CONCILIARE I GIUDICI?

Il Dubbio / 82

 CONCILIARE I GIUDICI?

di Enea Di Ianni 

Stavo pensando, stamane, a quei momenti in cui, pur vivendo attivamente il presente, ti ritrovi d’accordo col passato. Non con tutto il passato, ma con qualcosa: con un fatto, un modo di fare o essere, una consuetudine che c’erano e poi non hanno avuto più modo di continuare ad esserci

Ti accorgi, spesso, che forse, non è stato un bene lasciarli andare e lì il pensiero si sofferma ad una sorta di contemplazione silenziosa provando piacere a rileggerla, quasi a riviverla come succede con un film già visto. Conosci già le scene, eppure scorrerle di nuovo ti dà un senso di pacato piacere. Lo so che quel modo di “ricordare” e “sentire” si chiama nostalgia; so che non si può vivere di nostalgia, ma so anche che farne a meno non è proprio la soluzione giusta. La nostalgia, lo sappiamo, è uno stato d’animo che, quando lo si vive, riaccende il desiderio di poter rivivere quell’insieme di sensazioni e accadimenti e ti lasci andare alle emozioni che il ricordo suscita e che la coscienza, chiara, di non poterlo rivivere nel presente genera in ciascuno di noi un senso di sconforto che sa di tenero, quasi di “dolce” amarezza!

Nostalgia etimologicamente vuol dire “dolore del ritorno”, un’emozione che si accompagna ad un senso di rimpianto e di tristezza che nasce dalla coscienza che quell’evento, appartenente al nostro passato, non è possibile riviverlo così com’era. “Panta rei”, diceva Eraclito, e in questo scorrere di tutto è davvero impossibile immergersi due volte nella stessa acqua, nelle stesse emozioni. Proprio per questo la nostalgia ha il pregio di “restituirci” il piacere di una “immersione” e, fintanto che la si rivive, si riassapora anche quello stato d’animo che le fece da sfondo e contesto, rinnovando in noi non solo le stesse emozioni, ma anche le tante piacevoli sensazioni che rafforzano il ricordo e rimangono in noi come “risorsa”.

Ecco, dopo la sentenza choc del Tribunale civile di L’Aquila che riconosce il “concorso di colpa” delle vittime, decedute nel terremoto aquilano dell’aprile 2009, per aver avuto una “condotta incauta”, senza volerlo mi son tornati in mente il mio vecchio libro di lettura della classe quinta elementare e un brevissimo racconto, in esso contenuto, che avevo molto gradito e non ho più scordato. Un “barbone” di città era solito accomodarsi, all’ora del pranzo, davanti alla finestra, di poco sollevata dal piano stradale, da dove, a quell’ora, si spandevano gli odori della cucina di una famiglia benestante.

Il pover’omo tirava fuori dalla tasca un tozzo di pane, l’avvicinava alla grata della finestra e, chiudendo gli occhi e immaginando le delizie culinarie, lasciava che il pane si riempisse degli aromi che la finestra lasciava uscire.

Il padrone di casa, accortosi della cosa, lo denunciò per furto. Il giorno del dibattimento, il Giudice ascoltò il denunciante che accusava il “barbone” di avergli “rubato”, abusivamente, gli odori delle sue salse e dei suoi arrosti facendo in modo che, attraverso i vapori, il pane si impregnasse degli aromi della sua cucina. Il povero, a sua discolpa, confessò di averlo fatto, ma senza cattiveria. Era vero che aveva addossato il suo tozzo di pane alla griglia della finestra da dove gli aromi e gli odori provenivano, ma non li aveva trattenuti. Lui, ad occhi chiusi e tenendo il pane in mano, si beava del profumo di quei pasti e, mangiando quel pane, sognava di assaporare le delizie che quegli gli ricordavano. Il Giudice provò a sensibilizzare il ricco affinché recedesse dalla denuncia, ma inutilmente. Allora gli chiese di quantificare l’ammontare del presunto furto. Il denunciante  chiese cinque monete d’oro. Ritiratosi in camera di giudizio, dopo poco il Giudice fu di nuovo in aula ed emise la sentenza: “Come il povero aveva beneficiato degli aromi provenienti dalle pentole di salsa e del profumo di arrosto, il signore, proprietario di quella cucina, beneficerà, a titolo di rimborso, del suono provocato dal cadere a terra di cinque monete doro. Impalpabile l’aroma delle salse e il profumo dell’arrosto, impalpabile il suono delle monete d’oro!”.

