Letteratura- Arte – Poesia /Adriano Emi / 252
Il 29 maggio, Il Teatro dei Marsi ha avuto l’onore di ospitare la versione de I Promessi Sposi nata dal laboratorio teatrale del Teatro dei colori e dalla regia di Gabriele Ciaccia. A conclusione dell’anno scolastico del Liceo Scientifico V. Pollione, allievi di diversa età e diversa esperienza hanno recitato temi che hanno commosso non solo la platea, ma anche la prof.ssa Costanza Spina, qui adattatrice dei testi, ma già nota promotrice del teatro studentesco.
Come Ciaccia ci conferma in gentile intervista rilasciataci dopo gli applausi finali, ogni sua regia parte sempre in sordina, volutamente, «da pause che poi diventano azioni» per svilupparsi «in crescendo» voracemente in uno slancio dove esplodono la scena e la drammaturgia degli attori e del regista.
Elena Carbone (Lucia), più di molti altri performer, subisce una grandiosa trasformazione recitativa: sembra inizialmente fuori tono e, nell’Addio ai monti, è come a disagio. Non è il contatto con Renzo a mettere in moto la sua funzione drammaturgica: è come se Ciaccia ci stesse dicendo che il punto di questa messinscena non è affatto il matrimonio dei due ragazzi e noi non dobbiamo distrarci. È quando si trova davanti a Jacopo Vermiglio (l’Innominato), alla sua posa e ai suoi colori (molto aiutano i costumi di Rosa Noto) che Lucia si trasforma: in ginocchio, supplice come masochista santa (come le Antigoni tanto amate da Ciaccia), ella urla godendo del suo martirio mentre lui sembra muovere tutta la drammaturgia d’attore con le sole direzioni che impone attraverso il proprio corpo; il timbro efebico di Vermiglio è volutamente inadeguato, perché è il suo corpo, nella sua postura, nell’inclinazione della schiena, del collo e degli occhi ad assumere una plastica perfetta che visualizza la sua brutale forza sadica, impronunciabile. Non con le parole o con le azioni, ma con la minima torsione, col puro gesto, virtualmente, gestualmente si avventa come una bestia rossa sulla sua Lucia che gode del proprio strazio trionfando negli applausi.
Infatti, ad introduzione dello spettacolo, Ciaccia ci aveva avvertiti: dal repertorio che va da Étienne Decroux a Marcel Marceau, gli studenti nel mondo continuano ancora oggi a studiare il gesto, la postura e il movimento che sono linguaggi paraverbali importantissimi; sono forme comunicative ed artistiche che anche gli studenti delle scuole italiane dovrebbero approfondire.

Uno sviluppo del personaggio molto, molto più lento e inizialmente per noi disorientante lo ha Luca Taccone che interpreta Renzo: pur essendo l’attore l’incarnazione perfetta del physique du rôle, a metà tra l’atleta e il funambolo, non guarda mai verso la platea: non ne vediamo che il profilo apollineo in gran parte oscurato dall’ombra del cappello che Ciaccia mette a silenziare i lineamenti dolci. Questo non è uno spettacolo sulla Bellezza. Servirà, nel finale, il cardinale Borromeo (Flavio Colabianchi) a far imparare a Renzo il superamento dell’odio attraverso il Perdono: solo in quel momento, con un fascio di luce che porta l’attore in Primo Piano assoluto, Renzo, toltosi il cappello, ci permette di guardarlo negli occhi; i tratti del suo viso sono totalmente illuminati dalla Grazia e dal messaggio di Ciaccia: abbandonata ogni rivendicazione di giustizia punitiva, il ragazzo ha compreso il Perdono. Si percepisce la commozione del pubblico.

Massiccio è l’uso dei cambi di scena ottenuti attraverso le proiezioni di stampe d’epoca e di dipinti sul telo che fa da fondale e grandiosi sono gli esiti dei Tableaux vivants degli attori che diventano Coro greco non solo nel finale nel Lazzaretto ma soprattutto nell’accumulo di corpi falciati dalla peste: le luci che tagliano il telo e i performer preparano un’atmosfera espressionistica che sfocia nell’orrore. Se il passo della madre di Cecilia inizia letto, volutamente a deluderci, un po’ soffocato dalla voce extradiegetica di Dalila Trinchini che recita «Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio», il nostro sguardo si isola, non bada più alle parole della Lettrice ma si focalizza sul cadavere sanguinante su cui verrà adagiata Cecilia tra vesti e teli bianchi macchiati di rosso in una visione che sembra citare Eleonora Giorgi squartata nel bianco da Dario Argento in Inferno; nel momento in cui a parlare è invece la madre di Cecilia (Greta Alberti), che preannuncia il ricongiungimento nella morte («Addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri»), il pathos raggiunge l’apice, il monatto capisce la Compassione e noi con lui.
Al Perdono, si aggiungono dunque la Compassione e la Preghiera: il nostro Vescovo Mons. Giovanni Massaro, che assiste dalla prima fila, insieme con i professori del Liceo Scientifico aveva preannunciato questi temi a presentazione dello spettacolo: con questa messinscena non si tratta solo di salvare dal Governo la Letteratura di Manzoni e la Filosofia come spiegano i docenti e il regista, ma dell’esigenza di educare i ragazzi alle emozioni, prepararli alle difficoltà che incontreranno fuori dal Bene.

Lo spettacolo, per due ore, stempera i momenti gravi e commoventi in più modi. Ci sono inserti extradiegetici che comunicano per associazione, come la canzone Dolce sentire tratta dal film di Franco Zeffirelli Fratello sole, sorella luna. Ma quel che qui fa funzionare la gravità del teatro di Ciaccia è il contrappunto con diverse declinazioni del comico: il grottesco di Azzeccagarbugli (Lorenzo Taballione), che butta tutto in farsa; il buffo Fra Cristoforo (Lorenzo D’Amico), che mantiene la sua smorfia persino durante gli applausi finali: come ci conferma Ciaccia, egli è puro simbolo incarnato, ossessivamente ripetuto lungo tutto lo spettacolo, del dito alzato a ricordare «Ma verrà un giorno…». Nondimeno, il comico ci pervade soprattutto grazie al ricorrente, virtuosistico, slapstick chapliniano affidato a Keita Vischetti che interpreta Don Abbondio come un clown factotum di scena che saltella e parla solo in falsetto. Vischetti è una chiara e riuscitissima macchietta liberatoria, espediente che gli studiosi delle tragedie di Shakespeare chiamano «comic relief» e che serve non solo ad alleggerire ma anche a rovesciare la narrazione sotto un punto di vista diverso.





