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IMBARCARSI NELLA RELAZIONE.Velisti, marinai, esseri umani.

IL LINITE / Raniero Regni / 239 

                                                     

Lascia che la natura sia la nostra maestra

W. Wordsworth

Non si può mutare nulla che non si sia accettato

C. G. Jung

Se vuoi costruire una nave, non radunare gli uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito

A, de Saint-Exupery

       

 Che cos’è la pratica della barca a vela? Sì, può essere uno sport. Sì, può essere un hobby. Sì, può essere una passione. Eppure è forse qualcosa di più. Per chi scrive, quel mettere a segno le vele cercando il vento, quell’uscire verso il mare aperto, con la propria piccola deriva oppure con un cabinato, è qualcosa di più. È una specie di star gate, un cancello magico attraversando il quale si entra in un’altra dimensione. Ogni uscita è un momento di trasformazione che ti catapulta in un’altra dimensione. Il mare, la barca, il vento, il paesaggio, lo sforzo fisico e il piacere che si diffonde nel corpo al cospetto della bellezza degli elementi, rappresentano un’esperienza unica, ripetuta tante volte ma sempre nuova. Anche la più prosaica spiaggia adriatica, vista dal qualche miglio di distanza è un’altra cosa. Nella nudità e nel sole, emozioni antiche, brividi arcaici, ti mettono in sintonia con la natura e con il mondo, facendoti incamminare verso la bellezza e la bontà.

Se poi, per caso, il mare in cui prendi il largo è quello di uno dei luoghi più belli del Mediterraneo, allora l’esperienza si amplifica a dismisura. In Italia, nell’arcipelago della Maddalena, nell’isola di Caprera, esiste una scuola di vela unica al mondo: il Centro Velico Caprera (CVC). Nata nel 1967 come semplice associazione, ma già con partner importanti come il Touring Club Italiano e la Sezione di Milano della Lega Navale Italiana, sotto l’Alto patronato della Marina Militare Italiana, ha ricevuto in concessione i terreni e le strutture della parte sud occidentale dell’isola di Caprera compresi tra Punta Coda e il golfo di Porto Palma. Un luogo speciale, in un’isola che è riserva integrale e dove non è possibile neanche campeggiare.

Ma il paesaggio, il landscape, è solo una parte, anche se importante, di questa scuola di vela. L’altra componente costituisce il mindscape, il paesaggio dell’anima, fatto di valori e sensibilità umane speciali che hanno caratterizzato tutti coloro che l’hanno sin dall’inizio frequentata, organizzata e diretta, sino ad oggi. Migliaia di giovani e meno giovani, uomini e donne, sono passati per questa scuola di vela che è qualcosa di più, perché permette un’esperienza irripetibile di vita in comune, sobria e bellissima, di condivisione di giornate di mare indimenticabili, rese possibili dal lavoro di migliaia di volontari.

Impossibile raccontare in poche righe questa storia straordinaria che si ripete ogni anno e i cui numeri sono impressionanti. Nel solo 2025 sono passati per Caprera 3748 allievi e allieve, vi hanno lavorato 457 volontari, tra istruttori e altro personale addetto all’organizzazione, per 231 giorni e per complessive 3987 settimane di corsi paralleli, tra corsi per derive e per cabinati di ogni genere e livello. Sì, perché Caprera, il CVC, è una scuola di vela che si regge fondamentalmente da sempre sul lavoro dei volontari. Uomini e donne appassionati di mare che vogliono trasmettere ad altre uomini e donne, giovani e non giovani, la loro passione e le loro competenze di velisti. Ma, come recita il Codice etico (entrato in vigore lo scorso anno), non solo velisti ma anche marinai, sviluppando “attraverso l’insegnamento e la pratica della vela, un’educazione ed una coscienza marinara”. E la differenza non è da poco.

Il velista è uno sportivo che sa condurre una barca in sicurezza e padronanza in un mare, come quello dell’arcipelago della Maddalena, che sembra fatto apposta per la barca a vela, con onde che non si sollevano di molto ma con venti anche fortissimi che arrivano diretti dalle Bocche di Bonifacio tra la Sardegna e la Corsica, dove l’aria accelera per un noto effetto della fisica dei fluidi. Uno scenario stupendo dove imparare i segreti della navigazione, sempre più raffiniti, sempre più tecnici in una comunità di apprendimento e di esperienza che si è accumulata e trasmessa nei decenni. La scuola di Caprera è infatti una comunità di pratiche della vela che ha accumulato un sapere incarnato, che poi viene trasmesso alle nuove generazioni di velisti, nelle brevi lezioni a terra, che precedono l’uscita, poco dopo l’alba. Un sapere che non è possibile trasmettere solo attraverso i manuali, che pure ci sono, ma rubando i segreti con gli occhi, stando vicino a istruttori e velisti straordinari. Qualcosa che si apprende soprattutto in barca nelle lunghe giornate di navigazione. Uno sport magnifico, che si svolge in una delle più belle palestre del mondo, all’aria aperta, tra sole e acqua salata.    

