Letteratura-Arte- Poesia/ Adriano Emi /251
Gli avezzanesi Carlo e Matteo Di Francesco coautori del progetto
Lo scorso martedì, presso il “Teatro del Parco” di Mestre, ha debuttato Commedia musicale, il nuovo spettacolo con cui Michele Bravi sta portando in tour l’omonimo album coprodotto con Etta e con l’avezzanese Carlo di Francesco che è anche responsabile della programmazione e delle percussioni. Suo fratello Matteo è presente in scena alla batteria. A far registrare il tutto esaurito in sala è un pubblico composto per la maggior parte da giovani ragazze e da donne mature che cantano e applaudono per tutto il tempo. Il tour è proseguito poi venerdì all’Auditorium di Milano e si conclude oggi all’Olimpico di Roma. |
Lo show inizia a sipario chiuso: l’ombra di Bravi canta versi inediti che introducono gli argomenti e il senso di ciò che sta per accadere:
«Immagina di stare dentro una commedia/ e ridere di frasi demenziali e battute a caso/ e ancora ridere fino a stare male e non respirare/. Le volte che vai fuori di testa/ sarebbe comica come sequenza/ io che vi parlo disperatamente delle nostre cose/ in scena sembrerei solo un buffone/. Immagina la sala con le luci spente/ e prendere la vita meno seriamente/. Farei battute sconce solo per questa volta/. Attenti che stanotte il pubblico si diverta».
Fino ad oggi, per 13 anni, Bravi ammette di aver «scritto esequie» ed essere stato noto solo come provocatore di pianti dall’inizio alla fine di ogni concerto, tanto che, quando la Disney ha avuto bisogno di una voce per il regno dei morti nel film Coco, è stato scelto lui. L’artista umbro precisa che questo è avvenuto non perché egli sia andato verso la tragedia: è stata essa ad andare da lui quando era bambino, precisamente nella forma dell’Edipo re di Sofocle, il figlio «che si cava gli occhi». L’unico rimedio a una formazione così tragica è il riso: per questo motivo, il palcoscenico stavolta rappresenterà «il magazzino cosmico di tutte le risate lasciate» che può essere battezzato con il nome «“Daje a ride”!». In questo modo, Bravi vuole ribaltare la ricezione delle sue canzoni: molti suoi testi – ammette – sono disperati, ma il pubblico, «solo per questa volta», deve ridere attraverso precise tecniche di straniamento: il turpiloquio e la decontestualizzazione giocosa e disincantata.

Si apre il sipario: nell’oscurità, l’occhio di bue inquadra il cantante davanti la quinta di destra, di spalle, in posa da amazzone su un pony da giostra retto da un bastone dorato; volge il capo verso il pubblico, sorride e attacca con Cabaret, traccia d’apertura del nuovo album. Le parole dei versi corrispondono alla scena che le luci scoprono: «c’è un luna park/ sopra un cavallo di gomma/ un soldato/ non dirmi che ti fa paura/ Vieni con me/prova a volare».
A questo punto capiamo che, pur vestito con scarpe Converse bianche, pantaloni larghi blu e giacca bianca da ussaro steampunk (o anche principe di Cenerentola), Michele oggi è Peter Pan che porta il pubblico a «volare» verso un «gran finale», «ultima pagina vuota/prima dei titoli di coda/ da scrivere/ e vivere» come se i drammi delle canzoni, stavolta, fossero un gioco. È proprio dal romanzo di James Matthew Barrie che Bravi dice di aver imparato che «i bambini sono gai e senza cuore perché la cattiveria è un seme» dentro di loro, e Peter è asessuato, non diventa né uomo né donna: ha pianto vedendo Wendy invecchiata come madre, incapace ormai di consolarlo perché divenuta donna.
L’infantilizzazione, dunque, si rende necessaria alla scena: sia il passato delle fasi artistiche di Bravi, sia la tradizione letteraria che lo ha ispirato (soprattutto l’Edipo re tradotto da Salvatore Quasimodo), sia il presente con le sue regole sociali devono essere considerati solamente un gioco, una finzione da ridere. Questa è la «conclusione logica»: tutto è un gioco, esattamente come teorizza Pier Paolo Pasolini in Petrolio.
Si accendono tutte le luci della ribalta insieme alle lampadine che disegnano il nome dell’artista e dell’opera.

