Letteratura e Poesia / Roberto Puzzo / 260
La poesia di Jean Soldini, e in particolare la raccolta Quaderno a righe, si colloca all’interno di quella linea della lirica contemporanea che rifugge tanto il realismo descrittivo quanto il simbolismo autoreferenziale, scegliendo invece una pratica della parola come esperienza fenomenologica dell’esistenza. Il libro non costruisce un universo poetico fondato sulla rappresentazione di eventi o sulla centralità dell’io lirico, ma sviluppa un’indagine continua sul manifestarsi dell’essere attraverso le forme più umili del reale. Ne deriva una poesia che si muove sul confine tra filosofia e percezione, nella quale la parola non definisce il mondo, ma lo lascia emergere nella sua irriducibile mobilità.
L’autore stesso individua due categorie fondamentali della propria ricerca: la leggerezza e l’attrito. L’accostamento dei due termini è tutt’altro che casuale. La leggerezza non coincide con l’assenza di peso, bensì con quella qualità dell’esperienza che permette alle cose di apparire senza irrigidirsi in significati definitivi; l’attrito, invece, rappresenta la resistenza del reale, la sua capacità di opporsi alle semplificazioni della coscienza. Si tratta di una dialettica che richiama immediatamente la lezione di Maurice Merleau-Ponty: il mondo non è oggetto passivo della percezione, ma interlocutore che continuamente sfugge e resiste.
Soldini chiarisce questa tensione evocando “l’azzurro attraversato da una macchia di dolore”, immagine che richiama la pittura di Joan Miró. Il riferimento artistico è significativo, poiché anche nei dipinti di Miró la leggerezza cromatica convive con improvvise fratture, segni che interrompono l’armonia apparente. Analogamente, nella raccolta poetica ogni elemento luminoso è attraversato da una vibrazione tragica che impedisce qualsiasi forma di pacificazione.
Il titolo della raccolta costituisce una delle immagini più dense dell’intero libro. Il “quaderno a righe” rinvia innanzitutto alla memoria dell’infanzia, ma soprattutto diviene metafora della formazione della coscienza.
Le righe rappresentano contemporaneamente norma e possibilità. Esse disciplinano la scrittura, ma proprio attraverso tale disciplina consentono lo sconfinamento. L’immagine delle “grammatiche aleatorie” sintetizza efficacemente questa tensione: il linguaggio nasce come sistema di regole, ma vive soltanto quando riesce a oltrepassarle.
L’episodio autobiografico dello scrivere sul banco, cancellando poi le parole con la manica del grembiule, assume un evidente valore simbolico. La scrittura autentica non è quella destinata alla permanenza monumentale, bensì quella che accetta la propria precarietà. In questa prospettiva emerge una concezione della poesia come gesto provvisorio, continuamente esposto alla cancellazione e tuttavia necessario. Uno degli aspetti più originali della poetica di Soldini consiste nella centralità attribuita agli “esistenti minimi”. Biciclette arrugginite, ortiche, barattoli, finestre, vento, polvere, pietre costituiscono il lessico fondamentale della raccolta. La scelta potrebbe apparire affine alla tradizione novecentesca dell’oggettivismo o della poesia delle cose. Tuttavia l’autore prende esplicitamente le distanze da qualsiasi estetica del piccolo come rifugio consolatorio. Le cose non sono rassicuranti; sono piuttosto luoghi nei quali l’essere si manifesta nella sua inesauribile complessità. Emblematica risulta la poesia Finestroni sulla marina, che culmina nell’affermazione: l‘aggettivo “scintillante” non indica una qualità estetica, bensì una modalità ontologica dell’apparire. A brillare non sono oggetti eccezionali, ma frammenti ordinari della realtà:
•una bicicletta arrugginita;
•una donna africana;
•il suono di un barattolo colpito da un piede.
La poesia costruisce così una vera e propria fenomenologia dell’evento minimo. Il reale si rivela attraverso ciò che normalmente sfugge allo sguardo, e proprio tale marginalità diventa il luogo privilegiato della rivelazione poetica. L’accostamento che Soldini propone con la corazza di Achille nell’Iliade è particolarmente significativo. Come l’armatura dell’eroe “scintilla come una stella”, così anche una bicicletta arrugginita può possedere un’identica intensità ontologica. La poesia sospende le gerarchie tra grande e piccolo, tra eroico e quotidiano. Uno dei nuclei teorici più profondi del testo riguarda la concezione materiale del linguaggio.
Soldini afferma infatti di utilizzare “le parole come corpi”. Esse possiedono:
•una consistenza sonora;
•una forma grafica;
•una memoria storica;
•una capacità di entrare in contatto fisico con le altre cose.
Questa idea rinvia direttamente al materialismo di Lucrezio, esplicitamente richiamato attraverso il De rerum natura. Come i venti sono “corpora caeca“, corpi invisibili ma reali, così anche le parole partecipano della stessa corporeità invisibile.
