Ai confini dell’impero/ Roberto Puzzu / 242
L’opera di Claudio Palmieri si inscrive in quella traiettoria della ricerca artistica contemporanea che, a partire dagli anni Ottanta, ha riattivato il linguaggio della pittura e della scultura attraverso una rinnovata centralità della materia. La sua pratica, stratificata e polimorfa, si configura come un campo di tensione in cui la dimensione originaria della natura viene evocata non come semplice dato visivo, ma come principio generativo, energia primaria e processo.

Formatosi nel clima del “ritorno alla pittura” sviluppatosi nella Roma degli anni Ottanta attorno alla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini, Palmieri si colloca nel contesto della cosiddetta Nuova Scuola Romana, nel mantenere tuttavia una posizione autonoma rispetto alle retoriche dominanti della Transavanguardia teorizzata da Achille Bonito Oliva. Se infatti condivide con quella stagione il recupero della manualità e della pittura, se ne distacca per una tensione più analitica e processuale, meno narrativa e iconica, più concentrata sulla relazione tra materia e forma.

In questo senso, la sua ricerca può essere letta in dialogo tanto con le eredità dell’Arte Povera — per l’attenzione alla materialità e ai processi trasformativi — quanto con una sensibilità post-minimale, nella misura in cui la forma non è mai data una volta per tutte, ma emerge da una dinamica interna di forze, pieghe e tensioni. La materia, nei suoi molteplici impieghi — ceramica, acciaio, bronzo, plastica, stoffa, pigmenti — non è mai supporto passivo, ma agente attivo di significazione, capace di generare senso attraverso il proprio comportamento fisico.

Un momento esemplare di questa ricerca è rappresentato dalla mostra Apparizioni (2026), organizzata da CoopCulture, ideata e curata da Romina Guidelli presso le Case Romane del Celio. In questo contesto ipogeo e stratificato, le ventuno sculture selezionate si configurano come presenze liminali, sospese tra reperto archeologico e organismo vivente. La curatela enfatizza il dialogo tra opera e spazio, nel trasformare l’esposizione in un’esperienza immersiva in cui la materia appare come riemersione, come epifania.

Dal punto di vista critico, la nozione di “apparizione” consente di collocare Palmieri entro una riflessione più ampia sulla visibilità nell’arte contemporanea: le sue opere non si offrono immediatamente allo sguardo, ma si rivelano progressivamente, nel richiedere un tempo di percezione e di relazione. In tal senso, il suo lavoro si avvicina a quelle pratiche che, tra fine Novecento e contemporaneità, hanno messo in discussione l’immediatezza dell’immagine a favore di una esperienza fenomenologica dell’opera.

Fin dagli esordi — Glaciale (1987), Manto (1988), Divinità (1989), Eraclito (1990) — emerge una grammatica formale fondata sulla coesistenza di struttura e fluidità. Le armature geometriche in metallo contengono e al tempo stesso liberano forme morbide e piegate. La “piega”, elemento ricorrente, assume qui una valenza teorica che può essere messa in relazione con la riflessione di Gilles Deleuze sul Barocco: la piega come principio infinito, come continuità dinamica che attraversa materia e pensiero. In Palmieri, essa diventa dispositivo plastico capace di generare percorsi visivi aperti, mai definitivamente conclusi.

La sua contemporaneità risiede proprio in questa capacità di abitare una soglia: tra linguaggi, tra epoche, tra paradigmi. In un contesto artistico spesso dominato dall’immagine digitale e dalla smaterializzazione, Palmieri riafferma il valore della fisicità e della presenza, senza tuttavia cadere in un ritorno nostalgico alla tradizione. La sua è una contemporaneità “critica”, che utilizza la materia non come rifugio, ma come campo di interrogazione: un luogo in cui si incontrano memoria e processo, tecnica e intuizione, controllo e apertura all’imprevisto.

Questa dimensione si estende anche alla pluralità dei media. Pittura, scultura, fotografia e performance sonora costituiscono un sistema integrato, in cui ogni linguaggio contribuisce a definire un’esperienza complessa e sinestetica. Emblematica è la performance Hardware per sax e quindici sculture di metallo (1995), realizzata con Maurizio Giammarco, in cui la materia diventa suono, vibrazione, evento temporale.

Claudio Palmieri si configura come una figura di quella “generazione di mezzo” che ha saputo attraversare gli ultimi decenni mantenendo una coerenza di ricerca e al tempo stesso una apertura continua alla sperimentazione. La sua opera, sospesa tra rigore e sensualità, tra forma e processo, propone una riflessione profonda sul fare artistico oggi: non produzione di immagini, ma attivazione di presenze; non rappresentazione del mondo, ma costruzione di esperienze in cui la materia torna a essere luogo originario di pensiero.