Ecco, quel Giudice mi era apparso davvero “giusto” e mi era rimasto immediatamente simpatico e anche pratico e concreto, nemico senz’altro delle  lungaggini e di tanti avvilenti  rinvii.

A quella figura  riconducevo, da ragazzo, l’immagine e la funzione del “Giudice conciliatore” presente nei piccoli centri e, perciò, che nel mio paese si chiamava Teodolindo ed era il nonno di una mia compagna di classe.

Non sapevo di che si occupasse, ma ricordo che parlava con un tono di voce pacato e senza fretta, parlava “in pulito”, cioè in italiano, scandendo le parole, guardando sempre in viso l’interlocutore e sempre essere paziente nell’ascolto. Oggi so anche che quel nome, Teodolindo, non era troppo casuale: derivava da radice germanica   voleva, e vuole significare “benevolo verso il popolo“, persona che si pone a difesa del popolo.

Lui, Teodolindo, non “condannava”, ma “conciliava”, riappacificava le parti contendenti. Più che punire, metteva pace. In che modo? Facendo uso di quell’arte nota come saggezza popolare, ricca di buonsenso e che fa leva non tanto sul timore e sulla paura, ma, piuttosto, sul convincimento personale e sulla capacità di riuscire a far emergere l’onestà dell’essere umano. Così il ladruncolo di mele, una volta scoperto e chiamato a confrontarsi col derubato alla presenza del “Giudice conciliatore”, alla fine era felice di restituire il mal tolto quantizzato, magari, in due giornate di lavoro proprio nei campi dov’erano le piantagioni di mele. Anche nei litigi atipici, con offese verbali, la conciliazione si basava quasi sempre su un corrispettivo che il colpevole si impegnava a rendere alla parte lesa. Per lo più si trattava di prestazione di servizi utili alla parte lesa, qualche volta con la resa del mal tolto o del corrispettivo in moneta, molto più spesso si compensava il dovuto con prodotti agricoli o prestazioni di lavoro agricolo, artigianale, edile. “Conciliare”, in fondo, voleva dire “Fare in modo che ci si intenda” e, per intendersi, bisognava incontrarsi, convenire in un luogo neutro, parlarsi e confrontarsi per arrivare a condividere, a mettersi d’accordo e, soprattutto, a non portarsi, successivamente,  rancore.

Per tanti anni in paese, una volta conciliata, pacificata la vertenza, si tornava a vivere cancellando per sempre l’accaduto. Lo stesso Teodolindo era solito concludere la ”conciliazione” prendendo, fra le sue mani, le destre dei contendenti e, con voce pacata, poi, dire, a se stesso e a loro:

Ed ora che tutto  è chiarito tra noi, da oggi, sull’accaduto, ci mettiamo una pietra sopra.  Per me, credetemi, non è successo davvero niente!” Che bello!

Invece noi, i bambini di allora, senza ricorso al “Giudice conciliatore”, anzi ignorando proprio la sua esistenza e la sua funzione, avevamo scoperto da soli e già attuato da un pezzo il principio del “pari e patti”.

Dopo aver ricomposto un litigio, un mal tolto, un’offesa (sì, perché anche i bambini conoscono le offese!?!), i contendenti, sotto l’occhio vigile dei compagni presenti, si stringevano la mano in segno di ri-conciliazione e il capobanda del momento, solennemente, chiedeva, a voce alta:

Parapatta e pare?” Cioè “E’ tutto pari e patta? Abbiamo, davvero, apparato tutto?”

In coro, contendenti e company, all’unisono e a voce alta: “Parapatta e pare!? !” Un sospirone di sollievo del gruppo e si tornava a vivere, dimenticando l’accaduto.

Perché, da grandi, si complica tutto?

 

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