Home La Rivista MICHELE RANCHETTI. LA POESIA NELL’ORDINE DELL’ASSENZA

MICHELE RANCHETTI. LA POESIA NELL’ORDINE DELL’ASSENZA

Ci sono poeti che appartengono a una stagione, a una scuola, a una genealogia. E ce ne sono altri che sembrano scrivere fuori dal tempo, sottraendosi quasi naturalmente alle mappe della letteratura. Michele Ranchetti appartiene a questa seconda specie. Storico della Chiesa, studioso della cultura religiosa, filologo, traduttore, editore, interprete di Freud e Wittgenstein, Ranchetti ha attraversato il Novecento senza lasciarsi ricondurre interamente ad alcuno dei suoi linguaggi. Anche la sua poesia — raccolta in La mente musicale, Verbale, Poesie ultime e prime, fino alle Poesie scelte, edite e inedite — sembra nascere da questa estraneità. Non è facile individuare per essa un’origine letteraria precisa, una scuola, un interlocutore privilegiato. La sua voce procede appartata, quasi senza compagni di viaggio. E tuttavia non è una voce isolata nel senso dell’indifferenza: al contrario, è una voce attraversata da una continua interrogazione, da una tensione che investe l’esistenza, la religione, il linguaggio, la memoria e il pensiero. L’isolamento di Ranchetti è piuttosto una condizione conoscitiva: stare a distanza per vedere ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto. In alcuni tardi appunti autobiografici, Ranchetti descrive la propria esperienza attraverso l’immagine di due vie parallele. Una è quella dell’apprendimento, della cultura, dell’accumulo di conoscenze e di esperienze. L’altra non è propriamente una via: è un deposito originario, un sapere di cui egli stesso non conosce l’origine, rimasto in larga parte immobile e inconscio.È una dichiarazione sorprendente, perché sottrae l’atto poetico alla consueta idea di sviluppo. La poesia non sarebbe il punto d’arrivo di una formazione, né semplicemente il risultato di ciò che un uomo ha vissuto e imparato. Essa attinge piuttosto a qualcosa che precede il sapere, che non coincide con la cultura e che la cultura stessa non riesce a consumare.Ranchetti individua forse nella propria adolescenza una possibile origine di questa scissione. Una lunga malattia, tra i dodici e i sedici anni, avrebbe prodotto una separazione dal mondo esterno e un accumulo di esperienza interiore, una sorta di deposito di vita non vissuta. Tornato fisicamente alla normalità, egli avrebbe conservato quella distanza tra il corpo e il mondo nella quale aveva a lungo abitato.Non è necessario prendere questa spiegazione autobiografica come una diagnosi definitiva. Conta soprattutto l’immagine che ne emerge: quella di un soggetto che non coincide mai del tutto con il proprio presente. Tra sé e il mondo resta uno scarto; tra ciò che accade e ciò che viene pensato, un intervallo. Ranchetti definiva le proprie composizioni «poesie d’occasione». Ma l’affermazione va intesa in un senso molto particolare: occasione può essere anche il pensiero quando obbliga a essere espresso. La poesia, dunque, non nasce necessariamente dall’evento eccezionale. Può nascere da una sollecitazione minima, da una circostanza feriale, persino da un pensiero che improvvisamente non può più restare pensiero e deve diventare parola.

Questa origine quotidiana rende ancora più singolare il risultato. Nei versi di Ranchetti non troviamo quasi mai la ricerca di un lessico prezioso o di una musicalità esibita. La sintassi resta prossima alla prosa; il vocabolario è spesso comune; il tono sembra dimesso. Eppure, proprio dentro questa apparente normalità, la lingua comincia a perdere trasparenza.

Il quotidiano viene attraversato da qualcosa che non è quotidiano. È come se la poesia prendesse un’esperienza minima e la conducesse lentamente verso un punto in cui non è più possibile distinguerla dal pensiero che la osserva. L’esperienza viene consumata dalla riflessione, ma nello stesso tempo la riflessione conserva la traccia dell’esperienza da cui è nata.

«Non vi è norma, per me, né aiuto, solo
l’ossessione ostinata mi contempla
come il mistero del rosario, mi libera
dagli esiti e mi espone
all’accidia nel giusto
ordine dell’assenza.»

Qui si concentra una parte essenziale della sua poetica.