Vediamo, così, l’intero cosmo sintetizzato in un circo-carillon surrealista: drappi rossi scoprono le quinte su cui campeggiano sole e luna antropomorfi; contro il fondale nero, dall’alto, pendono bianche nuvole d’ovatta mentre, in fondo, onde marine sostengono la pedana di Matteo di Francesco al basso: queste decorazioni sono un bel richiamo a Il viaggio attraverso l’impossibile di Méliès, viaggio che qui è messo in moto da racconti, danza di cabaret ma, soprattutto, canto. Infatti, a ricordarci che siamo comunque ad un concerto pop-rock, i musicisti vestono una divisa da banda militare blu con spalline dorate simile a quella indossata da Paul McCartney in Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club.

Dentro questa “Isola che non c’è”, sappiamo che il motto di Peter Pan è che «morire sarà una splendida avventura», e, infatti, per entrare nella parte, Bravi deve prima morire. Così, al centro del palco, l’occhio di bue inquadra il “Blue Ribbon Carousel”, celebre giostra a gettoni degli anni ’90 con bastoncino di zucchero e pony mobili; il corpo del cantante giace come un fantoccio senza vita sul carosello rotante, poi prende vita e attacca la canzone Funerale. Ora, modulando la voce fino ai toni più acuti, danza lungo tutto il proscenio che si illumina: a sinistra, un’alta giraffa dipinta e un pagliaccio con palloncini affiancano Ettore Gianni alle chitarre e Mauro Arduini al basso; a destra, una ruota da circo accompagna la Maestra Marianna Moioli al piano.
L’atmosfera si scalda con l’allegra Falene: tra passi ritmati alternati a plastiche pose da divo rock contro la parete, l’artista sale lungo i gradini laterali di sinistra della platea come se stesse percorrendo una catwalk per portarsi in primo piano anche rispetto a chi è seduto alle ultime file. Poi si introduce tra il pubblico. Intonando Nero Bali, si scatena e, mentre pronuncia «buttiamo in mare i cellulari», posa in selfie con i fan.


Per poter introdurre Prima o poi, pezzo tragico che ha portato all’ultimo Festival di Sanremo, Bravi ammette che questa commedia in effetti «è una truffa» perché non ci sono ballerini e lui ha già il fiatone, ma, davanti a tutte le umiliazioni e ai pianti, egli afferma che ogni musicista è un comico visto che una convincente definizione di commedia è quella di «canzone triste fatta così bene che uno si è dimenticato perché ha cominciato a piangere». Prima o poi era drammatica nell’interpretazione a Sanremo e ancor più nel videoclip girato da Ilenia Pastorelli: lì, Bravi incarna sporcizia, fradiciume, ossessione erotica allo specchio, lutto da separazione, amnesia del nome dell’amato, inadeguatezza. Qui diventa pura performance vocale così come avviene per il pezzo successivo, Amarsi nel disordine che è anch’esso un ragionamento sull’inadeguatezza e sul «vergognarsi» (nel libretto appare sottolineato) di non poter «innamorarsi in modo normale». Segue Maneggiami con cura: notiamo maggior tensione emotiva soprattutto quando, a braccia tese verso il pubblico, ripete «e avrò la stessa cura anch’io per te».
I toni tornano allegri e sempre più burleschi grazie a riflessioni sulla defecazione che rende felici i bambini: essi «ridono 400 volte al giorno». Si accavallano battute come «Oh mio dio, chissà se penseranno se sono un macho!» e citazioni scurrili tratte da I Mannaggia («Mi sono rotto il…»), Joe Natta («A te ti puzza il …») e dall’Inno del corpo sciolto di Roberto Benigni. Ogni intermezzo comico serve a compensare la seguente canzone triste. Da abile burattinaio delle emozioni, Bravi contagia la platea quando si commuove cantando il suo inno alla bellezza del disfacimento delle cose, La vita breve dei coriandoli
Lo spettacolo prosegue con Infanzia negli occhi, che qui si rivela essere un vero invito a non entrare nell’Edipo, a lasciarsi guardare per infante, a restare muto e ad occhi chiusi per non essere più ferito da niente. Il tema anti-edipico prosegue ancora con Inverno dei fiori, dove l’amore è al di qua degli occhi, dopo «aver disimparato tutto», nell’abisso del buio dell’inverno, lì nascono i fiori: è la metamorfosi di Narciso, mito che Bravi richiama anche nella gigantografia curata da Mauro Balletti, affissa all’ingresso della platea.

