alla nuovissima, costosissima, illuminatissima, pista da bob. Allora sorge spontanea la domanda se gli sport invernali, con la loro grande industria, saranno ancora sostenibili per il loro impatto ambientale. Quale futuro attende la montagna? Che ne sarà di questo paesaggio, sì molto forte ma anche così delicato e critico?
Alla fine, squarci di azzurro si aprono ancora, sollevo lo sguardo e vedo di nuovo il cielo. Trovarmi qui sopra, nell’aria terza di queste montagne, mi sembra il privilegio più grande.





