Home La Rivista   ORVIETO CLASSICO 2020 DECUGNANO DEI BARBI

  ORVIETO CLASSICO 2020 DECUGNANO DEI BARBI

Cucina & Cantina / Centralmente / 266             

L’origine del nome Decugnano si perde nei secoli, ma la presenza del vino su queste colline è documentata fin dal 1212. Un carteggio di quell’anno attesta che i terreni di Santa Maria di Decugnano appartenevano alla Cattedrale di Orvieto e producevano vino destinato al clero. Due chierici, Giovanni e Pietro, avevano il compito di custodire la terra e i vigneti, il cui centro era la chiesa di Santa Maria di Decugnano. Per secoli il luogo rimase legato alla produzione di vino per la Curia, in un territorio già noto fin dall’epoca etrusca e romana. Dopo un lungo periodo di oblio, la storia moderna ricomincia nel 1973. Claudio Barbi, giovane bresciano di famiglia di commercianti di vino, scopre la tenuta in stato di abbandono: pochi ettari, qualche filare malandato, ruderi e una stalla. Colpito dalla bellezza del posto e, soprattutto, dal suolo di origine marina ricco di fossili di conchiglie  decide di acquistarla. Aveva da poco viaggiato in Francia e partecipato a vendemmie, rimanendo affascinato dall’approccio francese al terroir. Il nonno di Enzo, che già comprava vino in zona per il mercato lombardo, favorì l’acquisto; Claudio, allora poco più che ventenne, scelse di non limitarsi al commercio ma di produrre. Gli inizi furono difficili: la tenuta era priva di acqua ed elettricità. Claudio rinnovò i vigneti piantando i vitigni storici dell’Orvieto (Procanico/Trebbiano, Grechetto) e sperimentando altre varietà. Nel 1978 uscirono i primi tre vini: un Orvieto Classico, un rosso e il primo Metodo Classico prodotto in Umbria (all’epoca una vera sfida, realizzata anche con affinamento in antiche grotte scavate nel tufo). Nel 1981 creò la Pourriture Noble, il primo muffato nobile italiano, ispirato alle esperienze bordolesi a Sauternes: nessuno prima aveva valorizzato la botrite presente in alcune zone dell’Orvietano. Claudio (scomparso nel 2019) costruì così una cantina innovativa, attenta alla qualità e al carattere del suolo marino pliocenico, in un periodo in cui l’Orvieto era spesso associato a produzioni più commerciali di secondo e terzo piano. Oggi l’azienda è guidata dal figlio Enzo, che prosegue con la stessa visione, mantenendo la produzione limitata (circa 32 ettari vitati) e puntando su vini eleganti, minerali e longevi. La presenza spirituale della chiesa di Santa Maria e la memoria di quei due chierici del 1212 restano un filo conduttore, tanto che il rosso di punta si chiama proprio A.D. 1212.

Provenienza : Orvieto Classico DOC, vigneti di Decugnano (località Fossatello, tra Orvieto e Todi, Umbria).

La tenuta si trova in una delle zone geologicamente più particolari della denominazione. Sono terreni sabbioso-argillosi, di colore chiaro, ricchi di calcio e disseminati di fossili di conchiglie e ostriche. Questa componente marina conferisce ai vini una mineralità salina e una freschezza peculiari, quasi “iodate”. L’altitudine è di circa 320 metri s.l.m., con esposizione prevalentemente sud-est e sud-ovest. Il clima mediterraneo è accompagnato da una buona escursione termica giorno-notte e da una ventilazione costante, elementi che aiutano a preservare acidità e aromi. Il sistema di allevamento è Guyot e cordone speronato, con rese contenute (indicativamente 70-90 q/ha per le uve bianche).

Annata : 2020                                                          Gradazione alcolica:  13% vol.                            Varietà delle uve:  Il blend tipico di Orvieto Classico varia a seconda delle annate ma rimane dentro queste piccole variazioni: Grechetto (prevalente, circa 50-55%), Vermentino (circa 20%), Sauvignon Blanc (circa 20%), Procanico (5-10%).                  Vinificazione: Vendemmia manuale, diraspatura, raffreddamento e pressatura soffice. Fermentazione in acciaio inox (generalmente separata per varietà) a temperatura controllata. Affinamento in acciaio (circa 6 mesi) e successiva sosta in bottiglia. Interpretazione classica e territoriale: solo acciaio, per esaltare freschezza, mineralità e carattere sapido del suolo marino.                                                  Temperatura di servizio: 10-12 °C in un calice alto e ampio che deve lasciar fluire le note profumate.         Longevità : adesso è nel suo apogeo ; godibile sino al 2028, dopo potrebbe resistere fino al 2030.      Caratteristiche organolettiche                                   Colore: giallo paglierino limpido e brillante, con riflessi verdolini o leggermente dorati in annate più mature.                                                                                     Naso: intenso, fine e marcatamente minerale. Al primo impatto emergono note di conchiglie marine, limone, fiori bianchi, pera pesca bianca r sfumature di erbe aromatiche.                                                           Bocca: fresco, sapido e verticale. L’acidità è vivace e ben integrata, sostiene un corpo medio e una texture cremosa e setosa, frutto dell’affinamento sulle fecce fini. Il sorso si apre su una spinta minerale salina. Il finale è secco, persistente, con note di mandorla, e un ritorno salino che conferisce un finale lunghissimo                                                                  E’,insomma, un Orvieto Classico elegante e gastronomico, meno opulento di altre interpretazioni della DOC ma più orientato alla mineralità e alla tensione.                                                                         Abbinamenti gastronomici:   Grazie alla sua acidità vivace, alla sapidità e alla stoffa cremosa, è un vino estremamente versatile a tavola. Si abbina splendidamente a crudi e antipasti di mare (ostriche, tartare di pesce, carpaccio di gamberi, insalata di polpo), primi piatti di pesce (spaghetti alle vongole, risotto ai frutti di mare, tagliolini al ragù di pesce bianco), secondi di pesce (branzino, orata o rombo al forno o alla griglia, baccalà in umido leggero) e a piatti della cucina mediterranea e vegetariana (verdure grigliate, formaggi freschi o di media stagionatura come ricotta, pecorino fresco o caprino, insalate di grano o farro). Per chi vuole osare, invece, il mio consiglio è di provarlo con una bella rana pescatrice cotta al forno e e bardata da sottilissime fette di speck.

Mario Travaglini

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