Per creare un contrappunto a queste ballate drammatiche, Bravi introduce lo sketch in cui invita il pubblico ad immaginarlo con un lungo vestito da diva seduto sul piano con una coppa di vino in procinto di ribaltarsi sopra la Maestra: siccome il cambio di scena è troppo costoso, deve bastare un boa di piume rosa su cui egli soffia prima di attaccare la ritmatissima, sensuale, scatenata Popolare.

L’artista afferma che sarebbe meraviglioso condurre tutto lo spettacolo in questa modalità, perché lui da bambino diceva «cose sconce», scriveva «sesso» con la calcolatrice e, soprattutto, veniva chiamato non Michele ma «Mi-Checca». Davanti a questa apostrofe omofoba di cui egli si appropria ripetendo tre volte durante lo show di essere «omosessuale», per reazione, canta L’uomo invisibile: la non visibilità è l’unica condizione fisica che permetta a una coppia omosessuale di baciarsi senza essere giudicata. Ancora sull’omofoba condizione sociale per la quale «una cosa così privata e intima è scelta da qualcun altro», canta Genitore 3 in proscenio. I toni si incupiscono con Mantieni il bacio, titolo che cita l’omonima opera di Massimo Recalcati che è coautore del testo della canzone: corpo, bacio, amore violenza e cenere sono tutti retti dal dolore. Qui Bravi si commuove e si raccoglie su se stesso. Rievocando Wendy divenuta madre, non più consolatrice, l’artista intona l’omaggio a Ornella Vanoni cantato durante lo scorso Festival di Sanremo in duetto con Fiorella Mannoia: Domani è un altro giorno, definita da Massimo Fusillo un’interpretazione sublime da parte dei due cantanti. Segue Al di là delle canzoni.
Bravi esce di scena e, tra gli applausi e le ovazioni, rientra per il bis con cambio d’abito: stavolta la giacca è un patchwork a blocchi geometrici celesti verdi e panna con lunghe frange che richiamano lo stile cowgirl: così, canta Buona la prima, malinconica ballata che attraverso il linguaggio cinematografico evoca l’incapacità di capire cosa si è stati. Segue Insuccesso, dove l’amato è appunto un «tu che mi spari cowboy/ e poi mi dici a voce bassa/ sussurrandomi all’orecchio/ che era un gioco, un passatempo».
Dopo quest’ultima incursione nel gioco metateatrale che ha caratterizzato tutto lo spettacolo, l’artista conclude con Il diario degli errori, canzone che, nove anni fa, al suo primo Festival di Sanremo, per tutti sembrava una cosa inutile tranne che per i fan: essi l’hanno fatta propria e così hanno reso possibile la carriera di Michele Bravi.


| La sintesi dei 4 brani che aprono lo spettacolo è accessibile nel VIDEOCLIP Girato dall’autore nella pagina Facebook di Centralmernte Quotidiano e Rivista https://www.facebook.com/share/v/1E3TyEggGg/https:/ |




