Attualità&Amarcord/ Marcello Martelli/239
Lo scontro referendario sulla Magistratura ha finito per assumere i tratti di una resa dei conti ideologica, più che di un confronto nel merito. Da un lato il fronte del NO, che legge i quesiti come un attacco all’autonomia e all’indipendenza della Magistratura; dall’altro il fronte del SÌ, che li presenta come un passo necessario verso una “giustizia giusta”, più efficiente e più equa.
In mezzo, un’opinione pubblica disorientata da una campagna elettorale urlata, povera di approfondimenti e ricca di slogan. Il primo volto dello scontro è ideologico. Il NO si radica in una visione che considera la Magistratura un baluardo contro le degenerazioni della politica, un potere che deve restare il più possibile impermeabile alle pressioni esterne. In questa prospettiva, ogni intervento correttivo viene percepito come un tentativo di indebolire una istituzione intoccabile.
Il richiamo costante ai principi costituzionali, alla separazione dei poteri e al rischio di derive autoritarie ha dato al fronte del NO una postura difensiva forte e dura. Il secondo volto è riformista: il SÌ parla di “giustizia giusta”, evocando tempi processuali ragionevoli, valutazioni più trasparenti, responsabilità effettive. Intercetta un malessere reale: la lentezza dei processi, le carriere percepite come autoreferenziali, la distanza tra cittadino e istituzioni giudiziarie. Qui il referendum diventa strumento di pressione, se non di supplenza, rispetto a una politica incapace di riformare in modo organico l’ordinamento giudiziario.
Ma il punto più preoccupante non sta tanto nei contenuti dei quesiti quanto nel clima in cui si è svolta la campagna. Toni barbarici, delegittimazioni reciproche, semplificazioni estreme hanno trasformato un passaggio delicato in una battaglia a tutto campo. Chi vota NO sarebbe nemico delle riforme; chi vota SÌ sarebbe sabotatore dell’indipendenza. Una caricatura che impoverisce il dibattito e allontana i cittadini.
Questo “barbaro svolgimento” non è un incidente, ma è l’ennesimo epifenomeno della crisi profonda del sistema politico e civile del Paese. Da anni le riforme strutturali vengono affrontate per via referendaria o emergenziale, in assenza di una mediazione parlamentare robusta e di una discussione pubblica matura.
Il referendum, strumento nobile di democrazia diretta, diventa così terreno di scontro identitario, non occasione di scelta consapevole. La verità è che la giustizia italiana ha bisogno di riforme serie, meditate, condivise. Non sono obiettivi incompatibili. Il problema è che la polarizzazione li presenta come tali, costringendo cittadini e forze politiche a schierarsi in blocchi contrapposti.
Se questo referendum lascia una lezione, è che la qualità della nostra democrazia non si misura solo nel risultato delle urne, ma nella qualità del confronto che lo precede. Senza un salto di maturità nel linguaggio, nei metodi e nella capacità di ascolto, ogni consultazione rischia di trasformarsi in un’ulteriore crepa nel rapporto tra istituzioni e società. La giustizia, per essere davvero “giusta”, ha bisogno di equilibrio. E l’equilibrio, in democrazia, nasce dal confronto serio, non dalla contrapposizione ideologica.