Home La Rivista NELLA MANCANZA D’ETERNITÀ: IMMAGINI, EMPATIA E VISIONE NELLA POESIA DI WOLFANGO TESTONI

NELLA MANCANZA D’ETERNITÀ: IMMAGINI, EMPATIA E VISIONE NELLA POESIA DI WOLFANGO TESTONI

La poesia di Wolfango Testoni, così come emerge da Un’allegria più mite, si colloca in una zona liminale tra esperienza individuale e tensione universalizzante, in cui il dato autobiografico non si esaurisce mai nel privato ma si apre, con misura e discrezione, a una dimensione condivisibile del vivere. Il riferimento alla “solita mancanza d’eternità” appare centrale: non come dichiarazione nichilista, bensì come consapevolezza costitutiva, una condizione che obbliga il soggetto poetico a misurarsi continuamente con il limite e, proprio per questo, a cercare forme di senso dentro la precarietà.

Uno degli aspetti più evidenti della scrittura testoniana è la sua origine visiva. Non è un caso che l’autore sia anche pittore: molte immagini sembrano nascere da una percezione quasi tattile della realtà, da una “ripalpita sostanza” che si offre allo sguardo prima ancora che al linguaggio. Tuttavia, queste immagini non restano mai pura descrizione; si caricano di una tensione emotiva che le trasforma in nuclei simbolici. L’esempio della “fertile / in prossimità del vuoto” mostra bene questa dinamica: la coesistenza degli opposti non genera conflitto esplosivo, ma una sorta di sospensione, una morbidezza tragica che è cifra stilistica dell’autore.

La struttura composita dell’opera, con incursioni nel prosimetro, riflette una volontà di attraversare forme e registri senza irrigidirsi in una sola modalità espressiva. In questo contesto, gli epiloghi tra parentesi assumono un ruolo decisivo: sono luoghi di condensazione, quasi di rivelazione, in cui il testo si apre improvvisamente a una dimensione corale. Ciò che potrebbe restare confinato nel “sentire del sé” viene rilanciato in una prospettiva più ampia, evitando il rischio di autoreferenzialità. La chiusa “Noi tre / e il cane un po’ sfocato…” non è soltanto un’immagine finale, ma una trasformazione del vissuto in figura condivisa, dove l’individuale si dissolve in una “macchia irreversibile” che riguarda tutti.

Il rapporto tra parola e mondo è segnato da una tensione costante. Da un lato, la poesia registra il reale con precisione quasi documentaria — luoghi, città, animali, oggetti — dall’altro lo attraversa con una consapevolezza inquieta, come suggerisce l’immagine del “formicaio” globale in perpetuo allarme. Qui emerge una dimensione contemporanea, in cui la molteplicità dei riferimenti geografici non produce apertura ma vertigine, un senso di sovraffollamento esistenziale che trova eco nella frammentazione dell’esperienza.

Importante è anche il dialogo implicito con la tradizione iconografica e culturale. Le immagini della “donna nuda / inchiodata al muro” o della “Mater religiosa” evocano un repertorio visivo stratificato, che va dalla pittura sacra alla cultura cinematografica. Tuttavia, queste citazioni non sono mai esplicite né didascaliche: operano come echi, come tracce sedimentate nel linguaggio. In questo senso, la poesia di Testoni si configura come una pratica di riscrittura continua, in cui il vissuto individuale si intreccia con una memoria culturale diffusa e non dichiarata.

Un altro elemento significativo è la capacità di valorizzare il marginale. Versi apparentemente semplici, come “il gatto è un altro tempo”, racchiudono una densità semantica notevole. Qui il tempo non è una categoria astratta, ma una qualità percepita, incarnata in una presenza animale che diventa figura di alterità. Allo stesso modo, il “miagolio continuo, / tanto simile al dolore” suggerisce una continuità tra umano e non umano, tra linguaggio e suono, tra coscienza e istinto.

Questa attenzione al dettaglio minimo si lega a una visione più ampia, quasi cosmica, in cui ogni elemento — dall’insetto al capodoglio, dall’edera alla conchiglia — partecipa di una stessa tensione verso il senso. La dimensione religiosa, evocata in forma dubitativa (“credemmo / che c’è un dio…”), non si traduce in fede dogmatica, ma in una ricerca aperta, che attraversa il mondo senza mai risolversi.

 

             Misuro la giocata, l’inganno,
la puntata persa della vita,
la partita andata un po’ a ramengo.
Perché lì, intanto, si parlava
l’antiquata porcheria del borgo,
storie guaste e un poco riprovevoli:
il cane appeso nel garage, la pampa e
i dischi di vinile con il tango
come a dire la tristezza
di una qualche impossibile, deviata
e quasi cruda, felicità.
 
             (In ogni modo, come l’estate
e la fotografia a colori.
Noi tre
e il cane un po’ sfocato
che tenta il salto. Senza occhi,
senza lingua. Una macchia
irreversibile).

Da “Un’allegria più mite” in “Nuovi poeti italiani n.7”

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