IL LIMITE / Raniero Regni / 252
| Si deve prestare più ascolto alla profezia di sventura che non a quella di salvezza
H. Jonas |
| Edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere … Più potente non significa necessariamente migliore
Papa Leone XIV |
L’immagine è stata proposta lo scorso anno da Geoffrey Hinton, Premio Nobel per la Fisica nel 2024, conferitogli per i suoi studi nel campo dei computer neuromorfici, che simulano il funzionamento delle reti neurali del cervello umano, e sul machine learning. E, siccome una metafora rende concreto ciò che è astratto e rappresenta un concetto con un’immagine, il suo messaggio è molto potente. “L’intelligenza artificiale è come una tigre – ha detto il fisico britannico, uno dei padri dell’Intelligenza Artificiale, licenziatosi però da Google proprio per le divergenze sul controllo dell’IA – Da cucciola sembra innocua, addirittura affascinante. Ma crescerà. E a meno che non siate certi che non vorrà uccidervi, dovreste preoccuparvi”.
Per quanto possibile, vorrei sottrarmi alla polarizzazione del dibattito che si sta creando, tra i cantori della bontà dell’IA e i suoi critici e detrattori, tra tecno-ottimisti-integrati e tecno-pessimisti-apocalittici, un dibattito in cui ci si combatte ma forse non si fanno altrettanti sforzi per approfondire e capire la reale posta in gioco.
È vero che l’IA può potenziare in maniera inimmaginabile ogni attività umana, dalla medicina alla economia, dalla pace alla guerra, ma oggi le preoccupazioni più grandi sembrano riguardare il lavoro e la libertà, due temi centrali. La preoccupazione per la disoccupazione tecnologica ha sempre accompagnato la rivoluzione industriale. Oggi appare però, non solo maggiore di ieri, ma si presenta in maniera completamente inedita perché, non solo i lavori riducibili ad algoritmi possono essere fatti e lo sono già da macchine, ma ogni tipo di azione umana può oggi essere svolta dalle applicazioni dell’IA. La seconda preoccupazione riguarda quello che è stato già definito “il capitalismo del controllo”. Ovvero il controllo dei big data che concentrano un enorme potere nelle mani di coloro che sono capaci di monitorare e condizionare e, al limite, controllare il comportamento di miliardi di persone. Un potere potenzialmente totalitario e ostile al controllo democratico, ma anche semplicemente statale o collettivo.
L’IA ripropone un problema che è quello eterno, ma oggi epocale, del rapporto tra l’uomo e la tecnica. I grandi autori che hanno capito la portata della sfida, penso ad Heidegger, ad Anders, a Gehlen, a Jonas, ma anche a Ortega y Gasset, a Spengler, a Guardini, ci hanno aiutato a capire che gli strumenti non sono né buoni, né cattivi, né neutri, ma hanno un grande potere che si collega alla mente e alla società, fino al punto di capire che il problema non è quello che noi possiamo fare con la tecnica ma ciò che la tecnica può fare di noi.
Non sono le sole autorità, i soli acuti osservatori e sentinelle del nostro tempo, ma dobbiamo dire che sono oggi soprattutto due papi, Papa Francesco e Papa Leone XIV, che hanno individuato e sollevato con forza i due temi centrali della nostra epoca: il problema ambientale e la crisi climatica (con la potente enciclica Laudato si’ del 2015) e, ora, con l’enciclica Magnifica Humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza Artificiale, appena uscita, il tema dell’IA.
Questo è un testo da leggere attentamente ed è impossibile da riassumere per la ricchezza dei temi e degli argomenti che affronta. Si muove tra l’immagine biblica della “Torre di Babele”, guidata dal desiderio di dominio inscritto nel “paradigma tecnocratico”, e quella della ricostruzione delle mura di Gerusalemme, guidata dalla collaborazione e dalla responsabilità condivisa. “Cosa stiamo costruendo?”, si domanda il Papa.
Il testo individua la contraddizione più grande che è quella tra bene comune e interesse privato. L’IA è controllata da privati, tutti tesi al profitto, e non da enti pubblici, nazionali o internazionali. E poi mette al centro della riflessione l’altro grande rischio che è quello della disumanizzazione. “Rimanere umani”, resistendo a tutte le forme di disumanizzazione, appare un imperativo etico e religioso fondamentale. I poveri, i malati, i fragili, i migranti, i piccoli, devono trovare un posto privilegiato nel guidare le scelte. La collaborazione e non l’avidità deve guidare l’azione umana.
E poi, non possiamo lasciare il futuro in mano a un pugno di persone che nonostante la loro genialità hanno comunque un orizzonte culturale limitato.
Sul piano metodologico c’è il superamento completo della dimensione neutralista, ovvero quella che ha sempre sostenuto, e continua a sostenere, apparendo la più di buon senso, che i mezzi in sé non sono né buoni né cattivi, ma dipende dal loro uso. Come scrive papa Leone, “in astratto, essa (la tecnologia) non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”.
Dovremmo tornare a meditare questo testo e a riflettere sull’IA mentre il suo uso spicciolo sta già provocando danni. Ad esempio, chi scriverà più una tesi di laurea, chi farà un riassunto, chi sprecherà tempo per essere più creativo senza usare un chatbot? Un tempo la fantascienza pensava agli alieni come esseri con una grande testa, sintomo di una grande intelligenza, e dal piccolo corpo. Forse l’immagine era sbagliata, perché le nostre teste, le nostre menti forse si restringeranno e i nostri corpi si ingrandiranno. Anche S. Mancuso, il neuro-biologo vegetale, commentando l’Enciclica, ci mette in guardia sul fatto che le macchine ci addomesticheranno. Delegando molte funzioni intellettuali all’IA, la nostra capacità intellettuale diminuirà. “Se prendiamo un lupo ed un cane della stessa taglia, – dice Mancuso – il lupo ha un cervello del 25% più grande. Perché? Perché al cane i problemi li risolviamo noi…non avendo più bisogno di risolvere problemi complessi il cervello si riduce. Se non poniamo un freno e non mettiamo regole ferree, l’intelligenza artificiale ci addomesticherà”. Mentre le macchine diventeranno sempre più intelligenti, noi rischiamo di diventare sempre più stupidi.
Torneremo necessariamente su questo tema inesauribile e forse non trattabile in una rubrica giornalistica. Ma intanto troviamo una conclusione, che non sarà certo conclusiva, ma speriamo neanche inconcludente. Già il grande filosofo H. Jonas, che ha pensato, come pochi altri, un’etica per l’era tecnologica, ci aveva messo in guardia invitandoci ad ascoltare le cassandre e coloro che paventano le minacce, utilizzando una “euristica della paura”. “Si deve prestare più ascolto alla profezia di sventura che non a quella di salvezza”, aveva scritto. Tra l’altro, la profezia di sventura è fatta proprio per evitare che la catastrofe si verifichi. Se i profeti di sventura sono stati spesso smentiti, altrettante volte avevano ragione e questa volta potrebbe essere fatale non prenderli in considerazione.