Attualità & Amarcord / Marcello Martelli / 266
C’è una domanda che torna puntuale ogni volta che il Premio Teramo si prepara a rinnovare il proprio appuntamento con la letteratura: ha ancora senso insistere su un’iniziativa nata quasi mezzo secolo fa, quando il panorama culturale era diverso, i premi letterari assai meno inflazionati e le istituzioni pubbliche coltivavano ambizioni che andavano ben oltre la semplice organizzazione di una manifestazione? La domanda non è irriverente. È necessaria. Perché le ricorrenze, da sole, non sono una politica culturale e la longevità di un’iniziativa, per quanto rispettabile, non costituisce automaticamente una ragione sufficiente per perpetuarla. Il Premio Teramo nacque negli anni in cui l’Ente provinciale per il turismo, l’EPT con il manager Pietro Arturo Favazzi e Giammario Sgattoni agit-prop letterario, che consideravano la cultura anche uno strumento di promozione del territorio. Una stagione nella quale investire nella letteratura significava offrire alla città un’occasione di prestigio, richiamare l’attenzione nazionale, costruire un’identità riconoscibile. Il racconto breve, genere letterario esigente e tutt’altro che minore, diventava così il terreno sul quale misurare le ambizioni di una città che non voleva essere soltanto una provincia geografica, ma anche un luogo di produzione culturale. Erano altri tempi. I riconoscimenti letterari non si moltiplicavano con la stessa facilità di oggi, le giurie autorevoli rappresentavano un valore aggiunto e un premio poteva contribuire concretamente a far emergere una voce nuova. La selezione, il prestigio dei nomi coinvolti, la capacità di creare attesa intorno a un’opera concorrevano a costruire una reputazione. In quel contesto, il Premio Teramo aveva una sua ragion d’essere, forse persino una funzione pionieristica. Ma proprio qui comincia il problema: ciò che era necessario ieri lo è ancora oggi? La XLVII edizione, con il concorso per un racconto inedito e la sezione intitolata a Mario Pomilio dedicata alle raccolte edite, ripropone una formula che conserva una sua dignità. Due percorsi diversi, uno rivolto alla scrittura che cerca ancora una casa editoriale, l’altro alla letteratura che quella casa l’ha già trovata. Un impianto che può ancora funzionare. A patto, però, di non scambiare la continuità per l’innovazione e il calendario per un progetto.Perché il rischio, dopo tanti anni, è quello di celebrare il premio più che la letteratura. Di considerare il fatto stesso di esserci arrivati alla quarantasettesima edizione una medaglia da esibire, anziché un’occasione per chiedersi che cosa il Premio Teramo rappresenti oggi, chi raggiunga, quali scrittori riesca a intercettare, quale traccia lasci nella vita culturale cittadina.Non basta convocare una giuria. Non basta pubblicare un bando, fissare una scadenza, proclamare i vincitori e archiviare l’edizione in attesa della successiva. La qualità delle persone coinvolte è una condizione importante, ma non può sostituire la capacità di costruire un rapporto vivo con i lettori, con le scuole, con le librerie, con gli editori e con il mondo della scrittura contemporanea.E soprattutto non basta dire che un premio esiste da cinquant’anni per concludere che debba continuare a esistere così com’è.In un Paese nel quale i riconoscimenti letterari sono ormai numerosi, la vera sfida non è aggiungere un altro appuntamento al calendario, ma distinguersi. Qual è, oggi, la specificità del Premio Teramo? Che cosa offre a un autore che non trovi altrove? Quale attenzione suscita fuori dai confini cittadini? E quale beneficio concreto ricava Teramo da questa iniziativa, al di là della legittima soddisfazione degli organizzatori?Sono domande che chiamano in causa anche il rapporto tra cultura e turismo, quello stesso rapporto che aveva contribuito a dare origine all’iniziativa. Se un tempo l’EPT poteva immaginare il premio come uno strumento per promuovere la città, oggi occorrerebbe dimostrare che quella intuizione produce ancora risultati. Non necessariamente in termini di presenze alberghiere o di ricadute economiche immediate, ma anche attraverso la capacità di attrarre autori, generare incontri, alimentare un dibattito pubblico e associare il nome di Teramo a una proposta culturale riconoscibile. Altrimenti, il premio rischia di restare prigioniero della propria storia: rispettato, magari anche apprezzato, ma progressivamente estraneo a una società che legge, comunica e scopre la letteratura attraverso canali profondamente cambiati.Sarebbe sbagliato, tuttavia, liquidare tutto con un’alzata di spalle. La memoria culturale di una città non è un ingombro da rimuovere. Un premio che ha attraversato quasi cinque decenni custodisce relazioni, esperienze, nomi e una parte della storia civile del territorio. Disperdere questo patrimonio per inseguire l’ultima novità sarebbe altrettanto miope che conservarlo senza interrogarlo.La soluzione, allora, non è abolire per principio, ma rifondare dove necessario. Restituire al Premio Teramo un’identità forte, verificabile, contemporanea. Aprirlo maggiormente alla città, farne un’occasione di confronto durante tutto l’anno, raccontarne i risultati, seguire il percorso degli autori premiati, coinvolgere le nuove generazioni. E stabilire, senza timore di mettere in discussione abitudini consolidate, obiettivi chiari con cui misurarne l’efficacia. La tradizione, del resto, non è la ripetizione del passato: è la capacità di trasmetterne il valore senza rinunciare a cambiarne le forme. Il Premio Teramo ha dunque ancora una ragione per esistere? Sì, ma non perché è arrivato alla quarantasettesima edizione. Ha una ragione per esistere se sa dimostrare di essere ancora utile alla letteratura, alla città e al suo futuro. Se è capace di scoprire, valorizzare e mettere in circolazione scrittori; se produce cultura anziché limitarsi a celebrarla; se trasforma un’eredità istituzionale in un progetto condiviso. Altrimenti, anche la storia più nobile rischia di diventare soltanto una cornice elegante. Dopo quasi cinquant’anni, il Premio Teramo non deve chiedere alla città di rispettarne il passato. Deve convincerla che vale la pena investirvi nel presente. Perché la vera domanda non è quanti anni abbia un premio letterario. È quanti anni di futuro sia ancora capace di conquistarsi.
Nella foto. Diego Valeri, presidente della giuria, e il sindaco di Teramo ferdinando Di Paola.