Ma, come si diceva, non solo velisti ma marinai. I marinai non sono solo degli sportivi ma uomini e donne di mare. Che conoscono, amano e rispettano questo ambiente naturale straordinario, a cui dobbiamo né più né meno che la vita sul nostro pianeta. Che contribuiscono a proteggerlo. Che hanno una sensibilità speciale verso anche tutti coloro che sono sul mare, pronti all’aiuto e al soccorso di chi si trova in difficoltà in un ambiente bellissimo ma anche ostile e potenzialmente molto pericoloso. Anche perché il CVC è impegnato in progetti di ricerca ecologica nel Mediterraneo e di lavoro psicologico con persone reduci da gravi malattie che ritrovano, proprio attraverso questa scuola di vela, una via di uscita verso il riacquisto della salute e del benessere esistenziale (vedi le collaborazioni con l’istituto milanese IEO e il progetto We Will Care). 

Nella logica della formazione permanente e del miglioramento continuo, voluti dalle attuali segreteria e presidenza, si è intrapreso quest’anno un ulteriore passo in avanti verso la dimensione psico-pedagogica della formazione degli istruttori volontari. A Riccione, in un’atmosfera di amicizia e condivisione degli scopi, tra persone accomunate dalla stessa passione e dallo stesso desiderio di trasmetterla sempre meglio, ci si è impegnati nell’aggiungere ancora altri aspetti condivisi tra i più di duecento partecipanti. Velisti e marinai, si è detto, ma anche educatori ed esseri umani, sempre migliori. Infatti, non dovremmo dimenticare mai che quella di Caprera è una scuola, ovvero un luogo dove si incontrano generazioni di esseri umani di diverse età, che vanno da adolescenti di quattordici anni agli ultrasettantenni, dove gli adulti trasmettono, volenti e nolenti, qualcosa ai ragazzi e ai giovani, e dove tutti imparano qualcosa gli uni dagli altri.

Nella foto: il palco di Riccione per il Caprera Lab: il professore Raniero Regni, il segretario generale del CVC Enrico Bertacchi, il velista olimpionico, triplice medaglia d’oro al Valore Atletico, lo psicoterapeuta e psicologo dello sport Roberto Ferrarese e il manager e istruttore Sergio Rao che ha coordinato l’incontro.

 

Qualcuno ha detto che “in principio è la relazione”. Il bisogno di relazione è un bisogno primario e non una motivazione secondaria. Caprera è un luogo dove si educa, si fa formazione. Dove l’istruttore è anche un educatore, a sua volta educato. Istruttore è un nome e una qualifica, per certi versi, quasi riduttiva. Infatti, oltre agli apprendimenti strumentali, concreti, che riguardano il come si va in barca, nelle settimane passate assieme a Caprera ci si interroga implicitamente anche sul perché, ovvero sul senso della pratica della vela. Chi fa l’istruttore diventa davvero, anche non volendo, un modello, un esempio, per i giovani che si trova in barca. E allora diventa importante anche il percorso che lui stesso ha fatto come persona. Quel viaggio interiore che lo porta a voler condividere delle conoscenze e delle competenze, ma anche delle passioni. E chi è un educatore? È una persona che realizza se stessa realizzando gli altri. Che gode nel vedere crescere qualcuno. E allora, ai valori previsti dal Codice Etico, e ripresi dalla Carta del Volontariato, come onestà, professionalità, responsabilità, imparzialità, riservatezza, trasparenza, solidarietà, rispetto, collaborazione, spirito di servizio, si possono aggiungere altre qualità che caratterizzano l’istruttore come educatore e come essere umano: ascolto, empatia, reciprocità, pazienza, rispetto, senso del gruppo, umiltà, piacere, gioia, gentilezza. Sì, perché la gentilezza, ovvero l’arte di far stare bene le persone, è una forza, non un segno di debolezza. La gentilezza ferma il mondo.

Ma qui il discorso si fa delicato e impervio, anche se più appassionante e promettente. Perché, come diceva C. G. Jung, “non posso correggere nessun errore che io stesso continui a commettere”. Allora non si tratterà di trasformare il brusco e rude marinaio, in un gentile terapeuta, non si tratterà di creare l’istruttore-velista-marinaio-educatore perfetto, perché quelli suggeriti durante l’incontro di Riccione Lab non vogliono essere degli ideali che, in quanto tali, sono spesso irraggiungibili. Si tratta di indicare una guida, più che una meta, una direzione verso cui incamminarsi.

Una bussola, perché Caprera diventi non solo. uno dei luoghi più belli ma anche un posto speciale dove fare importanti incontri educativi. Un luogo dove la relazione umana venga curata nei suoi aspetti migliori, quelli che fanno della vita un’avventura degna di essere vissuta, insieme. Anche perché l’insegnamento/apprendimento della vita in natura ha una qualità misteriosa e, per i nostri figli e nipoti che vivono oramai un’esistenza completamente al chiuso o in un ambiente urbano, e che soffrono di una nuova sindrome da “deficit di natura”, probabilmente insostituibile. Ma questa, come si dice, è ancora un’altra storia, ma che ci porta comunque a Caprera.

Il disegno della foto in evidenza è di  Davide Besana.

 

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