Home La Rivista SPACCIO: L’URGENZA D’UNA RISPOSTA ADULTA

SPACCIO: L’URGENZA D’UNA RISPOSTA ADULTA

Attualita’/ Marcello Martelli/ 229

 Teramo, città che molti associano alla quiete di una provincia operosa e tranquilla, oggi si ritrova al centro di una cronaca che inquieta: bande di minorenni che gestiscono lo spaccio come un vero business, organizzandosi con chat criptate, consegne rapide, turnazioni, persino “strategie di marketing” tipiche delle piazze di spaccio più strutturate. Le recenti indagini con raffica di arresti e indagati, hanno squarciato il velo su un fenomeno che non può più essere considerato marginale né episodico.

Ma quale riflessione deve nascere da questa storiaccia criminosa? La prima—e forse la più dolorosa—è che non siamo davanti a una devianza improvvisata, ma a un sistema. Giovani che parlano come adulti del crimine, che padroneggiano strumenti digitali per eludere i controlli e che operano in luoghi simbolici, come le scuole. È un segnale che la criminalità, quando trova spazio, tende a radicarsi proprio dove le istituzioni, la società e gli adulti esitano o arretrano. Tre elementi emergono con forza:

– La normalizzazione dello spaccio tra i minorenni. Quando ragazzini poco più che quattordicenni parlano di “giri” e “clienti”, significa che la percezione sociale del reato si è pericolosamente abbassata. La droga diventa un lavoro, un guadagno facile, un atto quasi banale.

– La capacità delle reti criminali di reclutare giovanissimi.

I minorenni vengono usati perché più difficili da sanzionare, perché più manipolabili e perché vivono spesso in una terra di mezzo fatta di noia, assenza di prospettive e desiderio di riconoscimento.

. L’invisibilità digitale. Le chat criptate, i messaggi effimeri, i pagamenti digitali permettono a un sistema primitivo nella logica, ma moderno negli strumenti, di sfuggire ai controlli. È un salto di qualità che la società adulta ha sottovalutato.  La risposta non può essere unicamente giudiziaria. Servono almeno tre interventi complementari.

a) Un presidio stabile della legalità.Le forze dell’ordine devono poter presidiare non solo le strade, ma anche gli spazi digitali. Questo significa investire in unità specializzate nella cyber-investigazione, capaci di intercettare i nuovi linguaggi e i nuovi canali dello spaccio.

b) La ricostruzione della comunità educativa. La scuola non può essere lasciata sola. Ci vogliono educatori, sportelli psicologici, progetti di prevenzione non formali, ma continuativi. E soprattutto adulti presenti: genitori, insegnanti, allenatori. La criminalità minorile si insinua dove manca un adulto credibile.

c) Alternative reali per i giovani. Parlare di “opportunità” è facile; offrirle davvero è più difficile. Ma è necessario. Il lavoro, lo sport, i luoghi di aggregazione sani, le attività culturali e professionali devono diventare concorrenti diretti della strada. Un ragazzo sceglie il crimine, perché percepisce il resto come vuoto o inaccessibile. La vicenda di Teramo non è l’eccezione: è il sintomo di un’Italia in cui i confini tra adolescenza e criminalità si sono assottigliati. E quando il crimine si fa giovane, tutta la comunità invecchia, perché la paura sostituisce la fiducia. Serve una risposta matura, seria e collettiva.

Serve la capacità di vedere questi ragazzi non solo come autori di reato, ma come prodotti di un tessuto sociale che si è sfilacciato. La domanda da porsi non è solo “come punire?”, ma soprattutto “come ricostruire?”.

La lotta allo spaccio minorile è una battaglia che si vince non solo arrestando, ma riabbracciando: territori, famiglie, scuole e quei giovani che oggi vivono in un limbo che altri riempiono con il crimine.

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