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ABITARE LA SOGLIA ITALIA–ARGENTINA, IDENTITÀ E FORME DEL CONTEMPORANEO NELLA XIII EDIZIONE DI STILLS OF PEACE AND EVERYDAY LIFE

ARTE / Ai Confini dell’impero/ Roberto Puzzu / 261

Che cosa rimane di un’identità quando viene attraversata da un’altra identità?
La domanda, apparentemente semplice, apre una costellazione di questioni che riguardano il presente: migrazione e appartenenza, memoria e dislocamento, territorio e mobilità, differenza e omologazione. È dentro questa zona di attrito che si colloca la tredicesima edizione di Stills of Peace and Everyday Life, curata da  Giovanna Dello Iacono, dedicata all’Argentina e intitolata Global Identity.
Più che una rassegna costruita attorno a un tema, il progetto può essere letto come un dispositivo di attraversamento. Dopo il Messico della Global Humanity e la Colombia del Global Future, il percorso curatoriale approda in Argentina per spostare la domanda dal terreno di ciò che condividiamo a quello di ciò che ci costituisce: quali sono le forme attraverso cui un individuo, una comunità, un territorio costruiscono la propria identità in un mondo in cui nulla sembra più rimanere confinato entro un solo luogo?


La questione non è nuova, ma è oggi radicalmente contemporanea.
La globalizzazione ha reso la mobilità una delle condizioni strutturali del presente. Persone, capitali, immagini, informazioni, lingue e modelli culturali attraversano continuamente i confini, mentre gli stessi confini — geografici, politici, simbolici — vengono ridefiniti, rafforzati o messi in discussione. In questo scenario, l’identità non può più essere pensata soltanto come origine. È sempre più spesso traiettoria.
Non soltanto da dove veniamo, dunque, ma attraverso che cosa siamo passati.

Il punto di forza di Global Identity sta nella scelta dell’Argentina come interlocutore. Non un Paese semplicemente “altro” rispetto all’Italia, ma un territorio la cui storia moderna è inseparabile dai grandi movimenti migratori che hanno modificato la fisionomia sociale e culturale del continente americano.

Tra queste migrazioni, quella italiana occupa un posto decisivo. Ma proprio qui il progetto curatoriale evita — o dovrebbe evitare — la facile retorica delle “radici comuni”. Perché parlare soltanto di radici significa rischiare di trasformare la storia della migrazione in un racconto nostalgico, nel quale l’identità originaria viene preservata come un’essenza destinata a sopravvivere intatta al viaggio.
La migrazione racconta invece qualcosa di molto diverso.
Racconta che l’identità cambia quando si sposta.
Una lingua cambia nella bocca di chi la porta altrove. Una ricetta cambia quando cambiano gli ingredienti. Un’abitudine familiare cambia quando entra in contatto con altre abitudini. Una memoria cambia quando viene raccontata ai figli nati in un altro Paese.
L’identità non sopravvive al movimento restando uguale a se stessa.
Sopravvive trasformandosi.
È questa forse la premessa più interessante da cui guardare al rapporto tra Italia e Argentina: non come relazione tra due identità già date, ma come storia di una reciproca trasformazione.

In questo senso, la geografia di Stills of Peace and Everyday Life non è semplicemente una geografia espositiva. Atri e Pescara diventano il punto di partenza di un discorso che si muove verso un altrove geografico e simbolico.
Le Cisterne e le Scuderie Romane di Palazzo Acquaviva, la Chiesa di Sant’Anna, lo spazio s.l.m.00 – zerozerosullivellodelmare e il Palazzo Ducale dei Duchi d’Acquaviva non funzionano soltanto come sedi. Sono luoghi dotati di memoria, architetture che portano nel presente tracce di altri tempi.
L’opera contemporanea, inserita in questi spazi, produce inevitabilmente una collisione temporale.
Il passato non fa semplicemente da sfondo al presente: lo condiziona.
E il presente, a sua volta, modifica il modo in cui leggiamo il passato.
È una dinamica particolarmente interessante quando il tema è l’identità, perché anche i luoghi sono identità in trasformazione. Nessun territorio è davvero immobile. Ogni città è il risultato di stratificazioni, demolizioni, migrazioni, trasformazioni economiche, passaggi di persone e di linguaggi.
Anche l’architettura, dunque, è una forma di memoria migrante.

In questa prospettiva, il dispositivo espositivo può essere interpretato come una soglia.
La mostra mette in relazione ciò che normalmente viene separato: locale e globale, passato e presente, documento e opera, esperienza individuale e memoria collettiva. La pluralità dei linguaggi — arti visive, fotografia, performance, cinema, letteratura — impedisce inoltre che il tema dell’identità venga ricondotto a una sola narrazione.

Perché l’identità, quando viene rappresentata attraverso un’unica immagine, rischia immediatamente di diventare stereotipo.
L’arte può invece introdurre una frizione. Può contraddire l’immagine che abbiamo dell’altro. Può mostrare ciò che sfugge alle definizioni. Può rendere evidente che una persona, una comunità o una cultura non coincidono mai completamente con la rappresentazione che ne facciamo. In questo senso la mostra non dovrebbe essere intesa come un luogo nel quale “vedere l’Argentina”, ma come uno spazio nel quale mettere in crisi il nostro modo di vedere l’Argentina.
La differenza è sostanziale.

