Dalla parte dei Consumatori /232
Sicurezza e ordine pubblico non hanno colore politico. Non sono di destra né di sinistra: sono un diritto fondamentale di ogni cittadino che voglia vivere libero, sereno, protetto.
Eppure, nel dibattito pubblico, la sicurezza continua a essere trattata come una bandiera ideologica, anziché come un pilastro dello Stato di diritto. Il risultato è un corto circuito che si consuma ogni giorno nelle strade, nei tribunali e, soprattutto, nella vita reale delle persone. Mentre crimini e fatti di sangue sono in crescente spaventoso aumento.
Le Forze dell’ordine fanno il loro lavoro. Pattugliano, controllano, identificano. Segnalano irregolarità, redigono verbali, eseguono denunce. I provvedimenti vengono emessi, firmati, notificati. Sulla carta, il sistema funziona. Ma è dopo che tutto troppo spesso si inceppa. Si blocca con ricorsi, sospensive, cavilli procedurali, mancate esecuzioni: una macchina lenta, frammentata, spesso paralizzata. Così accade che chi dovrebbe essere allontanato perché pericoloso o recidivo rimanga dov’è, spesso negli stessi luoghi da cui era stato formalmente escluso. Una presenza che non è solo simbolica, ma concreta, visibile, destabilizzante.
Un messaggio chiaro – e devastante – per cittadini e operatori della sicurezza: lo Stato c’è, ma solo fino a un certo punto. Solo sulle carte burocratiche. È qui che nasce la frustrazione delle Forze dell’ordine, costrette a intervenire più volte sugli stessi soggetti, negli stessi contesti, senza che il loro lavoro produca effetti concreti e duraturi. Ed è qui che si incrina la fiducia dei cittadini, che vedono ripetersi reati e situazioni di degrado nonostante controlli e interventi continui.
La prevenzione sul territorio non è il problema. Il problema è ciò che accade dopo. O meglio, ciò che non accade. Una giustizia che arriva tardi o che resta sospesa in un limbo procedurale, non è garanzia di diritti: è una promessa mancata. La tutela delle garanzie individuali è sacrosanta, ma non può trasformarsi in immobilismo cronico.
Legalità non significa solo proteggere chi è sottoposto a un procedimento, ma difendere chi subisce le conseguenze dell’inefficienza dello Stato. Quando i provvedimenti non vengono eseguiti, quando le decisioni restano lettera morta, si crea un vuoto. E i vuoti, nella società, non restano mai tali: vengono riempiti da insicurezza, illegalità, sfiducia, criminali e vittime. In quel vuoto aumentano delitti e reati, ma soprattutto cresce la percezione che rispettare le regole sia inutile, mentre infrangerle non comporti conseguenze reali. Rendere la giustizia più rapida ed efficace non è una concessione autoritaria, né una scorciatoia repressiva.
È una responsabilità istituzionale. Significa dare continuità all’azione dello Stato, sostenere davvero il lavoro delle Forze dell’ordine e restituire credibilità alle decisioni pubbliche. Senza questo passaggio, ogni discorso sulla sicurezza resta incompleto, paurosamente vuoto. E ogni sforzo sul territorio rischia di essere vanificato.
Purtroppo! La sicurezza non si proclama. Si costruisce. E soprattutto, si porta fino in fondo..
di Marcello Martelli (9 gennaio 2026)




