Sport & Educazione /229
di Emanuele Tonelli
| “Probabilmente il miglior metodo educativo consiste nel fatto che l’educatore sia educato e che cominci col provare su sé stesso, per stabilire la loro idoneità…”
Carl G. Jung |
La vela, intesa come pratica educativa, è uno degli strumenti più efficaci che io abbia mai incontrato per attivare un percorso di crescita personale e valorizzazione delle competenze individuali.
Un vero marinaio non è colui che conosce tutte le regole, ma colui che sa adattarsi, leggere la situazione, scegliere con consapevolezza, decidere sotto pressione, e soprattutto trasmettere fiducia. E’ fondamentale insegnare a manovrare una barca, ma anche formare individui capaci di orientarsi nella complessità, di affrontare l’incertezza, di prendersi cura di sé e degli altri. L’ambiente marino, ostile per natura all’essere umano, rappresenta una straordinaria palestra di crescita, che obbliga a confrontarsi con i propri limiti, ad affinare le proprie risorse, a sviluppare resilienza e spirito di iniziativa. L’istruttore di è un tecnico, ma anche un educatore, un facilitatore, un esempio di equilibrio tra competenza, empatia, fermezza e umiltà. Riconosce il talento, anche quando è latente, e lo mette inelle condizioni per farlo emergere spontaneamente. E’guida e testimon. dimostra come la gentilezza, l’ascolto e la fiducia possano contagiare l’equipaggio e trasformare l’intera esperienza formativa.
Nel tempo ho capito che insegnare è il modo più efficace per continuare a imparare. Ogni volta che accompagno un gruppo in mare, osservo me stesso e cerco di affinare il mio stile comunicativo, perché è lì, nella relazione educativa autentica, che si attivano le vere dinamiche di apprendimento. Attraverso una continua riflessione ho potuto scoprire e affinare il mio modo di agire per coltivare il potenziale degli altri. Questo approccio ha una risonanza profonda con il pensiero di Carl Gustav Jung, secondo cui l’educazione non può essere rivolta solo al bambino, all’adolescente o all’adulto in fase formativa, ma deve riguardare anche e soprattutto l’adulto che educa.(1) (v. incipit).
Jung descrive l’educatore, come colui che non dovrebbe mai smettere di crescere, di interrogarsi, di trasformarsi, perché solo così può veramente accompagnare l’altro in un percorso evolutivo autentico.
Allora posso dire che la mia esperienza di istruttore di vela si è trasformata, negli anni, in un vero e proprio cammino educativo, fatto di ascolto, di osservazione, di dedizione e soprattutto di passione. La vela, più che una disciplina sportiva, è diventata per me una scuola di vita, un ambiente privilegiato per riconoscere e coltivare il talento, in tutte le sue forme, comprese quelle non convenzionali. Il talento e l’alto potenziale esprimono soprattutto attraverso la sensibilità, l’intuizione, la creatività, la leadership, la capacità di connettersi con gli altri. La barca è un acceleratore di consapevolezze, un contesto in cui il talento può manifestarsi in modo naturale, perché sollecitato dalla necessità, dal movimento, dall’urgenza della situazione reale. Non c’è spazio per la finzione, né per l’inattività, ogni ruolo ha un suo valore, ogni gesto ha un impatto, ogni scelta può influenzare le dinamiche del gruppo a bordo e la giusta rotta.
In questi momenti emergono quelle forme di intelligenza e di potenziale spesso ignorate nei percorsi scolastici tradizionali. Essere educatore e formatore in ambito nautico significa riconoscere il valore trasformativo del mare. Significa accettare che ogni allievo porta con sé un universo complesso, fatto di desideri, potenzialità inespresse, esperienze passate e fragilità.
(1) C.G. Jung, Psicologia Analitica ed Educazione, Bollati Boringhieri, 1979, p. 112.
