Valore & Valori / Mario Travaglini / 266
Nel proseguire il percorso sull’Europa, oggi allarghiamo il recinto e facciamo entrare nella nostra analisi un altro protagonista che, insieme alla Germania, ne ha determinato l’indirizzo politico e non solo: la Francia. Partiamo da quel 25 novembre 2003, quando accadde qualcosa che avrebbe lasciato un segno profondo nella credibilità delle istituzioni europee. Per Francia e Germania, avendo entrambe superato il limite di deficit previsto dal Patto di stabilità, avrebbero dovuto trovare applicazione le regole comuni ratificate in quel patto. In realtà quelle regole furono messe bellamente da parte perché si trattava di colpire i due Paesi più in influenti dell’Europa continentale. Non fu un incidente di percorso. Fu una scelta politica che mostrò quanto il peso dei singoli stati potesse condizionare l’applicazione delle regole comuni. Il punto non era pretendere che Francia e Germania non potessero attraversare difficoltà di bilancio. Il punto era un altro: proprio i Paesi che rivendicavano la guida dell’Europa avevano contribuito a mostrare quanto fragile potesse diventare l’applicazione delle sue regole. Per decenni quella guida era stata chiamata motore franco-tedesco, una espressione che evocava collaborazione, equilibrio e capacità di imprimere una direzione all’integrazione europea. Nella realtà, però, Francia e Germania non hanno guidato l’Europa nello stesso. La Germania aveva costruito la propria forza su un’industria esportatrice capace di conquistare i mercati mondiali, sostenuta da una politica economica orientata alla competitività e da un approvvigionamento energetico a costi relativamente contenuti La Francia disponeva di un patrimonio diverso: una grande tradizione industriale, un ruolo più marcato dello Stato nell’economia, una propria autonomia strategica e un sistema energetico fondato in larga misura sul nucleare. Erano due modelli assolutamente distinti e diversi ma che avrebbero potuto convivere senza necessariamente convergere. Senonché, mentre la Germania consolidava il proprio modello produttivo e rafforzava i legami economici con Russia e Cina, la Francia compiva scelte che finivano per mettere in discussione alcuni dei propri vantaggi. Il caso dell’energia è significativo. Mentre Berlino decideva di abbandonare il nucleare, Parigi, che proprio sul nucleare aveva costruito una parte importante della propria autonomia, avviava un percorso per ridurne il peso nella produzione elettrica. Non era una decisione imposta dalla Germania. Era una scelta francese, maturata per ragioni politiche e ambientali interne, che rendeva evidente una differenza: Berlino perseguiva con continuità le condizioni necessarie al proprio modello industriale, mentre Parigi metteva in discussione uno dei suoi punti di forza, tanto che nel 2015 stabilì per legge che la quota dell’energia elettrica prodotta dal nucleare dovesse scendere al 50 per cento entro il 2025.È un passaggio sul quale vale la pena riflettere perché la crisi energetica del 2022 ha poi mostrato quanto fosse difficile, all’interno di un mercato europeo integrato, sottrarsi alle conseguenze delle vulnerabilità accumulate da questi due Paesi e trasferite a tutti gli altri .
Ed è qui che nasce la domanda decisiva. Perché la Francia, che disponeva di un proprio modello economico, di una tradizione di autonomia strategica e di interessi non sempre coincidenti con quelli tedeschi, cercò così spesso di aumentare la propria influenza europea attraverso il rapporto privilegiato con Berlino?
La risposta va cercata nella storia politica francese, soprattutto nella crescente inconsistenza degli eredi di De Gaulle (gollisti), che ha prodotto una progressiva trasformazione di quel rapporto. Per la Germania, il peso economico diventava una leva per orientare le scelte europee. Per la Francia, la posizione di partner indispensabile della Germania diventava uno strumento per conservare il proprio rango politico. Di tal ché, nel tentativo di conservare il ruolo di coprotagonista dell’Europa, finiva talvolta per accompagnare indirizzi che non corrispondevano pienamente alle caratteristiche e agli interessi interni.
Oggi la Francia affronta difficoltà economiche, finanziarie e politiche profonde. Sarebbe semplicistico attribuirle al rapporto con la Germania. Molte nascono da scelte francesi, da debolezze accumulate nel tempo e dalla crescente difficoltà delle sue classi dirigenti di costruire un progetto condiviso.Ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare la traiettoria politica che l’ha condotta fin qui. La Germania ha cercato per decenni di trasformare la forza della propria economia in capacità di indirizzo europeo. La Francia ha cercato sempre più spesso di preservare il proprio rango europeo attraverso il rapporto con la Germania. Non sono la stessa cosa. Quando gli interessi coincidevano, il motore franco-tedesco disponeva di una forza straordinaria. Quando divergevano, i due Paesi non avevano necessariamente la stessa capacità di determinarne la direzione. È in questa differenza che vanno cercate le rispettive responsabilità. Non una Germania responsabile di tutto e una Francia semplicemente trascinata. Ma una Germania che ha spesso esercitato un ruolo di indirizzo e una Francia che, per conservare il proprio ruolo di guida, ha talvolta accompagnato scelte non pienamente coerenti con le caratteristiche e gli interessi del proprio Paese. L’accondiscendenza, in questo caso, non cancella la responsabilità. Ne costituisce una forma diversa. Ecco perché quando Francia e Germania rivendicano per decenni il ruolo di guida della comunità, non possono essere considerati soltanto due membri come gli altri nel momento in cui si valutano le conseguenze delle decisioni prese.
La responsabilità politica non dipende soltanto da chi abbia formalmente votato una decisione. Dipende anche da chi abbia avuto la forza di orientarla. E da chi, avendo la possibilità di proporre una strada diversa, abbia scelto di non farlo. I fatti interni, economici e di ordine pubblico, oggi presentano il conto. Ho i miei dubbi che siano solo i francesi a pagarlo. Il contagio è dietro l’angolo.