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FEDERICA MARIA D’AMATO : IL RISCHIO DEL DIRE. POESIA COME EVENTO E NON COME POSSESSO

Federica Maria D’Amato si colloca consapevolmente all’interno di una lunga e irrisolta tradizione di riflessione metapoetica, nell’interrogare non tanto che cosa sia la poesia, quanto se essa esista davvero e a quali condizioni possa manifestarsi. L’autrice non propone una definizione positiva e rassicurante, ma costruisce un discorso per sottrazione, dubbio e pudore, facendo della fragilità non un limite, bensì la sola postura eticamente possibile davanti all’esperienza poetica.
La scrittura si presenta come tentativo fallimentare e reiterato: «tentare il verso» e continuare a «tentare il non-tentabile per definizione». Qui la poesia non è mai risultato, ma tensione; non è un oggetto conquistabile, bensì un orizzonte che arretra. In questo senso, il gesto poetico viene desacralizzato senza essere banalizzato: la sua grandezza non sta nella riuscita, ma nell’ostinazione consapevole del suo possibile fallimento. L’autrice sembra suggerire che ogni poesia autentica nasca già sotto il segno della sconfitta, o almeno della non-garanzia. D’Amato riprende e rilancia una posizione che richiama tanto il pensiero novecentesco (si pensi a Montale, evocato esplicitamente) quanto una sensibilità contemporanea disincantata: esistono solo “occasioni”, eventi rari e fulminei in cui qualcosa accade. La poesia non è quindi una sostanza, ma un accadimento; non un bene archiviabile, ma un lampo che attraversa il linguaggio. In questo senso, l’“occasione montaliane” diventa paradigma di una poesia che non si possiede, ma si subisce, e che oggi appare forse ancora più remota, “a noi preclusa”.
Come può la poesia, sostantivo femminile, essere ingabbiata nelle strutture rigide e classificatorie del linguaggio, nei “generi”, nelle etichette, nelle istituzioni letterarie? La riflessione assume qui un valore quasi filosofico: chiamare la poesia significa già tradirla, “cosalizzare” un rischio, ridurre a oggetto ciò che è essenzialmente esperienza del mondo.
Non a caso D’Amato, nel suo raccontarsi, convoca figure femminili emblematiche della tradizione lirica — Beatrice, Laura, Silvia, Clizia — per sottolineare l’irriducibilità della poesia a una definizione definitiva. Nessuna di queste presenze, pur così cariche di valore simbolico, ha mai risolto la questione: la poesia resta una domanda aperta, “ridicola e serissima insieme”.
L’autrice afferma che la poesia esiste solo nell’atto della ricezione: quando leggendo — o meglio, ascoltando interiormente — si riconosce un fatto come irriducibilmente poetico. Non esiste prima, non esiste dopo: esiste solo qui, adesso, in quell’incontro preciso tra testo e coscienza. Di conseguenza, anche la figura del poeta viene smontata: non esistono poeti in senso assoluto, ma solo momenti in cui qualcuno è poeta attraverso un testo. Premi, libri, riconoscimenti non fondano alcuna identità ontologica; al massimo, la mascherano.

 

Eravamo nel giuramento.
Chi nasceva, chi moriva, chi fumava.
A volte qualcuno rideva.
Eravamo veri e soli
coi pugni stretti intorno alla croce:
tremavamo ai cambi di stagione,
nei venti di luna,
nelle parole trattenute
dalla piega del taglio dove
più non ti trovano le labbra,
miele infinito del sole bevendo
acqua, acqua di te
all’inizio della sete,
alla fine del mondo.
Cruz de mayo
albero e consolazione,
addio e incontro in un solo torrente
quello che ci porta da sempre,
quello che in eterno ci conforta
ragazzo adolescente
trovato ancora vivo sotto la vita.

La montagna dell’andare (Ianieri, 2023)

 

Primavera
Come se oggi non fosse
anche l’autunno o la brina
fresca di collana cascata dagli inverni,
come se non entrasse oggi
anche in noi di noi ogni momento
di quella nostra ampiezza, fine
o inizio, gli incontri dell’estate,
nome bruciante strada
che porti fino alla collina se
tu sei oggi il mite sfogliarsi
d’ogni cosa, il puppare miele
di cristo il suo riposo nel lino:
non declinare,
non andartene
se puoi
dal lento nascere
di questo equinozio.

A imitazione dell’acqua (Nottetempo, 2017)

 

Ragazzi in piazza con pallone
 Ho vissuto cento secoli come un pazzo
correndo le aurore in guerra e la fine
del sole solo come chi non sa dove dormire.
Sono stato tutto
eppure oggi non so ancora cosa rispondere
a chi mi chiede da dove vengo
e dov’è che la pace ci attende.
Sono una scoria del tempo
e non saprò mai se affidare
i miei occhi all’amore
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o alla furia delle foglie nel vento.
Sono come tutti solo
quello che dovevo diventare
ognuno se stesso e infiniti altri
eppure oggi
io oggi mi ritrovo bambino
a giocare per la prima volta
alla piazza e alla palla
contento come la linfa del fuscello
quando sgorga dalla ferita
finito come la coda di un pomeriggio
tra l’estate e l’autunno
tra la noia e la voglia
di sapermi eterno fino a domani.

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