Home La Rivista IL CORPO COME ATTO POLITICO: LA POESIA DI KLAUS MISER

IL CORPO COME ATTO POLITICO: LA POESIA DI KLAUS MISER

Dichiarare che «la mia poesia è politica», per Klaus Miser, non significa ridurre la scrittura a veicolo ideologico o a strumento di militanza tematica. Al contrario, la sua poesia è politica perché nasce dal corpo, dalla sua esposizione radicale al mondo, dal suo modo singolare e irriducibile di stare nel reale. È una politicità incarnata, che non precede il testo ma lo attraversa, parola dopo parola, silenzio dopo silenzio.

La poesia di Miser non rassicura. Non consola, non pacifica. È una poesia che scuote, che “viene a cercare” chi legge o ascolta, aprendo fratture nella percezione e nel linguaggio. Proprio in questa capacità di disturbare risiede la sua forza politica: interrompere l’automatismo, costringere a una presa di posizione. Ogni parola è scelta con estrema cura, ma altrettanto decisivi sono i vuoti tra i versi, spazi di sospensione in cui prende forma una coscienza del corpo che vive un mondo e ne subisce le contraddizioni.

In questa prospettiva, la poesia non rappresenta il reale, ma lo mette in tensione. È un atto performativo, un evento che accade nel qui e ora, senza repliche possibili. Non a caso Miser insiste sulla dimensione orale e performativa del testo poetico: la poesia come gesto, come presenza, come esperienza condivisa che non si lascia archiviare. È qui che la scrittura diventa antagonista, non per ciò che afferma, ma per ciò che fa.

Accanto a questa dimensione conflittuale, emerge con forza l’idea della poesia come luogo di bellezza e di cura. Miser riconosce una fame diffusa di poesia, a fronte di un ambiente letterario spesso percepito come chiuso, distante, respingente. La sua ricerca si muove allora verso una riattivazione della funzione vitale della poesia, senza addomesticarne la carica destabilizzante. La bellezza, in questo senso, non è ornamento, ma necessità: qualcosa che intensifica l’esperienza del vivere, anziché anestetizzarla.

Particolarmente significativa è la definizione della poesia come urlo antispecista. Qui la politicità si allarga oltre l’umano, interrogando le gerarchie che strutturano il nostro sguardo sul vivente. Il linguaggio poetico diventa uno spazio di resistenza contro le forme di dominio sedimentate nel discorso, e il corpo che scrive si fa nodo di relazioni etiche, vulnerabili e interdipendenti.

Da questa esigenza nasce anche il lavoro su un linguaggio più didascalico, apparentemente semplice, rivendicato come più puro. Non si tratta di semplificazione, ma di sottrazione: liberare la parola dalle sovrastrutture che producono ambiguità rassicuranti e neutralizzano il conflitto. La chiarezza, per Miser, è una scelta radicale, un’esposizione senza protezioni.

La poesia di Klaus Miser si colloca così in uno spazio di tensione costante tra corpo e linguaggio, tra silenzio e parola, tra bellezza e ferita. Una poesia che non chiede consenso, ma presenza. Politica non perché parla del mondo, ma perché nasce dal corpo che lo vive e lo attraversa, assumendone fino in fondo il rischio

N come non è Bisanzio il paradiso
ma l’esplosione di nuvole sopra powerscroft road
il tacito patto dei salici lungo il Tamigi
november rain a giugno
la topografia ridisegnata dalle vene d’acqua
la salvezza affidata solo ai cervi
niente può più cambiare
talvolta
la resurrezione affidata solo agli alberi che non esistono più
ai gelsi
all’erba piegata dalla pioggia
al poeta matto di shoreditch che chiede sputando one ppp-pound
non un centesimo di meno
N come il succedersi delle stagioni
che mi ama perché io non esisto
come i gorghi neri amano i marinai
solo l’apparire della marea bluastra
come il mondo dalla fine
come un binario morto
il carbone mezzo arso e mezzo no
debacle dentro un bacio
franano le parole come franano i versanti
N come monocromie ancestrali
fiamme ungheresi
inizi balcanici di incontenibili ardori

poesie infinite tra i gasometri
poesie mai terminate in caledonia
poesie tossiche nel silenzio del cielo stamattina
ombre allungate dalle ceneri e dalle braci
tu alla sera rovistavi la brace
il tuo braccio storto dalla vecchiaia come metronomo latente
scandiva un tempo preciso stabilito una volta per tutte
arso nelle braci del ricordo
combustione di cieli azzurri
sinfonie mute
hai visto la paura o i frati neri o la sua foto fatta a pezzi?
il giubileo non della regina ma di santo derek jarman
protettore dei muri rossi
degli addomi trafitti
della carta da parati
dei faggi al sole che vivono fuori dal cerchio del tempo
fuori muoveva ancora un formicaio di vanità
melodrammi privati
scarpe perse per strade
una settimana di ferie all’anno
3 pappagalli alla sbarra
estasi di tabacco e samovar di antichi riti
2 cugine di nome Heather
5 metri quadrati di soffitti pieni di preludi e di muffa
i cieli del 27 aprile oltre i vetri
36 anni nello scoraggiamento
di un facchino biondo ai mercati generali
4 lumache si infilano dentro la cornetta dello yorkshire
la francese ripeteva alla cornetta voglio solo un vestito vittoriano
voglio solo venire da te
la cornetta era staccata
staccata la retina per non vedere più

lago morto ristagni d’acqua nei vicoli
la pozzanghera e l’altra scarpa mancante
un assolo e un cavaliere tutto rosso
di timidezza e di quattrocento
finisce la strada con la puzza dei moli
finisce la sera insieme a uno strip tease da suicidio
una sera nautofono e vetro
finiscono le sigarette e pure le stanze d’albergo
solo le donne e la poesia sono gli occhi di dio
la ragazzina tossica mi accompagna a brick lane
le unghie rotte e lo smalto impreciso
rioni di case popolari
gli emozionati e il mangime nei tuoi quadri
nei miei solo penombre provvisorie
I’m coming home e tu non lo sai
goodbye blue sky goodbye

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