Home La Rivista Politica, economia e finanza  L’EVIDENZA ECONOMICA SMENTISCE TRUMP

 L’EVIDENZA ECONOMICA SMENTISCE TRUMP

Valore & Valori / Mario Travaglini /200

 Con la tumulazione in Santa Maria Maggiore si è conclusa una settimana dominata dal decesso del Papa, dai rituali conseguenti e dalle inopportune analisi di giornalisti, politici e tuttologi vari che dal basso delle loro conoscenze hanno voluto esprimere pareri, riferire aneddoti e giochicchiare con la religione etichettando il Santo Padre a seconda delle loro appartenenze ideologiche. Sarebbe stato molto più opportuno usare discrezione e umiltà se non un decoroso silenzio, che poi è la forma più partecipativa del lutto.

Da parte mia, ritenendomi piccolo piccolo di fronte a chi è stato scelto dallo Spirito Santo a rappresentare in terra Gesù Cristo e ne esercita il potere spirituale su tutti i credenti compreso il sottoscritto, riprendo la mia cassetta degli attrezzi per riflettere e scrivere di argomenti dei quali ho una, sia pur minima, conoscenza. Due settimane fa, occupandomi di dazi e contro dazi, avevo spiegato quali erano stati i motivi che avevano spinto il Presidente americano a mettere in scena la pantomima delle tariffe doganali e, pur non condividendoli li avevo capiti. Torno quindi sulla questione per argomentare  meglio il mio punto di vista.

 Qualunque piano Trump abbia in testa, dietro la sua retorica protezionistica, i fatti, i dati e la storia dipingono un quadro diverso e  implacabile: il libero scambio arricchisce, le barriere impoveriscono. E, allora, se i dazi sono stupidi come strumento di politica economica perché il Presidente vuole a tutti i costi aumentarli? La risposta a mio parere sta nel fatto che egli voglia usarli come un meccanismo di politica estera per colpire amici e nemici al fine di ridisegnare la tendenza della geopolitica attuale  che vede la Cina come attore principale del commercio internazionale del futuro.

Poco sopra ho fatto riferimento ai fatti ed ai dati e molti pensano, giustamente, che sia sufficiente osservarli per trarre notizie e conclusioni. Ma questi dati nel mentre si formano e si consolidano sono per lo più rumore… senza melodia né ritmo. Somigliano ad un ronzio di sottofondo indecifrabile dentro il quale ognuno sente quello che vuole.  Alla fine i “dati” finiranno sempre per dirci qualcosa. Ma solo quando è troppo tardi. Ecco quindi che se i dazi di Trump verranno confermati, aspetteremo che i dati ci dicano ciò che già sapevamo: i dazi sono un’idea completamente stupida.

Il Wall Street Journal colpisce in modo ancora più pesante ed arriva a documentare che :”… i dazi non hanno mai funzionato…   e che ogni posto di lavoro creato da questi dazi dal 1950 è costato agli americani più di 800.000 dollari. Inoltre, oggigiorno non ci sono posti di lavoro da creare perché, come accade nel settore manifatturiero, non ci sono lavoratori in grado di ricoprirli. Per finire, l’amministrazione non ha presentato alcuna prova che dimostri come gli Stati Uniti – o qualsiasi altra nazione – abbiano tratto vantaggio economico da diffuse politiche protezionistiche». L’autorevolezza di questa fonte insieme allo sguardo storico che possiamo allungare verso il mondo intero non ci mettono nella condizione di essere  ottimisti perché il paese che introduce le tariffe doganali è andato sempre incontro ad una malattia economica mortale che, come in questo caso, trattandosi degli Stati Uniti, per osmosi, si potrebbe allargare anche ad altre economie.

Il dato di fatto sostanziale è il seguente: il commercio libero ci rende tutti più ricchi e liberi mentre ogni interferenza nello scambio di beni e servizi ci impoverisce sotto ogni punto di vista. Chi non è giovanissimo ricorderà quanto accaduto nel settore automobilistico proprio in Ucraina dopo aver reciso il rapporto con l’Unione Sovietica. Nel 1991, il Governo, sotto la pressione della casa automobilistica ZAZ pensando anche di sostenere gli altri produttori nazionali, introdusse un dazio doganale del 25% sulle auto importate. La decisione si rivelò fallimentare. Infatti, l’industria locale baloccandosi dentro quella protezione artificiale si precluse la possibilità di migliorare gli standard qualitativi  e di competere quindi con le case straniere più attente e rapide ad adeguarsi alle esigenze di una domanda divenuta più esigente e raffinata. Man mano che le importazioni aumentavano la gente si abituò presto a comparare i prodotti ed a trovare le Tavria e le Slavuta ucraine costose e obsolete rispetto alle auto importate, più sicure ed efficienti.  Certo, l’Ucraina del 1991 non è comparabile agli Stati Uniti di oggi ma il  messaggio economico e lo stesso sebbene gli effetti potrebbero essere diversi.  Vale la pena ricordare che quanto accaduto  durante il primo mandato di Trump potrebbe ripetersi anche oggi: a seguito della introduzione dei dazi la produzione industriale americana aumentò nei primi due anni ma cominciò a flettere del 2% dal terzo anno in poi. In definitiva, continuare con le attuali politiche commerciali porterà probabilmente a una recessione globale e, anche se le politiche di Trump riuscissero a riportare posti di lavoro nel settore manifatturiero, l’economia statunitense sarebbe meno efficiente, la crescita economica sarebbe ostacolata e la maggior parte degli americani e degli europei tutti si troverebbe in una situazione peggiore.

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