Ogni progetto culturale dedicato a un Paese rischia, inevitabilmente, di costruire una nuova cartografia dell’esotico: selezionare immagini riconoscibili, ricomporre un’identità nazionale facilmente leggibile, offrire al pubblico un altrove rassicurante nella sua diversità.
Il lavoro curatoriale diventa interessante proprio quando resiste a questa tentazione.
L’Argentina di Global Identity non è una cartolina.
È un campo di tensioni: tra origine e trasformazione, tra memoria e presente, tra appartenenza e dislocamento. È un Paese osservato attraverso la sua relazione con l’Italia e, contemporaneamente, uno specchio attraverso il quale l’Italia può osservare la propria storia. Perché l’altro, in fondo, è interessante soprattutto quando ci costringe a cambiare posizione.
L’Argentina diventa così non soltanto l’oggetto della mostra, ma il suo dispositivo di decentramento.


All’interno di questo discorso, la mostra documentaria dedicata a Rodolfo Zanni assume un valore particolare.
La vicenda del compositore atriano, vissuto tra Italia e Argentina all’inizio del Novecento, sembra condensare in una singola biografia molte delle questioni affrontate dalla rassegna: lo spostamento, la formazione, il rapporto tra luogo d’origine e nuovo contesto, la circolazione delle esperienze culturali. La sua storia introduce inoltre una domanda fondamentale: quanto di un artista appartiene al luogo in cui nasce e quanto al luogo in cui vive e lavora?… Ma forse la domanda è mal posta.
L’opera di un artista non è necessariamente la somma dei suoi luoghi. È piuttosto il risultato delle tensioni tra questi luoghi.
Zanni, in questo senso, non è soltanto una figura da recuperare alla memoria locale. È un caso emblematico di quella geografia mobile della cultura che precede di molto la contemporanea retorica della globalizzazione.
La globalizzazione non ha inventato il movimento. Ha semplicemente accelerato una condizione che l’arte conosce da sempre.

La presenza del cinema argentino e della letteratura amplia ulteriormente il campo. Cine Argentina, con i suoi film in lingua originale e sottotitoli italiani, introduce nel progetto una questione apparentemente tecnica ma profondamente politica: la traduzione. Tradurre significa rendere comprensibile, ma anche ammettere che qualcosa resta irriducibilmente altro.
Il sottotitolo non elimina la lingua originale. La accompagna. È una forma di convivenza tra differenze.
Lo stesso accade nella letteratura. Gli incontri di Stills Story non sono semplicemente momenti di approfondimento, ma occasioni nelle quali una cultura entra nello spazio dell’altra attraverso la voce degli autori.
Il pubblico non viene invitato a consumare una rappresentazione dell’Argentina, ma a confrontarsi con una pluralità di voci.
E una pluralità di voci è già, di per sé, una critica all’idea di identità come unità compatta.

Resta tuttavia una questione aperta: che cosa significa davvero “globale”? È forse il punto teoricamente più delicato dell’intero progetto. Il globale può indicare connessione, ma anche uniformazione. Può significare apertura, ma anche perdita delle specificità. Può produrre nuove possibilità di incontro, ma anche nuove forme di disuguaglianza.
Non tutte le persone attraversano il mondo allo stesso modo.Non tutti i corpi hanno la stessa libertà di movimento.Non tutti i passaporti hanno lo stesso peso.
Per questo una riflessione contemporanea sull’identità globale non può limitarsi a celebrare la mescolanza culturale. Deve anche interrogare le condizioni politiche ed economiche che determinano chi può muoversi, chi può restare, chi viene accolto e chi viene respinto. È qui che il tema curatoriale acquista una possibile profondità politica. La Global Identity non è necessariamente l’identità di chi può essere ovunque. È anche l’identità di chi vive tra luoghi che non ha scelto, di chi porta una memoria che non coincide con il territorio in cui vive, di chi sperimenta l’appartenenza come qualcosa di instabile.

Forse è proprio la soglia la figura più adatta a leggere questa edizione.
La soglia non è né dentro né fuori. È il luogo nel quale una cosa può diventare un’altra senza smettere completamente di essere ciò che era. L’identità contemporanea sembra abitare esattamente questo spazio.Non è più soltanto radicamento, ma non è nemmeno pura mobilità. Non è cancellazione delle differenze, ma nemmeno conservazione intatta delle origini. È negoziazione, sovrapposizione, traduzione. In questo senso, il rapporto tra Italia e Argentina diventa paradigmatico.
L’emigrazione italiana non ha semplicemente portato l’Italia in Argentina. Ha contribuito a trasformare entrambe le culture. E ogni incontro culturale autentico funziona così: non produce soltanto un cambiamento nell’altro, ma modifica anche chi guarda. È questa la condizione che l’arte sa rendere visibile meglio di altri linguaggi.

La tredicesima edizione di Stills of Peace and Everyday Life sembra dunque suggerire che l’identità non sia qualcosa da definire una volta per tutte, ma qualcosa da mettere continuamente alla prova. Le opere, gli artisti, i film, gli scrittori e i luoghi coinvolti costruiscono un sistema nel quale il tema non viene chiuso, ma lasciato aperto, perché in un presente nel quale l’identità viene spesso utilizzata come dispositivo di separazione — noi e loro, dentro e fuori, origine e alterità — pensare l’identità come relazione significa compiere un gesto radicalmente diverso.
Significa sostenere che l’altro non è ciò che interrompe la nostra identità, man ciò che la rende possibile.


Global Identity può allora essere letta come una riflessione sull’instabilità produttiva dell’appartenenza. Una mostra che non cerca di ricostruire un’identità perduta, ma di osservare le identità mentre si formano, si spostano, si contaminano. Non un’identità globale.Ma identità al plurale.
Identità che attraversano frontiere, lingue e generazioni. Identità che conservano tracce e producono trasformazioni. Identità che non hanno necessariamente un unico centro. Forse è questo che significa oggi abitare il mondo.
Non avere un solo luogo da chiamare casa, ma imparare a riconoscere la casa nelle relazioni che costruiamo tra luoghi diversi.
E accettare che ogni identità, per essere veramente viva, debba rimanere — almeno in parte — incompiuta.

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