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LE PREFERENZE FANNO PAURA AI CAPIBASTONE DEI PARTITI: RESTITUISCONO POTERE DI SCELTA AI CITTADINI ELETTORI

Attualità & Amarcord /Marcello Martelli /259

Bocciata anche la grande lezione  consegnata dall’Abruzzo alla storia

La vicenda consumatasi alla Camera dei deputati, dove la maggioranza è stata battuta per un solo voto sull’emendamento che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale, va ben oltre la cronaca parlamentare. Quel voto segreto racconta una verità che molti fingono di non vedere: il vero timore della politica italiana non è perdere consenso, ma perdere il controllo delle candidature. Fa sorridere, se non fosse una questione terribilmente seria, ascoltare gli stessi partiti che da anni denunciano la distanza tra cittadini e istituzioni, invocano la partecipazione, lamentano il crescente astensionismo e, nello stesso tempo, si oppongono allo strumento più semplice e più democratico per restituire agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti. Se davvero si vuole riportare alle urne quella vasta fascia di italiani che ha smesso di votare, la prima riforma non dovrebbe riguardare gli slogan, ma la libertà di scelta. Perché il cittadino che può decidere soltanto il simbolo, e non anche la persona che lo rappresenterà, esercita un diritto incompleto. Vota il partito, non l’eletto. E l’eletto, inevitabilmente, finisce per sentirsi debitore verso chi lo ha collocato in lista piuttosto che verso chi lo ha mandato in Parlamento.

È questo il punto. Le preferenze non fanno paura ai cittadini. Fanno paura ai capicorrente, ai capibastone, alle segreterie che negli ultimi vent’anni hanno progressivamente trasformato il Parlamento in un’assemblea di nominati. La fedeltà al capo è diventata più importante del consenso popolare. Il territorio conta meno della benevolenza del leader. La rappresentanza si è piegata alla cooptazione. L’Abruzzo, invece, conosce un’altra storia. Chi ha memoria della nostra storia politica sa bene che una classe dirigente autorevole non nasce necessariamente nelle segreterie romane. Nasce nel consenso popolare. Nasce nelle preferenze degli elettori. Remo Gaspari (nella foto in evidenza) costruì il proprio peso politico raccogliendo, elezione dopo elezione, il consenso degli abruzzesi. Non era il candidato di un capo: era il leader di un popolo elettorale che gli riconosceva capacità, presenza e risultati. Per questo fu chiamato a ricoprire incarichi di governo in circa venti esecutivi della Repubblica. Nessuno gli regalò quella forza politica. Se la conquistò nelle urne, con il consenso dei conterranei. Accanto a lui, l’on. Lorenzo Natali (nella foto qui sotto) costituì l’altra colonna della Democrazia cristiana abruzzese. Quel tandem, al di là delle appartenenze politiche e dei giudizi che ciascuno può legittimamente esprimere su quella stagione, garantì all’Abruzzo una capacità di interlocuzione con Roma che oggi appare quasi irripetibile. Furono gli anni delle grandi infrastrutture, degli investimenti pubblici, dello sviluppo industriale, dell’espansione della rete viaria, della crescita economica di una regione che riuscì a conquistare un ruolo nazionale ben superiore al proprio peso demografico. Si può discutere di tutto, ma non si può cancellare un dato storico: quella forza nasceva dalle preferenze. Gaspari e Natali erano forti perché erano votati. Erano ascoltati perché rappresentavano centinaia di migliaia di cittadini. Avevano autorevolezza, perché nessuno poteva mettere in discussione la loro legittimazione popolare. Oggi accade l’esatto contrario. La carriera politica dipende troppo spesso dalla collocazione in lista decisa da pochi dirigenti. Si sale o si scende secondo criteri che poco hanno a che fare con il rapporto con il territorio. Il consenso si misura più nei congressi di partito che nelle piazze. È la vittoria dell’apparato sulla rappresentanza. Naturalmente, nessuno ignora che il voto di preferenza, in passato, abbia conosciuto anche degenerazioni. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma la risposta non può essere quella di privare gli elettori della libertà di scegliere. Le distorsioni si correggono con regole rigorose, con controlli efficaci, con partiti trasparenti. Non sostituendo il giudizio dei cittadini con quello delle segreterie. L’astensionismo cresce perché milioni di italiani hanno maturato la convinzione che il loro voto incida sempre meno. Continuare a sottrarre spazi di scelta significa alimentare quella sfiducia. E una democrazia che diffida dei propri elettori finisce inevitabilmente per indebolire sé stessa. Forse, è proprio questa la lezione che l’Abruzzo può ancora consegnare alla politica nazionale. Le grandi leadership non sono quelle costruite nei palazzi, ma quelle consacrate dalle urne. I veri statisti non sono i nominati, ma gli eletti. E uno Stato che affida la selezione della sua classe dirigente ai cittadini è sempre più forte di uno Stato che la affida ai capibastone. Perché la sovranità popolare, richiamata con enfasi in ogni campagna elettorale, non può fermarsi davanti alla porta delle segreterie di partito.

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