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LA RIFORMA “SGONFIATA” CHE NON AIUTA I COMUNI

Attualità/ Amministrazione Pubblica /Centralmente/233

 

 

Recepiamo volentieri da EDK Formula l’articolo di Stefano Di Pangrazio, dirigente comunale , che mette a fuoco la situazione in cui versano i comuni italiani dopo la riforma  che avrebbe dovuto portare all’armonizzazione contabile e al cambio di paradigma rispetto alle carenze del passato degli enti territoriali. Il dottor Di Pangrazio, giovane professionista che vanta però una lunga esperienza in vari comuni della Marsica, espone un quadro nitido della realtà in cui si muovono i gestori delle risorse degli enti che sono il cuore pulsante del territorio e della distanza che la riforma ha posto tra lo Stato centrale e la sua  stessa periferia.

IL Direttore (PLP)

 

di Stefano Di Pangrazio

 La riforma dell’armonizzazione contabile era nata come una rivoluzione: trasparenza, verità contabile, superamento delle opacità, integrazione tra programmazione, gestione e rendicontazione. Per anni ce la siamo raccontata come il cambio di paradigma che avrebbe finalmente risolto i limiti “storici” della competenza finanziaria tradizionale. Una spinta culturale e tecnica enorme che avrebbe dovuto segnare un prima e un dopo.

La verità è che quel “dopo” non c’è mai stato. La grande rivoluzione si è sgonfiata nel giro di pochi anni, normalizzandosi in un sistema che, nella pratica quotidiana, è tornato a essere una competenza finanziaria potenziata solo sulla carta, e spesso addirittura “spotenziata” nella sostanza. Gli strumenti introdotti – dai principi contabili applicati al piano dei conti – hanno migliorato il linguaggio della contabilità pubblica, certo. Ma non hanno modificato realmente il modo in cui gli enti prevedono, programmano, gestiscono e controllano le risorse.

Siamo rimasti nel mezzo: conti più complessi, impegni più articolati, registrazioni più vincolate, ma lo stesso impianto culturale di prima, quello della previsione approssimativa, del riaccertamento come correttivo strutturale, del “tanto poi a consuntivo si sistema”.

In questo contesto si inserisce la nuova riforma “accrual” per le amministrazioni pubbliche. Nelle intenzioni, dovrebbe completare e coronare il percorso dell’armonizzazione, avvicinando il mondo pubblico a quello privatistico. Nei fatti, rischia di diventare un ulteriore strato di complessità che non risolve le criticità di fondo e, anzi, le amplifica. Ma chi vive negli enti locali sa già quello che non viene detto:
l’accrual non nasce per aiutare i Comuni. Nasce per aiutare lo Stato.

L’obiettivo reale della riforma è fornire al centro una base dati contabile e patrimoniale coerente con i modelli IPSAS ed Eurostat. È una riforma di sistema, non degli enti. Serve a chi osserva dall’alto, non a chi lavora in basso. Ed è qui che inizia il problema. Perché se l’accrual è perfetto nei documenti ministeriali, diventa fragilmente teorico negli uffici ragioneria dei Comuni d’Italia. E qui emerge il nodo dirimente: la riforma chiede più risorse di quante ne possa creare.

Ogni riforma contabile porta con sé un costo. La domanda è sempre la stessa, e oggi è inevitabile: Il beneficio che l’accrual apporterà agli enti locali è proporzionato al costo economico, organizzativo e umano che essi dovranno sostenere? La risposta, tecnicamente e onestamente, è no.

Perché l’accrual – inteso nel suo senso pieno, non nella versione ibridata che si sta costruendo – richiede prerequisiti che il sistema pubblico italiano non possiede nella maggior parte dei Comuni: una base dati solida, inventari aggiornati, struttura patrimoniale affidabile, capacità contabile ed economica avanzata, software realmente integrati, e soprattutto una cultura amministrativa orientata alla misurazione economica e non solo finanziaria. Oggi nulla di tutto ciò è omogeneamente presente. E allora la domanda è inevitabile: può funzionare una contabilità accrual in un Paese che, dieci anni dopo, non applica ancora correttamente la competenza finanziaria potenziata? La risposta, se vogliamo essere onesti, è no.

Non può funzionare nei Comuni piccoli, dove gli uffici finanziari sono sottodimensionati.
Non può funzionare nei Comuni medi, dove la COEP è già un esercizio di equilibrio più che una fotografia reale. Non può funzionare nemmeno nei Comuni grandi, dove il patrimonio esiste, ma non è aggiornato in modo da consentire rilevazioni sistematiche attendibili.

L’accrual rischia di replicare lo schema già visto: un impianto teorico perfetto, costruito su un terreno instabile.
Un castello normativo appoggiato su fondamenta che non reggono. Una verità contabile richiesta a chi non ha gli strumenti per produrla. E i risultati saranno sempre gli stessi: regole che crescono, adempimenti che esplodono, scadenze che si moltiplicano, responsabilità che vengono scaricate sugli enti, mentre la realtà finanziaria resta la stessa di sempre. È un film già visto. Ogni volta si promette la svolta, ogni volta si ottiene un altro strato di burocrazia. E intanto il sistema non diventa più trasparente, non diventa più semplice, non diventa più affidabile. Diventa soltanto più pesante.

Il punto vero è che non serve un nuovo modello contabile se il problema non è il modello, ma il contesto in cui deve operare. Non serve l’accrual se manca la base dati. Non serve il patrimonio economico se manca la certezza del patrimonio fisico. Non serve la verità se non si hanno gli strumenti per produrla.

Queste non sono critiche ideologiche: sono criticità strutturali che qualunque dirigente finanziario vede ogni giorno, e che nessuna norma può cancellare.

Concludo dicendo che non serve fermare la riforma, né cavalcarla ciecamente.
Serve un approccio nuovo, onesto e pragmatico:

  1. Prima si rafforza la capacità amministrativa, poi si cambia il modello contabile.

    Non il contrario. Senza personale formato e stabile, nessuna contabilità funzionerà mai.

  2. Serve una base dati unificata dello Stato su patrimonio, partecipate, immobilizzazioni, debiti e crediti. Gli enti non possono continuare a ricostruire ciò che altri hanno già.

  3. L’accrual deve essere modulato: pieno per gli enti grandi, proporzionato per i piccoli.

    Il principio deve essere: stessa trasparenza, non stessa complessità.

  4. La previsione deve diventare il cuore della riforma, non la rendicontazione.

    Finché non si affronta la debolezza della previsione, nessuna verità contabile è possibile.

  5. Serve una vera interoperabilità dei sistemi.    

    Se software e banche dati non dialogano, l’accrual è solo un onere in più.

Solo così la riforma potrà passare da “ennesima complicazione” a reale opportunità.
Altrimenti l’accrual non sarà una rivoluzione: sarà un’altra promessa tradita.

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