Valore & Valori / Mario Travaglini / 204
L’industria automobilistica europea, un tempo baluardo di innovazione, potenza economica e orgoglio culturale, sta vivendo un’agonia lenta ma inesorabile. Le fabbriche dove i ritmi di lavoro erano incalzanti, da Wolfsburg a Torino, da Coventry a Stoccarda, oggi sembrano cattedrali abbandonate, reliquie di un’epoca in cui l’Europa dettava legge sulle strade del mondo. Il declino non è un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di una tempesta perfetta: scelte politiche miopi, inerzia industriale, competizione globale spietata e un’ossessione ideologica per la transizione verde che ha finito per strangolare il settore. Questo articolo non vuole essere un necrologio, ma un grido di rabbia e un’analisi spietata di come si sia arrivati a questo massacro e di quali cicatrici resteranno sul tessuto economico e sociale del continente.
Le cause: un cocktail letale di arroganza e ingenuità.
Per decenni, l’industria automobilistica europea ha vissuto in una bolla di autocompiacimento. Le case automobilistiche tedesche, francesi e italiane si crogiolavano nella loro reputazione di qualità e prestigio, convinte che il mondo avrebbe continuato a inchinarsi ai loro paraurti scintillanti. Ma il mondo è cambiato, e l’Europa non ha saputo tenere il passo. La prima pugnalata è arrivata dalla Cina, che in vent’anni è passata da essere un mercato di consumo a un colosso produttivo. I costruttori cinesi, come BYD e NIO, hanno inondato il mercato globale di auto elettriche a prezzi stracciati, sfruttando catene di approvvigionamento ottimizzate, manodopera a basso costo e un governo che non ha esitato a pompare miliardi nelle batterie e nelle tecnologie verdi. Nel frattempo, l’Europa si è impantanata in un labirinto di regolamenti, quote di emissione e incentivi mal calibrati.
Il “Green Deal” europeo, sbandierato come la salvezza del pianeta, si è rivelato un cappio per l’industria. L’imposizione di standard di emissione sempre più stringenti, culminati nel divieto di vendere auto a combustione interna entro il 2035, ha costretto i produttori a investire miliardi in tecnologie elettriche ancora immature. Ma il passaggio è stato gestito con una superficialità sconcertante. Le infrastrutture di ricarica sono un mosaico incompleto, con colonnine sparse come oasi in un deserto. La dipendenza dalle batterie cinesi, che controllano il 70% del mercato globale del litio e del cobalto, ha messo l’Europa in una posizione di sudditanza tecnologica. E mentre i costruttori europei arrancavano per riconvertire le linee di produzione, i consumatori, spaventati dai costi delle auto elettriche e dalla scarsa autonomia, hanno iniziato a snobbarle. Nel 2024, le vendite di veicoli elettrici in Europa sono cresciute solo del 5%, contro il 30% in Cina. Un fiasco mascherato da “transizione in corso”.
Ma non si può puntare il dito solo su Bruxelles o su Pechino. I manager delle case automobilistiche europee hanno la loro dose di colpa. Hanno dormito sugli allori, sottovalutando la minaccia asiatica e ignorando l’ascesa di Tesla, che ha ridefinito il concetto di auto come gadget tecnologico. Volkswagen, simbolo dell’ingegneria teutonica, ha speso anni a inseguire il sogno di un software proprietario, fallendo miseramente con il suo sistema ID, pieno di bug e lentezze. Stellantis, il colosso nato dalla fusione di PSA e FCA, sembra più interessata a tagliare costi e chiudere stabilimenti che a innovare. E poi c’è il dramma dei fornitori, le piccole e medie imprese che producono componenti: schiacciate dai margini sempre più sottili, molte stanno fallendo o delocalizzando in Asia, lasciando dietro di sé città fantasma.
Gli effetti: l’Europa che perde la sua anima industriale.







