Valore & Valori / Mario Travaglini / 177
L’Italia è un paese unico: quelli che non hanno capito granché delle elezioni americane spiegano oggi la sconfitta della Harris dopo che ne avevano pronosticato la vittoria. Il vecchio vizio di pontificare confondendo la realtà con le aspettative personali non smette di fare danni e di annebbiare le idee di coloro (pochi) che ancora leggono i quotidiani ormai manifestamente asserviti a logiche industriali di retroguardia (Stellantis ?). Oggi, a bocce ferme, su questa stessa rivista sulla quale avevamo espresso le nostre perplessità durante la lunga campagna elettorale americana, dopo aver letto ed ascoltato i trombettieri dei due schieramenti, proviamo ad analizzare freddamente i dati ed a anticipare le mosse del nuovo Presidente americano. La mia personale impressione è che si vada verso uno sconvolgimento politico globale che, a sua volta, potrebbe nasconderne altri due e forse altri ancora. Vediamo, partendo dall’esame di qualche dato preliminare divulgato da The Wall street Journal ( WSJ ), che potrà risultare utile a comprendere il quadro che si sta palesando: è stata la campagna presidenziale più dispendiosa di sempre, con un totale di 16 miliardi di dollari spesi dai due candidati, ma anche la più sbilanciata, con un budget di 7 miliardi di dollari per i repubblicani e un totale senza precedenti di 9 miliardi di dollari per i democratici. Lo squilibrio più inquietante riguarda le donazioni delle società quotate nello S&P 500, con un divario di 1 a 3 a favore di Kamala Harris. La candidata democratica ha inoltre battuto tutti i record di inviti da parte di reti democratiche – in modalità “tappeto rosso”, con domande preparate in anticipo – e di presenza sullo schermo tramite resoconti dei suoi incontri. Ma, paradossalmente, è stata lei a trascorrere meno tempo sul palco davanti alla platea dei suoi elettori: spesso non più di 15 minuti mentre la gran parte del tempo veniva coperta dai suoi sostenitori (il più delle volte da “tutta Hollywood”). I discorsi di Donald Trump, invece, sebbene sia riuscito a tenere il microfono a volte per più di 2 ore, sono stati scarsamente divulgati dai media che per l’80% erano filodemocratici.
Durante gli ultimi 15 giorni di campagna, quest’ultimo è stato paragonato fino all’ossessione a Hitler, Stalin, Goebbels, soprattutto per le fake news, oltre che pericoloso, incapace o “pazzo”. In altre parole, fare caricature fino a un certo punto va bene, è la regola del gioco che tutti accettano, ma diffamare in massa e “spaventare” sistematicamente finisce per apparire sospetto. E questo produce l’effetto opposto a quello ricercato portando l’opinione pubblica a far propria la causa del “uno contro tutti”, soprattutto quando il favorito dei media non propone un programma che migliori la vita quotidiana degli elettori. Probabilmente sono state sottovalutate le personalità dei principali sostenitori di Trump, Elon Musk (Twitter e Starship) e Robert Kennedy Junior (che attacca Anthony Fauci e Big Pharma per corruzione), mentre quelle delle star di Hollywood sono state eccessivamente enfatizzate e quindi sopravvalutate. Questa elezione poi è stata quella che ha sfatato più crudelmente il concetto secondo cui il favorito dei media “non poteva perdere”, poggiando anche sul fatto che Wall Street portava avanti un argomento forte ed innegabile, ovvero dal 1984 il partito al potere non ha mai perso le elezioni in presenza di rialzi nei tre mesi precedenti la consultazione elettorale. L’effetto sorpresa è stato addirittura doppio perché il campo democratico non è stato sconfitto pur mantenendo almeno una delle due “camere” del Congresso, come accaduto in passato; il trionfo dei repubblicani è stato totale con la vittoria in entrambe le camere che, ovviamente, rimarranno immodificabili per almeno due anni, fino alle elezioni di metà mandato. Donald Trump sembra quindi avere carta bianca, forte di un voto popolare, quasi un’onda anomala, con 6 milioni di voti in più e con alcuni senatori repubblicani eletti anche negli stati vinti dai democratici. Stante il quadro appena delineato, Donald Trump potrà quindi varare in tutta tranquillità le previste misure per alleggerire la fiscalità e quelle per il rilancio dell’economia utilizzando le maggiori entrate provenienti dai dazi doganali contro la Cina, l’Europa, il Messico e il Canada. Sul fronte geopolitico, Trump dovrà fare i conti con Benjamin Netanyahu che il 5 novembre, poco prima della sua elezione, ha licenziato il suo ministro della Difesa Yoav Gallant per rimpiazzarlo con l’attuale capo della diplomazia Israël Katz in un momento cruciale dell’intervento militare in Libano. E poi c’è la questione tedesca, esplosa con tutta la sua virulenza sui dati di bilancio, che Olaf Scholz non ha saputo gestire finendo per mettere alla porta il suo Ministro delle Finanze Lindner, reo di voler applicare le ricette liberali del suo partito, peraltro perno della coalizione di governo. In febbraio si andrà dunque alle elezioni anticipate con un cancelliere all’apice della sua impopolarità e con un Paese in recessione in cui il settore automobilistico sta sprofondando in una crisi senza precedenti. Wolfgang Munchau ex columnist del Financial Times, in una recente intervista presentando il suo ultimo saggio “Kaput, fine del miracolo tedesco”, ha affondato Scholz e il suo governo sostenendo che “La crisi della Germania è strutturale” e che il settore trainante (automobilistico) è stato vessato inutilmente perché “……. hanno completamente sbagliato i loro calcoli. Sia per quanto riguarda gli investimenti necessari che per quanto riguarda le potenzialità del mercato. Hanno puntato su auto costose, ma la domanda è forte solo sulle auto a basso costo, come appunto quelle costruite in Cina”.
Potrebbero essere due coincidenze… ma non possiamo dire che il 5 e il 6 novembre non siano stati un punto di svolta, indipendentemente dal fatto che l’elezione di Trump c’entri o meno; e lo stesso Trump, nel gioco della geopolitica mondiale, se vuole che l’occidente europeo contribuisca ad isolare I BRICS, non potrà ignorare questi eventi. Appuntamento alla prossima settimana per approfondire la parte economica e finanziaria.






