Attualità & Amarcord /Marcello Martelli /259
Bocciata anche la grande lezione consegnata dall’Abruzzo alla storia
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Bocciata anche la grande lezione consegnata dall’Abruzzo alla storia
Quel tandem, al di là delle appartenenze politiche e dei giudizi che ciascuno può legittimamente esprimere su quella stagione, garantì all’Abruzzo una capacità di interlocuzione con Roma che oggi appare quasi irripetibile. Furono gli anni delle grandi infrastrutture, degli investimenti pubblici, dello sviluppo industriale, dell’espansione della rete viaria, della crescita economica di una regione che riuscì a conquistare un ruolo nazionale ben superiore al proprio peso demografico. Si può discutere di tutto, ma non si può cancellare un dato storico: quella forza nasceva dalle preferenze. Gaspari e Natali erano forti perché erano votati. Erano ascoltati perché rappresentavano centinaia di migliaia di cittadini. Avevano autorevolezza, perché nessuno poteva mettere in discussione la loro legittimazione popolare. Oggi accade l’esatto contrario. La carriera politica dipende troppo spesso dalla collocazione in lista decisa da pochi dirigenti. Si sale o si scende secondo criteri che poco hanno a che fare con il rapporto con il territorio. Il consenso si misura più nei congressi di partito che nelle piazze. È la vittoria dell’apparato sulla rappresentanza. Naturalmente, nessuno ignora che il voto di preferenza, in passato, abbia conosciuto anche degenerazioni. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma la risposta non può essere quella di privare gli elettori della libertà di scegliere. Le distorsioni si correggono con regole rigorose, con controlli efficaci, con partiti trasparenti. Non sostituendo il giudizio dei cittadini con quello delle segreterie. L’astensionismo cresce perché milioni di italiani hanno maturato la convinzione che il loro voto incida sempre meno. Continuare a sottrarre spazi di scelta significa alimentare quella sfiducia. E una democrazia che diffida dei propri elettori finisce inevitabilmente per indebolire sé stessa. Forse, è proprio questa la lezione che l’Abruzzo può ancora consegnare alla politica nazionale. Le grandi leadership non sono quelle costruite nei palazzi, ma quelle consacrate dalle urne. I veri statisti non sono i nominati, ma gli eletti. E uno Stato che affida la selezione della sua classe dirigente ai cittadini è sempre più forte di uno Stato che la affida ai capibastone. Perché la sovranità popolare, richiamata con enfasi in ogni campagna elettorale, non può fermarsi davanti alla porta delle segreterie di partito.