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LA PAROLA IN VIAGGIO: CORPO, LINGUAGGIO E IDENTITÀ NELLA POESIA DI BIANCAMARIA FRABOTTA

La poesia di Biancamaria Frabotta si colloca in una traiettoria originale della letteratura italiana contemporanea, capace di intrecciare tensione civile, riflessione sul linguaggio e ricerca identitaria. La sua opera, sviluppatasi lungo oltre quattro decenni, attraversa mutamenti storici e culturali senza mai perdere una coerenza profonda: quella di una scrittura che interroga costantemente il rapporto tra soggetto, corpo e mondo.

Fin dall’esordio con Affeminata (1976), Frabotta si misura con il tema della soggettività femminile, in un contesto segnato dalle istanze del femminismo italiano. Tuttavia, la sua non è mai una poesia programmatica o ideologica: piuttosto, è una poesia che problematizza il linguaggio stesso con cui il soggetto si esprime. Il titolo già suggerisce una tensione ironica e critica verso gli stereotipi di genere, mentre la lingua poetica si costruisce come spazio di resistenza e ridefinizione.

Con Il rumore bianco (1982), la scrittura si fa più complessa e stratificata: il “rumore” del titolo può essere letto come metafora della contemporaneità, ma anche come interferenza che disturba ogni possibilità di comunicazione trasparente. In questo senso, Frabotta si inserisce in una linea novecentesca che va da Amelia Rosselli alla neoavanguardia, pur mantenendo una voce autonoma. La sua poesia lavora per scarti, sospensioni, frammenti, evitando la linearità discorsiva.

Negli anni Novanta e Duemila, opere come La viandanza (1995) e La pianta del pane (2003) segnano una fase di maggiore apertura narrativa e meditativa. Il motivo del viaggio — reale o simbolico — diventa centrale: la “viandanza” non è solo spostamento nello spazio, ma condizione esistenziale, ricerca di un equilibrio sempre provvisorio. Qui emerge una delle cifre più riconoscibili della poetica frabottiana: la capacità di coniugare esperienza individuale e dimensione collettiva, memoria personale e storia.

Un altro aspetto fondamentale è il rapporto con il corpo e con la materia. In raccolte come Terra contigua e Da mani mortali, la poesia si radica in una dimensione concreta, quasi tattile. La “terra” e le “mani” rimandano a un sapere incarnato, che si oppone a ogni astrattezza. Tuttavia, questa concretezza non elimina la complessità: al contrario, la lingua resta allusiva, spesso ellittica, capace di evocare più che di dichiarare.

La riflessione sul femminile, centrale anche nella sua attività critica (si pensi a Donne in poesia e Letteratura al femminile), attraversa tutta la sua produzione poetica senza mai ridursi a tema esclusivo. Frabotta indaga la specificità di un linguaggio poetico femminile, ma al tempo stesso ne mette in discussione i confini, cercando le “tracce del femminile” anche nella tradizione maschile. Questa tensione critica si riflette nei testi, dove l’identità appare sempre in movimento, mai definitivamente acquisita.

Nella raccolta complessiva Tutte le poesie 1971-2017 emerge con chiarezza la coerenza del suo percorso: una poesia che si sottrae alle mode e alle semplificazioni, mantenendo una fedeltà alla complessità dell’esperienza. Il suo stile, apparentemente sobrio, è in realtà densissimo, costruito su un equilibrio delicato tra chiarezza e opacità.

La forza nella poesia di Biancamaria Frabotta risiede nella capacità di coniugare impegno civile e ricerca formale, riflessione teorica e intensità lirica. In un panorama spesso frammentato, la sua opera si distingue per la coerenza e per la profondità con cui affronta questioni ancora oggi centrali: il linguaggio, il corpo, l’identità, la storia.

da LA VIANDANZA

Appunti di volo, III


Dell’allarme pur sempre possibile

ma poco probabile nell’ora
che curva inchina il fianco
a più mitigate speranze di quiete
intendo solo il tremito
di chi mi resta a lato nonostante
anche il sibilo sia poco credibile
così perso in un rigo d’aria sbilenco
e un’alba così finta
e flebile da svanire
nel ventre sterile del grifo.
Soltanto il decollo aumenta i nostri battiti.
Volendo, potremmo, volando, toccarci i gomiti.
Post coitum test
Perfino un voto e intorno a me il vuoto
ma nulla valse a scalfirlo
quello splendido utero senza costrutto
quel cavo oscuro imbuto che così
strenuamente tenne testa
al capitombolo innamorato del tuo codino
pavoneggiante.
Eiaculato limpido, viscosità normale.
Soltanto la reazione si dimostrò alcalina
ma la vitalità spenta in quell’ora dura
risorse e ancora dura…
E dire: sarebbe nato un così bel bambino.
E invece: nemmeno fosse un serpente
da addomesticare
un sibilo lungo di vento confuse nei mari mossi
del grembo il tuo biondo vanto di generare.
Miopia
Mi presti i tuoi occhi per guardarti?
A chi negheresti una lente nitida sul mondo?
Sui denti scoperti l’urto dell’acqua lustrale
il rimbalzo fra i rami di un volubile raggio
sotto la gronda una rissa di colombe native.
Chiunque vorrebbe i tuoi occhi per guardarsi.

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