Attualità / Marcello Martelli / 242
C’è stato un tempo in cui gli oggetti servivano a qualcosa. Un telefono per telefonare, un giornale per informare, una piazza per incontrarsi. Poi, è arrivato lo smartphone e, nel giro di pochi anni, tutto si è compresso dentro uno schermo grande quanto il palmo di una mano. Non è solo uno strumento: è diventato un ambiente, un’estensione della nostra identità, il simbolo più potente dell’era digitale. Nel suo libro” Il diavolo in tasca”, il giornalista e scrittore Carlo Verdelli propone una tesi provocatoria, ma difficile da ignorare: lo smartphone è la nuova droga del nostro tempo. Nessun oggetto, nella storia dell’umanità, ha raggiunto una diffusione così rapida, capillare e trasversale. In pochi anni il telefono intelligente ha conquistato tutto: le geografie, le generazioni, le classi sociali. È entrato nelle metropoli come nei villaggi più remoti, nelle mani degli adolescenti come in quelle degli anziani, nei ceti più abbienti come tra chi ha redditi modesti. Non esiste innovazione tecnologica che abbia conosciuto una penetrazione globale così veloce e totalizzante. Né la televisione, né il computer, né internet stesso.
Lo smartphone è diventato il totem della nostra epoca. Lo consultiamo appena svegli e prima di dormire. Ci orienta nelle città, gestisce il lavoro, organizza le relazioni, custodisce i ricordi, misura i passi, riempie i silenzi. È insieme agenda, macchina fotografica, giornale, televisione, banca, biblioteca e piazza virtuale. Tutto nello stesso oggetto. Ma ogni totem porta con sé anche un rischio: quello della dipendenza. Non parliamo solo delle ore passate sui social o a scorrere notifiche infinite. Il vero cambiamento è più profondo. Lo smartphone modifica il nostro rapporto con il tempo, con l’attenzione e perfino con la solitudine. Riduce le pause, frammenta il pensiero, sostituisce l’attesa con l’immediatezza. La promessa della connessione permanente era quella di renderci più informati, più vicini, più liberi. In parte è accaduto. Ma allo stesso tempo siamo diventati più distratti, più ansiosi di aggiornamenti, più dipendenti da uno schermo che ci restituisce continuamente stimoli, approvazione e intrattenimento. Per questo l’analisi di Verdelli merita di essere presa sul serio. Non per demonizzare la tecnologia — sarebbe inutile e ipocrita — ma per recuperare una forma di consapevolezza. Il problema non è lo smartphone in sé, ma il rapporto che abbiamo costruito con il “”diavolo in tasca”.Ogni epoca ha avuto i suoi simboli. Il vapore per la rivoluzione industriale, l’automobile per il Novecento. Il nostro simbolo è lo smartphone. Sta a noi decidere se resterà uno strumento al nostro servizio o se continuerà a essere, come suggerisce Verdelli, quel piccolo “diavolo in tasca”, che finisce per dominare le nostre giornate.