Il linguaggio non rappresenta il mondo: lo attraversa. L’immagine dello “sfregarsi” tra parole e cose costituisce probabilmente la metafora centrale dell’intera raccolta. La poesia nasce dall’attrito tra differenti corpi dell’esistenza, non dalla loro fusione armonica.
La poesia inaugurale, Roccia, sintetizza con estrema concentrazione la filosofia dell’intera raccolta.La roccia è definita “polvere tenace”, ossia materia insieme dispersa e compatta. In essa convivono permanenza e trasformazione.
L’espressione “scordarsi controtempo” rappresenta uno dei vertici della scrittura soldiniana. Il verbo “scordarsi” non indica perdita della memoria, bensì sottrazione alla linearità temporale. La roccia permane proprio perché dimentica il tempo umano.
Qui emerge una concezione profondamente antiantropocentrica dell’essere. La pietra possiede una temporalità propria, differente da quella dell’uomo. La poesia tenta allora di abitare tale alterità, di condividere per un istante la prospettiva della materia.
È evidente il dialogo con la riflessione ecologica contemporanea e con quella corrente filosofica che supera il primato dell’umano per riconoscere dignità ontologica a ogni forma dell’esistente. L’infanzia attraversa Quaderno a righe non come spazio nostalgico, ma come modalità originaria della percezione. Il ritorno alla scuola elementare coincide con il recupero di una condizione nella quale il mondo non è ancora completamente organizzato dalle categorie razionali. Le “grammatiche aleatorie” dell’infanzia anticipano così la grammatica della poesia. In questo senso Soldini sembra raccogliere l’eredità di Gaston Bachelard, secondo cui la memoria poetica non ricostruisce semplicemente il passato, ma restituisce la forza immaginativa originaria delle immagini.
Pur evocando la guerra, le migrazioni e la violenza contemporanea, Soldini rifiuta che tali temi diventino il centro esclusivo della poesia.
La motivazione è profondamente etica. Se il tema prevalesse sulla vita percettiva, il rischio sarebbe quello di ridurre il reale a ideologia. Per questo motivo la raccolta continua a soffermarsi sulle piccole cose anche quando la storia irrompe con tutta la sua drammaticità. Non si tratta di evasione, bensì di resistenza. Come afferma l’autore, mantenere aperta la possibilità dello stupore significa non lasciarsi rinchiudere nella negatività. La poesia diventa allora una forma di lotta contro l’impoverimento dello sguardo.
Due riferimenti letterari illuminano ulteriormente la poetica di Soldini.
Il primo è Italo Calvino, citato attraverso le Lezioni americane, dove la poesia è definita “la grande nemica del caso”. Il paradosso calviniano trova piena applicazione in Quaderno a righe: la scrittura cerca una forma pur sapendo che il caso continuerà a governare l’esistenza. Il secondo riferimento è Emily Dickinson, la cui identificazione con la rosa diventa il modello di una soggettività capace di dissolversi nelle cose. Quando Dickinson scrive “Ed io sono una rosa!“, anticipa precisamente ciò che Soldini definisce il proprio obiettivo: “che nella scrittura faccia capolino il mio essere pietra, rosa, vento.” L’identità poetica non consiste nell’affermare l’io, ma nel moltiplicare le forme dell’essere.
Quaderno a righe rappresenta uno degli esempi più rigorosi di poesia filosofica contemporanea, senza mai cadere nell’astrazione concettuale. La riflessione teorica è costantemente incarnata in immagini concrete, oggetti minimi e percezioni quotidiane. L’originalità della raccolta risiede nella capacità di tenere insieme elementi apparentemente inconciliabili: leggerezza e attrito, memoria e presente, materia e linguaggio, infanzia e pensiero filosofico, quotidianità e metafisica. In questa prospettiva, la poesia diventa un esercizio di attenzione radicale, volto a restituire dignità ontologica alle forme più umili dell’esistenza.
La scrittura di Soldini non cerca di spiegare il mondo né di offrirne una sintesi definitiva; mira piuttosto a riaprire continuamente il rapporto tra parola e realtà, mostrando come ogni cosa – una pietra, un barattolo, una bicicletta arrugginita, una folata di vento – possa ancora “scintillare” se osservata con uno sguardo capace di oltrepassare le convenzioni percettive. La sua poesia si configura così come un’ontologia del quotidiano, nella quale il linguaggio non domina il reale ma vi partecipa, condividendone la precarietà, la forza diffusiva e l’incessante propagazione dell’essere.

QUADERNO A RIGHE
Quaderno a righe,
ognuna un’ingiunzione.
Eppure non s’arrestavano
ai limiti del foglio.
Andavano a far mappe in capo al mondo,
grammatiche aleatorie. Là fuori.
Storie di affinità,
una piuma dietro il monte
una nave un merlo sfumature di bianco
neve e calce sotto il sole,
variazioni per aria riscritte dall’aria.
SE LI È PORTATI VIA IL VENTO




