Home La Rivista Politica, economia e finanza L’AMERICA RIACCENDE LA GUERRA COMMERCIALE: L’EUROPA DOVREBBE REAGIRE?

L’AMERICA RIACCENDE LA GUERRA COMMERCIALE: L’EUROPA DOVREBBE REAGIRE?

Valore & Valori / Mario Travaglini /197

Dopo un mese di supposizioni, di affermazioni contraddittorie, di depistaggi e di guasconate varie, Donand Trump ha finalmente svelato il suo programma di dazi che a suo dire dovrebbe rifare l’America grande. Nel rinviare alla prossima settimana l’analisi macro economica e borsistica, stante anche le turbolenze dei mercati ancora in corso, passo alla questione  che più appassiona l’opinione pubblica: dopo la guerra che vogliamo fare a Puntin via Ucraina né facciamo un’altra di tipo commerciale con gli Usa ? Le ultime notizie provenienti da Bruxelles riferiscono che la contraerea europea allertata dalla Von der Leyen sembra voler schierare tutte le truppe economiche disponibili per rispondere al fuoco proveniente da oltre oceano. La domanda conseguenziale che mi sono posto ed alla quale darò conto nelle prossime righe è la seguente: di fronte all’offensiva americana, l’Europa dovrebbe reagire pesantemente e immediatamente o privilegiare una strategia più raffinata ?                                                  Mettiamo da parte gli orpelli ed andiamo subito al sodo.

Trump ha imposto dazi del 25% sulle automobili e del 20% su una serie di prodotti tra cui spiccano i semiconduttori, i prodotti farmaceutici e quelli del settore agroalimentare. Il suo approccio è molto sorprendente e, se si vuole, anche incomprensibile perché tra tutte le merci sottoposte alla tagliola figurano anche i prodotti farmaceutici per i quali gli Stati Uniti presentano un deficit commerciale verso l’UE e sono difficilmente sostituibili da quelli americani. In questo comparto, poiché l’introduzione di dazi doganali non farebbe altro che aumentare il prezzo dei medicinali, non vedo come una simile operazione potrebbe giovare ai pazienti americani o allo Stato qualora i costi rimanessero a carico del bilancio pubblico. Inoltre Trump ha introdotto dazi reciproci sui prodotti europei per compensare l’impatto dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) applicata nell’UE. Un simile approccio equivale ad ampliare notevolmente la definizione di barriere commerciali, con ripercussioni che andrebbero ben oltre le relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Nell’altra metà campo, quella europea, succede che la Commissione si è impegnata ad adottare “immediate” misure di ritorsione contro i dazi statunitensi sui prodotti di consumo e sui beni manifatturieri, ribadendo nel contempo, da un lato, il suo impegno a favore di un commercio basato su regole, e dall’altro accusando Washington di aver paralizzato l’Organizzazione mondiale del commercio attraverso il  blocco delle nomine dei giudici. Non so definire i tempi entro i quali la Commissione reagirà alla provocazione di Trump, ne quale sarà l’entità dei contro dazi europei. So di certo però che tra i corridoi di Berlaymont si parla di un’apertura alla riduzione dei dazi doganali sui veicoli americani. Naturalmente, questo permetterà a Donald Trump di credere che le sue tattiche intimidatorie stiano funzionando, ma favorirà anche gli obiettivi del libero scambio. Come europei dobbiamo ammettere che anche noi abbiamo imposto barriere tariffarie e non tariffarie ai nostri alleati, anche se in modi più sottili e indiretti rispetto a quelli di Trump. Sovvenzioniamo massicciamente i nostri agricoltori, abbiamo rigidi standard alimentari e applichiamo tariffe su un’ampia gamma di prodotti importati, anche da paesi il cui sviluppo economico in passato abbiamo sostenuto. Ci dovremmo ricordare, per esempio, che nel 2018, l’Europa ha imposto dazi sul riso proveniente da Cambogia e Myanmar, sotto la pressione dei produttori italiani. Il paradosso è che questi due paesi asiatici hanno beneficiato del nostro sostegno economico per stimolare il loro sviluppo, in particolare facilitando le loro esportazioni verso mercati più ricchi, al fine di creare posti di lavoro per le loro popolazioni. Quindi, da un lato, abbiamo fornito aiuti finanziari ai paesi in via di sviluppo e dall’altro abbiamo imposto  tasse che hanno reso questi stessi prodotti più costosi per i nostri consumatori quando li acquistano nei supermercati. Un capolavoro.

Ma di fronte alle minacce tariffarie di Donald Trump, per il momento la soluzione migliore è non fare nulla. Ritengo che non dovremmo gestire la nostra economia come un parco giochi, evitando di ripetere la inappropriata risposta che diede Jean-Claude Juncker sui blue jeans, sul bourbon e sulle motociclette Harley-Davidson.  Dovremmo invece dare priorità a negoziati intelligenti proponendo agli americani di instaurare un’area transatlantica dentro la quale far circolare liberamente merci e persone, ricordando loro che il commercio è reciprocamente vantaggioso e che le nostre rispettive economie scambiano beni essenziali di cui tutti abbiamo bisogno.

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