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Canto V: PAOLO E FRANCESCA”

Abruzzesità poetica /82

Canto V: PAOLO E FRANCESCA”

di Vincenzo De Meis

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse…”, così dice Francesca a Dante. Ma senza quel libro “galeotto” non ci sarebbe stato quell’ amore e, con l’amore, il tradimento.

La storia di Francesca e Paolo si fa, nella “Divina Commedia”, simbolo della fragilità umana di fronte al turbamento dei sensi, della potenza  di un sentimento – l’amore – “che a nullo amato amar perdona”, un sentimento contagiante, attraente, convolgente e che, turbando, non lascia più distinguere il piacere dal dovere, anzi fa sì che diventi “dovere” il piacere.

Nella ricostruzione-traduzione in dialetto abruzzese, il De Meis si attiene, per quanto può, al testo dantesco e lo ossequia riportando, nel virgolettato, ciò che non può esser detto altrimenti e che, se lo si traducesse, perderebbe la bellezza che ha. E’ anche vero, però, che da abruzzese, saggio e concreto, amante della franchezza, non può fare a meno di riflettere, a voce alta, sull’accaduto. E’ vero che Giangiotto, tradito dalla moglie, di fronte alla flagranza del reato non può non vendicarsi. Ma doveva proprio ucciderli? E perché? Non ha dubbi il De Meis: Giangiotto uccide gli amanti perché la moglie lo ha tradito col di lui fratello. Se Paolo non fosse stato suo fratello, non ci avrebbe fatto gran che caso.

E’ servito a qualcosa quell’eccidio? Non ne è convinto il De Meis anche perché, pur se all’Inferno, i due amanti continuano a stare insieme e Francesca non dismette di continuare  “a ‘ncurnà lu marite”.

In abruzzese si direbbe “Chernùte e mazziàte”, pure all’altro mondo.

CANTO V: PAOLO E FRANCESCA

  di Vincenzo De Meis

Minosse è all’andre circhie a cundannà

nzenza pruciesse: n-ce so’ colpe ‘gnote;

e fa nghe la cudazza tande rote

secunne i circhie. – Abbada, non andàì!

 

strilla  Dande. E Vergilie a cummannà:

Vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole e làssece passà’ .”

E cumenzirne le dulende “note”.

 

Alloche i lussuriuse scùnten pene.

La passiona è nu viende che ’n-arresta,

ma ecche a alloche, e “su e giù li mena”.

Dande parla a Frangesca desunesta

 

che nghe Paule ’na sera doppe cena

allu Giangiotte ’ncurunì la testa.

E, capirete chesta

fò grossa, ca Giangiotte gli-ammazzette.

 

Ma se nen eva i frate n-ce bbadeva.

Cuscì la ggiuvenetta

sta nghe l’amande, e vola in aterne

a ’ncurnà lu marite anghe allu ’Mberne.

 

CANTO V: PAOLO E FRANCESCA

 

Minosse è all’altro cerchio per condannare

senza processo: non ci sono colpe sconosciute,

con la coda fa tanti movimenti circolari

per indicare il numero del girone infernale. –Bada, non andare! –

 

urla Dante. E Virgilio, intanto, dà ordini:

Si vuole così lì dove si può

ciò che si vuole. Lasciaci passare.”

E cominciano le dolenti “note”.

 

Lì i lussuriosi scontano la pena.

La passione diventa un vento che non si cheta,

spinge i dannati qui e lì, sopra e sotto.

Dante parla con la disonesta Francesca

 

che ,con Paolo, una sera, dopo cena,

incoronò (con corna) il capo di Giangiotto.

E, comprenderete, la cosa non fu da poco

se, per essa, Giangiotto li ammazzò.

 

Ma, se non fosse stato il fratello, non ci avrebbe fatto caso.

Così la giovinetta (ora)

rimane con l’amante e vola. In eterno

cornifica il marito anche all’Inferno.

 

 

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