Ciò significa comprendere che non tutti i talenti si esprimono allo stesso modo, né seguono lo stesso ritmo. La sfida più grande è creare un ambiente in cui ciascuno possa sentirsi al sicuro nell’esplorare i propri limiti, sbagliare, ricominciare e osare.
Questo ambiente non è solo fisico ma è fatto di sguardi, parole, silenzi, incoraggiamenti, ma anche di regole, limiti, responsabilità condivise.
La formazione in ambito nautico “costruiscee” il marinaio, tecnicamente preparato e sicuro, ma deve formare l’allievo capace di affrontare l’imprevisto, di leggere i segnali del cambiamento, di mantenere la rotta interiore. È un’educazione che mira all’autonomia piena, con capacità di prendere decisioni consapevoli, in connessione con l’altro.
Nel fondamentale senso empatico si crea la possibilità di riconoscere e far emergere il talento, anche là dove sembrava assopito o inespresso.
Riprendo qui il pensiero diRaniero Regni “Così, come esiste una base neuroscientifica dell’empatia che coinvolge almeno dodici parti del sistema nervoso centrale, così esiste una vera e propria base biologica della gentilezza, una specie di biologia dei valori di grazia e cortesia che fanno stare bene gli esseri umani quando si comportano in maniera altruistica, generosa e gentile”2.
Così il talento, come la gentilezza, può diventare contagioso. Quando un istruttore lo sa riconoscere e valorizzare, accende negli allievi la voglia di fare, di sperimentare, di mettersi in gioco. Ma perché questo accada, l’istruttore deve essere un esempio vivente di ciò che insegna. Deve avere talento, certo, ma anche vocazione, passione, umiltà e la capacità di generare cambiamento. Non si tratta solo di conoscere la tecnica o la teoria, ma di saper entrare in relazione autentica con ogni singolo allievo, accogliendone la storia, le potenzialità e le fragilità. Solo così l’apprendimento diventa significativo, e l’esperienza in barca si trasforma in una vera e propria occasione di crescita personale e collettiva.
L’educazionenon è mai a senso unico. Ogni volta che insegno, imparo. Ogni allievo è per me un’occasione per affinare il mio sguardo, per comprendere meglio il mio stile comunicativo e per mettermi in discussione. Questa continua reciprocità rende l’esperienza educativa dinamica, viva e trasformativa. L’educatore è un eterno apprendista.
(2) Raniero Regni, Pedagogia del limite, Anicia, 2025, pag. 69.
Questo Jung lo aveva compreso e sosteneva che chi si occupa del bambinonon può limitarsi a trasmettere contenuti o regole, ma deve impegnarsi in un percorso di autoeducazione continua, perché solo così può guidare l’altro senza prevaricarlo, accompagnarlo senza ostacolarne la crescita.
Allora la vela, che è il mio laboratorio pedagogico privilegiato, non è solo una passione, né una professione, ma uno strumento di ricerca, la via per esplorare l’essere umano. In mezzo al mare ho imparato che ognuno ha qualcosa da insegnare e qualcosa da apprendere. Che il talento non è mai un privilegio di pochi, ma un dono che aspetta di essere riconosciuto e nutrito. Che le disabilità, viste da vicino, si rivelano spesso come risorse, che l’educazione, quella vera, richiede tempo, cura, attenzione e soprattutto una profonda fiducia nell’altro. Per questo continuerò a scrivere il mio “diario di bordo”, a navigare con i miei allievi, a cercare d il talento perché, in fondo, il compito dell’educatore non è quello di plasmare ma di liberare, il mare, con il suo linguaggio antico e misterioso, è ancora oggi il mio alleato più prezioso in questa missione.
Emanuele Tonelli, TALENTO E VOCAZIONE: LA NAVIGAZIONE A VELA COME ESPERIENZA,MASTER DI PRIMO LIVELLO “ GIFTED. DIDATTICA E PSICOPEDAGOGIA, PER ALUNNI AD ALTO POTENZIALE COGNITIVO E PLUSDOTAZIONE