La prima parola decisiva è «norma». È una parola che appartiene contemporaneamente alla morale, al diritto, alla religione, alla vita ordinata. Ma la norma viene subito negata: «Non vi è norma, per me, né aiuto». Al suo posto compare l’«ossessione ostinata». L’esistenza non trova dunque una regola capace di orientarla. Trova invece una ripetizione. L’ossessione «contempla», come il mistero del rosario. La religiosità viene chiamata in causa non come rassicurazione, ma come forma rituale della ripetizione. Il rosario diventa quasi la figura stessa del pensiero ranchettiano: tornare sui medesimi punti, ripercorrere una sequenza, insistere là dove non è possibile arrivare a una soluzione. E tuttavia questa ossessione «libera dagli esiti». È un’espressione paradossale. Liberarsi dagli esiti significa sottrarsi a ciò che l’esperienza potrebbe produrre: una conseguenza, una scelta, una trasformazione, forse una salvezza, forse una catastrofe. Ma la libertà dagli esiti ha un prezzo: espone all’«accidia», alla perdita del gusto e della speranza del vivere.

Il punto d’arrivo è allora l’«ordine dell’assenza». Non il caos, dunque, ma un ordine. Un ordine negativo, rovesciato, nel quale ciò che viene escluso — gli eventi, gli affetti, le occasioni, le possibilità — diventa la condizione stessa dell’equilibrio. È difficile leggere Ranchetti senza confrontarsi con il religioso. Ma sarebbe altrettanto difficile ridurre la sua poesia a una poesia religiosa nel senso tradizionale. La religione, nei suoi versi e nella sua opera critica, è piuttosto una lingua estrema dell’esperienza. È uno dei luoghi nei quali l’uomo ha tentato di dare forma alla domanda sul senso, sulla colpa, sulla verità, sulla morte. Per questo in Ranchetti la dimensione religiosa è continuamente attraversata da una tensione antireligiosa. Il suo interesse non è rivolto alla religione come istituzione rassicurante, ma alla possibilità che, dentro il linguaggio religioso, sopravviva una forma di verità capace di resistere alla storia e alle sue interpretazioni. È una ricerca coerente con il suo lavoro di storico e di filologo, ma anche profondamente diversa da esso. Lo studioso attraversa documenti, tradizioni, fonti; il poeta cerca ciò che resta quando tutto questo è stato attraversato e consumato.

«Tra il silenzio imminente e la parola
che trema per la mia voce si distinguono
voci diverse dalla mia secondo il tempo
che le incrocia e le abbatte come forme
prive di senso».

DA: Michele RANCHETTI
POESIE SCELTE edite e inedite
Anterem Edizioni, 2008
Saggio di Marco Pacioni

Il testimone si confronta
solo col testimone e acquista
nel trasmettere un senso.
Non è una verità ma un lascito
ciò che da mano a mano
percorre l’esistente.
Nel dare si compone
il tempo delle mani.
*
Curo, come vedi, un giardino
piccolo, su misura
del bambino che in me
vive da adulto: figura
del mio premio terrestre.
Alberi senza rami, recisi
dal gelo dell’eterno, frutti
su tronchi inesistenti
uccisi dai silenzi.
Terra senza colore, lutti
aridi, spoglie, muore.
*
La linea della vita della mano s’arresta
a una croce: dirotta, poi, dentro il palmo
ad incontrare segni più leggeri di ferite
malattie morti stravaganze, precipita
in un solco più fondo sino alla più certa
fine vicino al polso e nel tragitto
crepe di dolori, fitte sofferenze, tagli
(amori collinari dentro l’ombra)
delle alture lunari delle dita.
*
I)
Ora, sono i dolenti a morire: i testimoni.
Io, solo tra un morto e me, in infinita
distanza dalla vita.
II)
I luoghi santi da percorrere ancora
ma prima del silenzio nell’itinerario
della mente incrociata da diverse
fedi secondo il secolo.
III)
Tra il silenzio imminente e la parola
che trema per la mia voce si distinguono
voci diverse dalla mia secondo il tempo
che le incrocia e le abbatte come forme
prive di senso.
IV)
Scendi a trovarci come se fossimo
io e tua madre il giardino
della tua infanzia e noi vecchi il sorriso
nella desolata tragedia del tuo vivere
senza un incanto, fissa nell’assenza
d’aria e di luce nel presente
inorridito dal brivido di morte
di ogni cosa vivente contro di te
che ne rimani illesa.
V)
Quanto, diceva mio padre, mi dovrete
rimpiangere, quando sarò morto.
Non è stato così, ma è stata
una corsa a raggiungerlo
tra mio fratello e me,
e lui l’ha vinta. Ancora
io gli serbo rancore.
VI)
Un morto mi è
caduto addosso, io volevo
che andasse altrove
dove già era
ma via da me… Anzi volevo
stare solo con lui
ma senza la sua morte.
VII)
All’aprirsi del giorno non sai
se la luce più ti riguarda: i fatti
sono morti nel sonno: accadere
vivo non sei più presente.

 

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com