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RIFORMA PANNELLIANA SENZA PANNELLA MA SUL REFERENDUM IL SUO MONITO C’E’ TUTTO

Attualità / Marcello Martelli / 238

 Il referendum su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il prossimo marzo viene liquidato da alcuni come una semplice “riforma pannelliana”. L’etichetta evoca la stagione delle battaglie radicali di Marco Pannella, il cui garantismo non era una postura tattica, ma una visione dello Stato: meno arbitrio, più diritti, più responsabilità per chi esercita il potere.

Se oggi discutiamo di giustizia, di errori giudiziari, di separazione delle carriere o di responsabilità dei magistrati, è perché quella tradizione politica ha scavato nel dibattito pubblico. E in questo solco si inserisce inevitabilmente il nome di Raffaele Della Valle, storico difensore di Enzo Tortora, simbolo di una delle pagine più drammatiche della nostra Repubblica. C’è chi, a distanza di decenni, tende a ricondurre la vicenda Tortora alla categoria rassicurante dell’“errore giudiziario”.

 Un inciampo, una svista, un difetto del sistema. Ma Della Valle rifiuta questa lettura indulgente. E nel suo libro,  Quando l’Italia perse la faccia, lo afferma con chiarezza: fu sì un errore, ma un errore maturato ignorando i principi basilari della giustizia. La  presunzione di innocenza calpestata. La custodia cautelare usata come anticipazione della pena. Il peso sproporzionato attribuito a dichiarazioni prive di riscontri. Un clima mediatico che trasformò un’inchiesta in una gogna. Non si trattò soltanto di una macchina che sbagliò; fu una macchina che, per un tempo troppo lungo, smise di interrogarsi sui propri limiti.

 Ecco perché il richiamo a una “riforma pannelliana” non è folclore politico. È un promemoria. Pannella, come Tortora, come Della Valle, hanno rappresentato una domanda radicale di civiltà giuridica: chi controlla chi esercita il potere? Quali contrappesi impediscono che un’accusa si trasformi automaticamente in condanna sociale? Quanto pesa la responsabilità personale quando la libertà di un cittadino viene sacrificata sull’altare della malagiustizia? Ridurre il caso Tortora a un incidente significa rimuovere la questione strutturale: il rapporto tra giustizia e potere. Ogni riforma che tocchi l’ordinamento giudiziario dovrebbe partire da qui, non dal tifo per o contro una categoria. La giustizia non è un campo di battaglia ideologico; è l’architrave della fiducia pubblica.

 Il referendum di marzo, qualunque sia il suo contenuto specifico, interpella questa memoria collettiva. Non si tratta di regolare conti con il passato, ma di evitare che il passato si ripeta. Perché uno Stato che sbaglia può essere umano. Uno Stato che non riconosce fino in fondo i propri errori, e non si attrezza per prevenirli, è fragile. Quando l’Italia “perse la faccia”, non fu solo un uomo a pagare. Fu l’idea stessa di giustizia come garanzia per tutti, soprattutto per chi è più esposto. Se quella lezione non diventa riforma, resta soltanto commemorazione. E la commemorazione, da sola, non restituisce diritti.

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