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LA TENEREZZA VIOLENTA DEL DIRE: VISIONE, PERDITA E CANTO ESTREMO NELLA POESIA DI NICOLETTA DI GREGORIO

La poesia di Nicoletta Di Gregorio, ed in particolare il volume A immagine persa, si colloca in un territorio di frontiera dove la parola poetica si fa atto estremo di conoscenza, tensione tra visibile e invisibile, tra materia e trascendenza. Come osserva Davide Rondoni nella prefazione, il dettato di questa raccolta è attraversato da una «durissima, quasi violentissima, tenerezza verso la vita», espressione ossimorica che coglie con precisione la cifra profonda della sua scrittura: una tenerezza che non consola, ma ferisce; che non placa, ma interroga radicalmente il senso dell’essere.

Il “canto estremo” evocato da Rondoni non va inteso come approdo terminale o esaurimento della voce, bensì come esposizione totale della parola al rischio del silenzio. La poesia di Di Gregorio nasce, infatti, da una “indicibile insistenza del valore”, da una fede ostinata nella necessità del dire anche quando ogni ordine sembra dissolto. È un ordine che non precede il caos, ma che si tenta di rintracciare attraverso il caos, come se il senso non fosse dato, bensì continuamente da strappare all’opacità del reale.

In A immagine persa si avverte con forza questa tensione: le poesie catturano frammenti di realtà come folgorazioni improvvise, visioni che non si offrono alla contemplazione pacificata, ma che impongono uno sguardo rapido, essenziale, talvolta spietato. I versi si snodano liberi, spesso privi di verbi e quasi completamente slegati dalla punteggiatura, in una sintassi rarefatta che rinuncia alla linearità discorsiva per affidarsi a un ritmo interiore, a un respiro che precede e supera la grammatica.

Questa scelta formale non è mero sperimentalismo, ma corrisponde ad una precisa postura conoscitiva: la lingua si spoglia delle sue certezze per aderire più fedelmente alla natura visionaria dell’esperienza. È come se l’immaginario venisse deliberatamente “slegato” per correre sulla pagina e farsi canto, pittura verbale, traccia sensibile di un vedere che non può più essere mediato da strutture logiche rigide. In questo senso risuona con particolare pertinenza la celebre affermazione di Leonardo da Vinci, secondo cui «la pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura cieca».

Un elemento di forte continuità tra le sue sillogi è l’uso del si riflessivo, che assume una valenza quasi metafisica: non indica soltanto un’azione impersonale, ma diventa luogo di rivelazione dell’invisibile, spazio in cui il soggetto si dissolve per lasciare emergere l’essere. In questo si si consuma la perdita dell’“immagine” come forma stabile e riconoscibile, a favore di una percezione infinita e instabile dei sensi. L’“immagine persa” non è allora semplice smarrimento, ma condizione necessaria per accedere a un oltre, a una dimensione altra in cui la speranza dell’essere può ancora trovare dimora.

L’andare oltre, che attraversa l’intera raccolta, non si configura come fuga dal mondo, bensì come affidamento: un consegnarsi a un possibile Aldilà che non è dogma, ma esigenza esistenziale. La poesia diventa così luogo di passaggio, soglia fragile e necessaria tra ciò che è dato e ciò che si intravede. In questa prospettiva, la “esile trama di vita” con cui la silloge si conclude non è segno di debolezza, ma di estrema resistenza: è il filo sottile che tiene insieme la parola e il silenzio, la ferita e la grazia.

Sacro limite sonoro
raggio d’un voluto spazio
colmo tracciato d’avvio
al disincanto sparisca
il delimitato punto
come deriva del bene
o periplo sensibile
all’irrompere carsico
d’immateriale scintilla

*

Dalle sponde del vento
s’ingloria, sensibile
al crepuscolo, un’evocata
cuspide d’Uno, stelo di luce
nel delirio d’ombra

tracima l’utopia del vero,
sottesa a scandagli di vuoto,
dilatata nel serale turchino
espandersi d’onda

diventa sabbia d’esordio
tocco d’ala smarrito
lembo estremo
al tuo respiro di cigno

*

Un assolo unico accoglie,
sorgiva dissolvenza,
mutamenti che il vento adombra
d’un aprile eterno ardano
i cieli vermigli sospesi di ghiaccio
nei sogni velati di liquido volto
dispersi al ricordo d’amato segno

dolente diafana notte al suono
profondo arrese un arabesco di luna
un arco di luce come sussurro
lieve al generato canto

*

Cedere, saggezza senza grido
al chiarore di un franto tempo
in ascesi come l’estremo lembo
mistero che affiora al riarso volo
al compiersi pacato del nudo segno

si fa argine alla più lontana sponda,
nella possibile opaca penombra vinti
un futuro spazio, serra lo scrigno di pace
e tutto invade di senso al sorgivo soffio

nella eclissi del lampo contempla
l’unica amata armonia dell’amato tempo

*

L’aria giunge calda
e condivide dorata la sabbia
d’un deserto lontano
ci conduce a un inno nuovo
al bianco pane d’approdo

luci, gigli dunali
custodiscono dischiusi i cuori al canto
invisibili equilibri
annunciano il dono
a un paesaggio di carta e muschio

elettrica positiva gioia, vivere ora
la millenaria sospesa presenza
della prima attesa sorpresa
della grazia di questa mano tesa
a riunire nodi di mondi uguali

(Poesie tratte dal libro A immagine persa)
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