Home La Rivista MARINA MARIANI. LA MISURA DELL’INVISIBILE

MARINA MARIANI. LA MISURA DELL’INVISIBILE

La poesia di Marina Mariani abita un territorio raro nella contemporaneità: quello della soglia silenziosa tra esperienza quotidiana e rivelazione interiore. La sua scrittura non procede per affermazioni solenni né per costruzioni teoriche manifeste; al contrario, nasce da una pratica minuta dell’attenzione, da un ascolto profondo delle cose marginali, degli oggetti comuni, degli incontri fugaci, delle minime incrinature dell’esistere. È proprio in questa apparente semplicità che si manifesta la radicalità della sua opera.

La poetessa appartiene a quella linea poetica novecentesca che ha saputo trasformare il linguaggio della quotidianità in uno strumento di conoscenza. Le letture di Eugenio Montale, Umberto Saba, Giorgio Caproni ed Emily Dickinson non agiscono come semplici influenze letterarie, ma come matrici di uno sguardo capace di interrogare il reale senza mai forzarlo. Nei suoi versi permane infatti una tensione continua tra visibile e invisibile, tra presenza concreta e apertura metafisica.

La sua poesia si costruisce intorno a una sottrazione. Nulla è eccessivo, nulla è spettacolare. Ogni parola sembra emergere da una lunga sedimentazione interiore. Eppure, proprio questa misura produce un’intensità singolare: il lettore avverte che dietro l’ordinarietà delle immagini si nasconde una domanda più profonda sul senso dell’esistenza, sulla fragilità umana, sul tempo e sulla perdita.

La figura del Cristo — amata da Marina Mariani al di fuori di ogni appartenenza confessionale — attraversa implicitamente il suo immaginario come simbolo di vulnerabilità e compassione. Non vi è mai retorica spirituale nella sua opera; piuttosto, una forma di pietas laica che restituisce dignità alle vite minime, ai dettagli dimenticati, agli esseri marginali. La poesia diventa così esercizio di prossimità: un modo di stare accanto al mondo senza dominarlo.

Anche l’ironia occupa un ruolo essenziale nella sua scrittura. Un’ironia lieve, mai corrosiva, che nasce dalla coscienza della sproporzione tra il desiderio umano di comprendere e l’opacità del reale. In questo senso, il dialogo ideale con Wisława Szymborska appare evidente: entrambe condividono la capacità di trasformare il dubbio in forma poetica e di trovare nelle piccole cose un accesso inatteso al pensiero.

La marginalità editoriale che ha accompagnato Marina Mariani non costituisce un limite della sua opera, ma quasi una condizione coerente con la natura stessa della sua voce. In un tempo dominato dall’esposizione continua e dalla velocità del consumo culturale, la sua poesia resiste come spazio di lentezza, ascolto e discrezione. È una scrittura che non cerca di imporsi, ma di restare nel tempo attraverso la sua autenticità.

I libri di Marina Mariani — da La conversazione a Il gioco delle costruzioni, da In campo lungo fino a Poesie migranti— compongono così un unico paesaggio poetico attraversato dalla stessa domanda essenziale: come abitare il mondo senza tradirne la fragilità? La sua risposta non passa attraverso sistemi filosofici o verità assolute, ma attraverso un’etica dello sguardo. Guardare davvero le cose, sembrano dirci i suoi versi, significa già salvarle dall’indifferenza.

In questa prospettiva, la poesia di Marina Mariani assume oggi un valore particolarmente necessario. Non perché offra certezze, ma perché restituisce alla parola poetica la sua funzione più profonda: creare uno spazio di consapevolezza nel quale il lettore possa riconoscere, anche solo per un istante, la parte più vulnerabile e autentica di sé.

Cézanne – Les dernières années
 
Quanti quadri per fare
un albero che non è più un albero e pare
chi sa – una linea un colore marrone o verde
un sovrastare di Dio
e insieme dire – quello lo vedi è l’albero
l’albero c’è
Che andirivieni dalla terra al cielo
Che strano mestiere dipingere
 
Spostare una parola da qui a là
(che strano mestiere scrivere versi)
e azzardare – non è una parola
quello che ho fatto è un pezzo
di realtà
 
 

A Roma, verso il Ghetto
 
I giovani non conoscono i nomi delle strade che percorrono spavaldi.
 
Immersi in una nuvola di suoni, un po’ ubriachi.
Esibiscono bambini issati sulle spalle.
 
Immersi in una nuvola di suoni, attenti a una musica
che comunica soltanto con loro.
 
Tolleranti – spesso gentili: alle domande
su strade, fermate d’autobus, sorpresi,
lontani.
 
Sfiorano graziosamente quella pietra,
quell’angolo del ponte, quelle case.

 
 
 
Suite autunnale
 
 Tema
 
 Nelle città la narrazione non è richiesta.
Il tempo è scaduto; gli Omeri
si fanno ombra negli angoli – li schiaccia
il presente frettoloso; un futuro
non più procrastinabile è alle porte,
nugolo di uccelli famelici: ciò che si deve fare
è rafforzare gli sbarramenti, addossare
mobilia agli usci – circoscrivere
e difendere la casa coi denti.
 
 
Sta dentro una nuvola che si vede da qui
incorniciata dalla finestra, una nuvola non grandiosa,
anzi ingenua, nettamente disegnata.
A cercare, ad adoperare lenti
ben pulite, brillanti; a insistere, a riprovare,
a mettere a confronto saggi diversi,
a pensarci un poco su,
i tendaggi tra misteriosi sibili si aprirebbero
rivelando la scena nuda e ferma.
Ma l’ossessione di vedere – la coazione
a riferire con precisione, il compito
“racconta come hai trascorso
il dì di festa” va come fumo
nell’aria. La tentazione del serpente
s’incarna nel risibile millepiedi.
 
 Svolgimento
 
E’ una vita, sono passi in una direzione
– sono passi in una direzione mutevole;
e soprattutto i colori, sono cangianti;
le linee anche, ma soprattutto i colori;
è lo sfondo che cambia… è la figura…
la figura con lo sfondo – il quadro.
La cornice invece sembra – per il momento – fissa:
ma io credo che per ogni evenienza è bene essere preparati.
 
 
La riflessione prende vita dalle foglie del platano
e dal viale dei platani, che nel mio caso è l’infanzia.
Infanzia peraltro non mutevole, ma capace
di capovolgimenti repentini.
A ripensarci adesso, sfuggono i limiti della figura, i contorni.
Comunque è opportuno tracciare linee curve,
per prudenza.
 
 
La madre teneva il foglio dritto,
il foglio ha due facce, una bianca, l’altra nera.
La nonna ritagliava nel foglio silhouettes
che a un tratto si mettevano a danzare.
Il padre regalava fogli ingialliti
alla bambina che disegnava case
tutte colorate.

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com