Attualità&Amarcord / Marcello Martelli/ 240
| In ristampa il libro di Giancarlo Fusco un grande cronista, una delle voci più raffinate e spiazzanti |
Negli anni in cui il giornalismo italiano sapeva essere insieme letteratura, cronaca e teatro, Giancarlo Fusco fu una delle voci più raffinate e spiazzanti. Oggi il suo nome è pronunciato di rado, ma negli anni Cinquanta era sinonimo di uno stile personalissimo: ironico, disincantato, coltissimo senza mai risultare accademico. Tra i suoi libri più significativi c’è “Le rose del ventennio”, ripubblicato da Sellerio, dove il Ventennio viene raccontato per figure, tic, atmosfere.
Fra queste “rose” – spine comprese – spicca il ritratto di Gabriele d’Annunzio al Vittoriale degli Italiani, la cittadella monumentale affacciata sul lago di Garda dove il poeta trascorse gli ultimi anni. Per generazioni di italiani, d’Annunzio era stato il Comandante di Fiume, il Vate, l’esteta guerriero capace di trasformare la vita in spettacolo. Chi si recava a Gardone Riviera lo faceva con un’immagine precisa: un uomo sottile, ieratico, quasi marmoreo, sospeso fra latino e modernità, fra Roma e Parigi. Fusco, invece, scardina l’iconografia. Il suo d’Annunzio non è la statua ma il corpo; non è l’oratore bronzeo ma l’uomo in carne e ossa. E la carne, nel ritratto, è “pingue”. L’inflessione abruzzese – mai del tutto dimenticata – incrina l’idea di un personaggio levigato dal mito. Il Comandante appare immerso in una quotidianità quasi provinciale, lontana dalle imprese fiumane e dalle pose da semidio. Il vero coprotagonista del ritratto è il Vittoriale stesso. Non solo monumento, ma scenografia totale. Fusco osserva, registra, suggerisce: ovunque una messe di chincaglierie, oggetti, cimeli, reliquie. Non solo nelle stanze di rappresentanza, ma persino in sala da pranzo. L’estetismo si fa accumulo. Il gusto diventa ossessione. In questa sovrabbondanza decorativa, si consuma la delusione di chi era salito “sul lago” per ritrovare il mito intatto. Il pellegrinaggio si trasforma in esperienza quasi straniante: il Vate non abita un tempio austero, ma una casa-museo gremita, dove l’arte rischia di confondersi con il kitsch.
Fusco non giudica con ferocia; sorride. La sua è un’ironia sottile, mai sacrilega. Mostra lo scarto fra aspettativa e realtà, fra costruzione pubblica e declino privato. Ed è proprio in questo scarto che il ritratto acquista forza. Il merito di Fusco è quello di saper demitizzare senza demolire. Il d’Annunzio che emerge non è diminuito: è umanizzato. La pinguedine, l’accento, la casa ingombra non cancellano il poeta; ne rivelano il tramonto. E nel tramonto, come spesso accade, si coglie una verità più intensa del pieno meriggio. Fusco, giornalista “raffinato ed efficace”, comprende che il Novecento italiano non può essere letto solo attraverso le sue liturgie solenni. Occorre attraversarne i salotti, le case, le manie. Occorre guardare gli eroi quando scendono dal piedistallo. Così il Vittoriale diventa metafora del Ventennio stesso: grandioso, scenografico, sovraccarico, e insieme fragile. Un monumento alla volontà di grandezza che, osservato da vicino, rivela incrinature, polvere, oggetti fuori posto. Rileggendo oggi quelle pagine, si comprende perché Giancarlo Fusco meriti di essere sottratto all’oblio. Il suo ritratto di d’Annunzio non è solo una pagina di costume: è un esercizio di stile e di libertà intellettuale.
Nel descrivere un Comandante ormai lontano dalle adunate e dalle imprese, Fusco compie un gesto tipicamente novecentesco: sottrae il mito alla retorica e lo restituisce alla storia. Con grazia, con ironia, con quella lucidità che appartiene ai grandi cronisti. E forse proprio in quella delusione – davanti a un poeta pingue, fra chincaglierie anche in sala da pranzo – si consuma il passaggio dall’epica alla memoria. Fusco lo racconta senza proclami. Ed è per questo che, ancora oggi, vale la pena rileggerlo.